Il concetto di “libertà” : VIETATO FUMARE

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Se giustizia è laddove ognuno è libero in egual misura degli altri, nella misura in cui la mia libertà inizia dove inizia anche quella altrui, e finisce dove finisce quella del mio prossimo, allora fumare una sigaretta non è da reputare giusto, e pertanto dovrà essere reso non ammissibile dalla legge. Non è vero infatti che chi si fa del male stia incrementando la propria libertà ai danni di quella mia, o tua o nostra, ma la sta infatti limitando (la sua) e facendo questo fa un torto sia a se stesso, sia a tutti. Pertanto, è posto in termini sbagliati il detto famoso “la mia libertà finisce dove comincia quella degli altri” o per lo meno, esso rimane aperto ad enormi fraintendimenti, che come al solito avvengono. Non era di sicuro questo, infatti, il messaggio che, per esempio, avrebbe voluto far passare M.L.King con il suo aforisma predetto: mi sento costretto a non fare qualcosa che potrebbe portarmi enormi “benefici” ed enormi “vantaggi” perché non è giusto nei confronti di chi, invece, per colpa mia verrebbe sfruttato e privato di tali “vantaggi” che io ho voluto in sovrabbondanza, solo per me, a discapito dei miei simili. (Si capirà fra poco il perché dell’uso delle virgolette). L’interpretazione appena esposta è il tipico fraintendimento che da sempre porta alle morali forzate, finte, contronatura. Il fatto è il seguente: non è per niente vero che lo sfruttamento, accaparrarsi beni per sé solamente privando altri della possibilità di averne pure, il comportarsi follemente e in modo incurante di sé, dell’ambiente, dei nostri fratelli, siano “libertà”, “vantaggi”, “benefici” per qualcuno. Come Hegel insegna, il “padrone” non è libero più di quanto non lo sia il “servo” sfruttato (e questo concetto è estendibile anche all’attualissima situazione dello sfruttamento mondiale degli animali da parte della specie animale umana), questo perché non siamo monadi, ma cellule interdipendenti ed interconnesse dell’organismo Terra, e se un organo sta male a causa mia, io ne risentirò allo stesso modo di tutti gli altri (subirò il contraccolpo palesemente dimostrabile anche dalle leggi della fisica… Nulla si crea e nulla si distrugge infatti: tutta l’energia tende sempre a distribuirsi omogeneamente nei sistemi materiali, cosa facilmente osservabile anche in chimica e biochimica, nelle reazioni e dal comportamento degli elettroni nei vari orbitali di ogni atomo esistente: tendono sempre a distribuirsi nella maniera più efficiente e con il minor spreco di energia possibile). Oggi, come sempre, servo e padrone stanno dalla stessa identica parte dunque. Se una morale forza l’istinto, allora è chiaro che debba trattarsi di una finta morale: un’ideologia totalitaria, contro la Natura, quella stessa Natura che insegna l’impossibilità di essere felici se per lo meno non lo sono tutti gli altri componenti del branco-specie-oggetti in vita: se c’è disordine, tutto il sistema tende disperatamente a ricostituire l’ordine perduto (per ordine si intende lo stato strutturale di minima energia a cui tutto tende, sopracitato, e quindi la stessa felicità). Non posso io quindi privarmi di un’azione che mi “piacerebbe” fare solo perché so che limiterebbe la libertà degli altri (ad esempio una violenza fisica o verbale), ma devo capire (o, infondo, solo ricordare, dato che è già insito in ogni mia molecola) che quella violenza in primis limita enormemente la mia libertà, perché “io” non sono slegato da quel “altro”: la mia violenza inevitabilmente mi violenta, non mi arreca alcun fantomatico “vantaggio” ma invece mi abbruttisce, ne subisco immediatamente tutte le miserevoli conseguenze. Tuttavia, non dovrei nemmeno essere così stupido da pensare di non violentare per paura del contraccolpo (vedi anche Immanuel Kant: morale autonoma/eteronoma), ma devo ricordare (vedi anche concetto di “reminiscenza” in Platone) e quindi capire che un’azione malvagia fa “paradossalmente” più male a me che al “altro” da me, proprio per i concetti sopraesposti: è come se un nefrone ne