Cosa è “cibo” e cosa non lo è: differenza tra struttura nutrizionale e vita

La definizione scientifica di “vita” deriva dall’antico sanscrito जीवनं (jīvanaṁ)  e sta a indicare qualsiasi componente del mondo che non sia corpo morto, qualsiasi essere che quindi abbia un metabolismo, che reagisca a stimoli esterni ed interni. Per essere precisi il termine sanscrito indica la capacità di metabolizzare, quindi  il termine “vita” ha come significato originario quello precisamente di “atto a nutrirsi”. Cioè la “vita” riguarda tutto ciò che attua continuamente una dinamica nutrizionale: “unità strutturali specifiche che entrano e altre unità strutturali specifiche che escono”, propriamente: qualcosa che metabolizzi. “Vita” ha esattamente la stessa radice delle parole “vitto”, “vivanda”, “viveri” che significano sempre la stessa cosa: “cibo”. Se si cerca la parola “vita” nel vocabolario latino, si troverà fra i significati non solo appunto “vita”, “energia”, “principio vitale” ecc., ma anche “vitto”, “cibo”, “nutrimento”, “mezzi di sostentamento”. La radice, dunque, riguarda sempre da vicino qualcosa che sia in movimento, che sia energica, che prenda energia e la smuova, riguarda l’atto del nutrirsi, del metabolizzare.

Tuttavia il sanscrito (una delle lingue indoeuropee più antiche, se consideriamo che il sanscrito vedico viene fatto risalire addirittura al secondo millennio a.C, addirittura il rigvedico risale al 1500 a.C.) è ancora più preciso, indicando addirittura come significato: “La qualità che distingue una pianta o un animale vitale e funzionale da un corpo morto.”

Ora, è difficile formare una struttura macroscopica organica che non sia vivente, in quanto essa tende ad essere degradata molto rapidamente nelle sue componenti strutturali più piccole, sia per motivi interni che esterni ad essa.

Per questo motivo, infatti, la natura ha impiegato oltre 4 miliardi di anni per riuscire, solamente circa 60 milioni di anni fa) a costruire una struttura organica macroscopica che non sia viva, ma che, al tempo stesso, si conservi intatta almeno per un certo tempo; questa struttura è quindi non solo, biochimicamente, evolutissima, ma addirittura l’unica struttura organica sull’intero pianeta che non è assolutamente viva: il frutto.

Il frutto nasce proprio come difesa della pianta, che, addirittura fin dall’inizio della fase primordiale pluricellulare in poi [dopo, cioè, la fase unicellulare in cui il ciclo dell’idrogeno (H2O+CO2=C6H12O6+O2, cioè acqua+ anidride carbonica= glucosio + ossigeno, questa formula, a rigore, in biofisica, non è altro che lo stesso identico ciclo H relativo al sistema stella-pianeta in astrofisica, che rende in equilibrio il sistema stesso, presente e perfezionato in tutto l’universo attuale) si chiudeva proprio con un “microfrutto” primitivo, già privo di vita, in quanto oligo-molecolare], ha sempre dovuto combattere per non far mangiare parti vitali di se stessa da altre componenti animali più vicine (nello stesso ecosistema). Se è vero, come lo è, che il significato biologico del frutto è fornire protezione, nutrimento e mezzo di diffusione al seme che contiene, in quanto l’unico interesse della pianta consiste nel cercare di perpetuare la specie, disperdendo o meglio facendo in modo che vengano dispersi i suoi semi, posto che le caratteristiche biologiche e anatomiche dell’uomo sono quelle di un frugivoro… l’essere eterotrofo uomo (e scimmia antropomorfa, ma non solo, anche altri animali possono evolversi verso una condizione di minima energia, ovvero di ciclo H, e quindi salire sulla scala evolutiva da carnivorismo o erbivorismo verso uno stato più evoluto) ha ed ha avuto un ruolo specifico, conferitogli dalla natura: disperdere i semi dei frutti, in cambio del nutrimento che trae dalla loro polpa.

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Lo scopo della pianta consiste nel fatto che i suoi semi vengano dispersi nella terra, tramite feci oppure coltivazione, da parte degli animali che hanno le caratteristiche adatte per espletare questa funzione. La natura a questo scopo rende appetibili (maturi e senza condimento) i frutti alla tal specie che può disperdere i semi nel migliore dei modi.

