Riflessione sul potenziale di immortalità dell’uomo

La felicità non è scissa dallo stato di salute fisico. Non si può essere felici se non si sta bene fisicamente, ho appurato questo in 20 anni di esperienza. Tuttavia, la felicità è qualcosa di molto più di una semplice e passeggera sensazione corporea di sollievo, anche se questa dovesse protrarsi per giorni. Non si può inoltre definire felice colui che lo è per pochi istanti, o per soltanto un lasso di tempo definito, qualunque sia la sua durata. Per questo motivo, esplicitando l’implicito e ovvio fatto che anche un’ipotetica vita millenaria o plurimillenaria sia da considerarsi, in ogni caso, un lasso ( sebbene il grado di felicità in un’ eventualità simile sarebbe certamente e senza alcun dubbio estremamente maggiore), si arriva alla semplice e lapalissiana conclusione che nessun essere vivente può davvero definirsi felice tranne nel caso in cui non diventi come minimo immortale. Nel tempo mi sono trovato ad avere a che fare con persone (ho riscontrato questo atteggiamento anche nella storia del pensiero) che hanno sempre negato questa che io considero un’evidenza, e nonostante per certi periodi della mia vita io abbia assunto un modus pensandi simile al loro, o forse proprio perché l’ho vissuto sulla mia pelle, sono arrivato alla conclusione che si tratti di mera ipocrisia. Non esiste un sistema di pensiero che possa racchiudere il senso di una vita, e niente e nessuno di certo potrà mai detenere la verità assoluta, certo, ma è da ipocriti non ammettere che la malattia e la morte siano inaccettabili per noi uomini, che provochino sofferenza, dolore, e che per questo motivo non siano compatibili con la felicità. Il cristianesimo ha esaltato la morte in vista di un’ipotetica resurrezione, rimandando tutto a dopo. Detto brevemente però, non sono convinto che Dio, in cui credo, abbia creato questo mondo per farcene desiderare un altro migliore, e credo che la realtà caduca in cui ci troviamo qui sia solo la conseguenza dei nostri peccati, in un mondo (che ritengo essere unico, non ce ne sono altri) che potrebbe essere già perfetto e meraviglioso, paradisiaco, ma che noi ci ostiniamo a odiare e quindi allontanare, distruggere, sfruttare, in vista di altro, misticamente. Una volta per tutte, condanno ogni tipo di dualismo, nato (o rinato) col pensiero platonico ed evolutosi nel corso del pensiero occidentale raggiungendo il suo apice con l’io cogito cartesiano, e con il pensiero giudaico-cristiano. Ripropongo la concezione greca originaria, che seguì la stessa, più onesta strada non corrotta su cui transitarono le culture orientali antiche (ayurveda, giainismo, buddhismo) in favore della vera saggezza della concezione monista. Il mondo che noi tutti abbiamo rimandato a dopo, quel mondo che noi tutti agogniamo, non può esistere altrove, ma solo qui, in questo mondo. Il cosiddetto “paradiso” non è un mondo al di là di questo, da un’altra parte, fra le nuvole, ma è e sarà possibile qui, in questo pianeta, in questo universo, in questa unica realtà. La conclusione per questa prima premessa è dunque la seguente:

visto che l’uomo ha desiderio e concezione di eternità, visto che quest’ultima è necessaria condizione della felicità (in quanto tale infatti la felicità è atemporale) e dato che esiste un solo mondo, considerare la morte come condizione assoluta, ovvia e scontata, qui, in questo mondo, è errato (oltre che tracotante e presuntuoso). Potrebbe infatti verificarsi, in questo mondo, un mondo in cui gli esseri viventi possano diventare immortali, e non vedo perché non potrebbe essere possibile, dato che la vita non è affatto scontata e quindi, di conseguenza, non lo è neanche la morte.

Diciamolo una volta per tutte: la vita tende sempre, e anche disperatamente, alla vita. Se invecchiamo, e moriamo, e siamo costretti a riprodurci, non è semplicemente “per un fatto naturale” ma anzi, è un chiarissimo segno da parte della natura (da parte di Dio) che stiamo inesorabilmente e ineluttabilmente sbagliando qualcosa, come per esempio la nostra alimentazione, dal cibo primario come l’aria che respiriamo e la luce del sole, al cibo vero e proprio.

