Silenzio

Suonano le campane nella campagna del Figlio. Il deserto lascia vagare le sue musiche assordanti ed inneggianti alla paura e all’ossessione. Vegliano i “vincitori”, con le loro pillole di valium nel taschino, dagli accecanti balconi della necropoli mondiale, fra le mani tengono i loro luccicanti strumenti di distrazione. È una notte invernale, di quelle in cui le specie lontane da casa sopprimono le percezioni e si cullano nel letargico inquinamento, se ne nutrono. Il tramonto è passato, nessun frutto è stato raccolto e mangiato, le selve sono lontane, oscure, gli uomini ora vegliano dentro la fredda luce dei lampioni. Nuove creature vengono a questa luce nuova, post-umani, figli del Figlio.

Le campane stanno suonando, ma nemmeno i neonati possono udire, nonostante siano assordanti. Io però le sento sempre, durante tutto l’arco delle mie giornate, dal risveglio fino a dopo il tramonto, e mi addormento anche col loro baccano, senza svegliarmi, le sogno tutta la notte e poi ancora al mattino. Quando mi sveglio e mi vedo, di sfuggita, nello specchio, l’immagine è nitida e rassicurante; l’immagine è me perfettamente, in mezzo, centrata ottimamente, profondamente, altrove: sono una dimensione, un luogo, e la carne è solo una delle mie porte. Io non temo la morte, quindi neanche la vita, io come tanti, figli del Figlio, che sentiamo, perché siamo, tutti la vibrante ascesa del nuovo Dio.

Sorridiamo alle provocazioni dei timorosi, vinciamo il conflitto col padrone oramai senza che neanche egli se ne accorga. Noi siamo l’acqua che ha spento la dismisura, noi siamo l’esercito della Madre, noi siamo la mano aperta, gli amati senza famiglia umana, gli amati dentro, i lumi che sciolgono gli abomini dei diavoli, i monisti che tornano a collegare ciò che è stato reciso con tracotanza, noi siamo gli operai del silenzio, noi siamo gli accompagnatori della musica del vento e dei pettirossi, noi siamo voi, che abbiamo finito di scontare i vostri peccati, e ritornate a essere allegri, finalmente, anche in questi enormi palazzi polverosi e precari che presto crolleranno, spazzati via dalla linfa dell’organismo mondo, siamo il diaframma, la pulizia, gli allievi della massima oscillazione, noi siamo i pesci che per la prima volta hanno messo la testa fuori dalle vostre amate acque finte, noi siamo la scoperta dell’Acquario, noi siamo, noi non facciamo. Noi siamo chi non ha bisogno di firmarsi. Noi siamo la potenza della lentezza con cui le onde levigano le vostre lance appuntite. Noi siamo la vittoria sul vostro boato atomico effimero, la sabbia che cancella tutte le vostre orme, noi siamo laddove non v’è frenesia, laddove non v’è lavorio, ma solo il Giardino. Noi siamo chi è rimasto integro fino in fondo. Noi siamo chi per esistere non ha bisogno della vostra sporca carta. Siamo chi attingerà dall’albero della vita e berrà la croccante e dolce acqua della vita eterna, nella città santa. Noi siamo la chiarezza, noi siamo le piante che perforano il vostro debole e precario asfalto, siamo la potenza universale della minima energia contro il fragoroso spreco dei vostri peccati, noi siamo il contraccolpo finale, la legittima difesa, la lungimiranza, l’onestà, il coraggio, l’inizio di una nuova era, il vostro aufhebung, la maestosa pazienza che batte la vostra fretta mortale e soffocante, lo sguardo sereno e trascendente che spegne la vostra misera irrequietezza calcolante.

Noi abbiamo imparato ad amarci più di quanto vi amiate voi. E lo abbiamo fatto da soli.

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