Quindi la pianta ha letteralmente “inventato” una struttura organica “esterna” ad essa, esclusivamente a scopo nutrizionale, appunto il frutto, e poi, per rendere chiarissimo all’animale che è solo ed esclusivamente quello che deve mangiare, ed assolutamente non altro (qualsiasi altra cosa, come foglia, fusto o radice, danneggerebbe enormemente o ucciderebbe la pianta stessa), lo ha colorato (per attrarre visivamente l’animale), lo ha profumato (per attrarre olfattivamente l’animale), lo ha reso dolce e gustoso (per innescare anche l’attrazione gustativa dell’animale: le papille gustative dell’uomo rispondono immediatamente agli stimoli mandati dalle molecole dei frutti, tant’è che non possiamo mangiare altri tipi di “cibo” senza condirli immensamente o, al limite, insaporirli con l’uso di additivi), ecc. Quindi, quando la pianta, circa 60 milioni di anni fa, ha “inventato” il frutto, ha creato la prima e unica struttura macroscopica organica non vivente, e lo ha fatto, dunque, solo ed esclusivamente a scopo nutrizionale animale, proprio per non farsi come minimo danneggiare, uccidendo altre sue parti, viventi. In altre parole il frutto non è vita, né tanto meno un essere vivente, ma solo ed esclusivamente una struttura, l’unica in natura dopo il latte (che va preso naturalmente solo in fase di svezzamento, e, come natura vuole, unicamente quello specie-specifico: cucciolo uomo ciuccia da madre uomo; cucciolo vitello ciuccia da madre mucca ecc.), a finalità nutrizionale.

Quindi il frutto è l’unica componente ecosistemica al mondo che possa essere oggi chiamato “cibo”, “ciò che nutre” il vivente, che di contro è “colui che si nutre”.

Come abbiamo già visto, mangiando un frutto, non solo non si danneggia, né tanto meno si uccide nessuno (è stato progettato dalla pianta proprio per questo), ma addirittura si consente alla pianta la sua riproduzione (disseminazione zoocora…) altrimenti quasi impossibile, gettando poi il seme (…epizoa, tipica dei primati, compreso l’uomo), o defecandolo (…endozoa, tipica invece degli uccelli).

A conferma di tutto ciò, è la fisiologia stessa del frutto, che è l’ingrossamento dell’ovario di un fiore; quando inizia questo ingrossamento il frutto è verde (frutto acerbo), proprio perché sulla sua struttura esterna ci sono i cloroplasti, che gli servono per costruire tutte e sostanze nutrizionali , accumulando le quali, il frutto trae il suo stesso ingrossamento; quando l’ingrossamento è terminato (frutto maturo), i cloroplasti si trasformano in cromoplasti (da “cromo”= colore) ed il frutto si colora. Allo stesso tempo dal picciolo di collegamento con la pianta non passa più linfa, il metabolismo parziale precedente (comunque non vitale, in quanto solo di entrata e non di uscita) del frutto cessa del tutto, e si trasforma tecnicamente in stasibolismo (cioè non vitale, vale a dire che non c’è più assolutamente vita, il frutto non ha più nessun cambiamento strutturale, da cui è assolutamente impossibile usare più nemmeno la parola “metabolismo” in quanto deriva da “metabole” che vuol dire invece proprio esattamente “cambiamento”. Rimane dunque solo la biochimica antidegradativa (esclusiva dello stasibolismo), cioè quella biochimica minima assoluta che gli consente di non degradare organicamente le sue strutture per un certo tempo (proprio in attesa di essere mangiato). Dunque, per definizione stessa di “vita”, cioé “unità strutturali specifiche che entrano ed unità strutturali specifiche che escono”, il frutto non è mai vivo, né in fase di maturazione in corso, in quanto non ci sono “unità strutturali specifiche che escono”, né tanto meno in fase di maturazione completa (dal picciolo addirittura non entra più linfa) (le strutture ormai entrate non sono mai utilizzate per vivere, proprio perché servono solo ed esclusivamente a far vivere chi ne mangia). 

In sintesi biologica, mentre la “vita” è pertanto “ciò che si nutre”, il frutto è, diversamente, “ciò che nutre”. Il frutto, palesemente nemmeno si riproduce (si parla di frutto, non di seme) quindi a rigor di logica, non è un essere vivente. Per concludere…

Domanda: “ma anche con la frutta non si uccide?” risposta: “Assolutamente no, in quanto il frutto non è un essere vivente, ma una struttura nutrizionale (l’unica in natura con questa finalità). Non solo non si uccide nessuno, ma addirittura si salva la vita della pianta (embrione), in quanto si consente la sua riproduzione, altrimenti impossibile, o molto difficoltosa.” Inoltre, il frutto, è l’unica cosa esistente in natura, a differenza di qualsiasi altra componente ecosistemica come foglie (polmone degli organismi autotrofi) semi (la cosiddetta “frutta” secca: anche il cocco, a rigor di logica, è un seme), carne, uova ecc. CHE NON CONTIENE METABOLITI SECONDARI TOSSICI, e nutre profondamente la cellula. Ovviamente, non tutti i frutti sono adatti a tutti gli organismi, ma ogni organismo ha il proprio frutto, o il proprio genere di frutti più adatto alle proprie biochimica e anatomia e fisiologia, a seconda dell’ecosistema in cui è avvenuta la coevoluzione, e se c’è stata, fra organismo eterotrofo ed organismo autotrofo. (Ma di questo si parlerà in un altro articolo.)

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