L’altra condicio sine qua non della felicità dell’individuo viene molto probabilmente ancora ostacolata proprio dal fatto che ci si ostini a considerarlo come tale, appunto come “individuo” scollegato dagli altri, che siano essi animali umani o non umani. Infatti, la condicio sine qua non della felicità di ognuno dipende intrinsecamente dalla felicità di tutti gli altri. Il padrone non può essere felice se crede che la propria gioia abbia come pilastri lo sfruttamento e la sottomissione e quindi la sofferenza e l’infelicità del servo, che sia esso un animale umano o un maiale.

Non si può essere felici in quanto individui, ma in quanto comunità simbiotica con la natura e con tutte le altre specie: non si può pretendere di non morire se per sopravvivere ci si ostina a uccidere altra vita: perché inevitabilmente, dato che la vita tende sempre alla vita: ciò che uccidi ti uccide. Da questo ne derivano tutte le palesi conseguenze alimentari, sociali, economiche: il modello capitalista attuale (lo dice la stessa parola) si basa sullo sfruttamento illimitato delle risorse limitate del pianeta, risorse viventi e non viventi, e proprio per questo è l’apoteosi della precarietà e dell’infimità, l’incarnazione del peccato meglio riuscita dai primordi, in assoluto: non è solo destinato al collasso, ma è il collasso continuo in ogni suo istante, è quotidianamente la manifestazione del proprio fallimento. Non possiamo e non dovremmo mai scindere l’uomo dalla natura, scindere qualcosa di parecchio sacro ed elaborato e con una storia milionaria e imperscrutabilità assoluta come ad esempio l’istinto dai parametri di giudizio tecnico-scientifici, che oggi lo condannano e operano platonicamente, nella maniera più idiota e alienante possibile.

Bisogna dunque abbattere il pregiudizio dell’individualità, e considerare il mondo come un organismo vivente unico , com’è logico e come banalmente ci si presenta! È a dir poco da cretini pensare di poter fare qualsiasi cosa si vuole al resto senza subirne prima o poi un forte contraccolpo (sofferenza, morte), perché quell’apparente resto siamo in verità noi stessi. Non si può continuare presuntuosamente a considerarci come delle monadi, ma siamo un tutt’uno e per come si mettono le cose oggi, la specie umana non sembra solo avere il cancro, ma pare essere un’enorme massa tumorale in questo meraviglioso e potenzialmente grandioso organismo chiamato “pianeta Terra”.

Ci sono veramente persone convinte che a furia di emettere gas in un ascensore insieme ad altri fratelli, prima o poi non ne subiscano sgradevoli sensazioni pure loro stesse? Ma cos’è?

Siamo stupidi? Dunque…

Non si può essere felici se come minimo non siamo assolutamente tutti felici. Per “tutti” non intendo solo l’organo “cervello” del pianeta terra (come potrebbe essere ad esempio la specie umana) ma anche il cuore come lo è l’equilibrio fra le varie specie viventi animali, o l’apparato respiratorio come potrebbero considerarsi le specie vegetali… ecc.

Dire una volta per tutte di no all’antropocentrismo dunque, per una visione un tantino meno medievale delle cose, è un passo fondamentale per finalmente ritornare ad essere un po’ più innocenti e attuare uno sviluppo intelligente e sostenibile, o ancora meglio naturale. Dire di no alla visione antropocentrica non debilita l’uomo, ma anzi, lo riconsidera per quello che effettivamente è, cioè una parte molto importante (e forse la più importante dell’organismo mondo, vista la sua capacità di influenzarlo, vista la sua intelligenza, si potrebbe dire che l’uomo è un organo di centrale importanza, dove risiede la scelta, il libero arbitrio, la coscienza: il cervello), ma questa parte dipende per forza da tutte le altre parti fondamentali allo stesso modo, e quindi d’importanza pressoché identica. Passare una volta per tutte ad una cultura biocentrica significa finalmente rispettare la specie umana per quella che è, senza sopravvalutarla, significa ritrovare il perduto senso del limite che le culture del periodo del da Heidegger definito pensiero aurorale percepivano ancora, perché non accecate dal velo di maya che ha preso piede con tutti i dualismi, a partire da Platone, significa dunque nobilitarci e ritrovare il senno perduto.

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