attaccasse un altro accanto a lui. È però pur sempre vero che esistono le cellule tumorali in un organismo, ma non bisogna confondere le conseguenze con le cause: a furia di non volersi bene, e quindi a furia di violentare l’intorno (la stessa nostra casa senza la quale noi non esisteremmo e da cui siamo estremamente, nel profondo, meravigliosamente dipendenti come lo è una nota all’interno di una sinfonia [ provate a prendere una nota dalla nona di Betoween… Non solo farà schifo da sola, ma con la sua assenza (egoistico tirarsene fuori) avrà reso peggiore la sinfonia stessa, disubbidendo al grande disegno di Dio-Betoween-Natura, chi ha orecchie per intendere intenda]) ci si incancrenisce… E si diventa pericolosi… E questo va a maleficio dell’intero organismo. Ciò che uccidi ti uccide; ciò che ferisci, ti ferisce; ciò che privi, ti priva ancor di più, generando un vuoto sempre maggiore e sempre più impossibile da colmare (la sfrenata cupidigia degli accumulatori instancabili di danari ad esempio): un buco sempre più grosso nel sacco, in cui si tende sempre ad aumentare il quantitativo di sabbia immesso. Dunque l’istinto che mi porterebbe a compiere una violenza, è banalmente un istinto pervertito (ovvero non più normale, naturale, ma appunto pervertito dall’assenza di bene che il proprietario di quest’ultimo si è in maniera masochista e volontariamente apportato). Un atto del genere, inoltre e infatti, non è mai spontaneo; la vera giustizia, la tendenza cioè alla naturale simbiosi che richiede il minimo sforzo, la minima energia: quella sì che viene spontanea: non è per niente una forzatura, è come respirare! Smettere di respirare è una forzatura perversa invece, che genera il male (cioè assenza di bene) e quindi malattia (cioè assenza di salute): alienazione dal sé nella rottura del collegamento io-organismo mondo. Non mi sento quindi forzato a limitare la mia “libertà” perché in qualche maniera limiterebbe la libertà del mio vicino… Proprio perché se una libertà che “mi concedo” ne limita delle altre… Allora semplicemente non si tratta di una libertà, ma di una limitazione a sua volta. “Mi concedo” è tra virgolette perché violentare non è vero che è uno “sfogo”, come non lo è il fumarsi una canna o il bersi una birra, o il mangiare cadaveri, ma si tratta sempre di una forzatura che rinforza ancor più la forzatura circostante (generata da altre simili forzature), e basterebbe ascoltare per un attimo bene il proprio corpo, dopo essersi allontanati dal frastuono, per rendersene minimamente conto: chi pensa di “sfogarsi” con queste idiozie si sta solamente scavando da solo la fossa, e l’assurdo e inaccettabile è che non lo sta facendo solo per sé ma anche per tutti i suoi simili. Non si può evadere o distruggere una gabbia che viene continuamente rinforzata da falsi tentativi di evasione: il drogato crede di evadere, ma rimane dentro, e per quanto ancora sarà disposto a prendersi in giro? Un giorno sarà costretto a svegliarsi, e a fare i conti con ciò che aveva lasciato… E lo troverà ancor peggio di quando all’origine quella situazione non gli era parsa abbastanza sopportabile (e anche il suicidio è una distrazione, un jest, dato che come abbiamo detto, nulla si crea e nulla si distrugge). Si dovrebbe allora dire, se ci si amasse di più, con altro linguaggio (che presuppone un valore semantico già intrinsecamente innocente, e quindi corretto, per la parola “libertà”): “La mia libertà comincia dove comincia la libertà degli altri, perché la mia libertà è quella degli altri”: qui”libertà” è già data come un valore positivo, non v’è traccia di negatività, e quindi il fraintendimento non può nascere perché, posta la cosa in tali termini, ad esempio a un bambino, non verrebbe a lui mai in mente di associare il significato di “libertà” al “proibito”, alla “cattiveria”, ma anzi, del tutto al contrario verrebbe spronato ad essere libero più che può, poiché il significato che ha assimilato di quel termine è puro, scevro da corruzione. Questo sarebbe un vero insegnamento: l’insegnamento che non indichi cosa sia sbagliato e malvagio, ma che non presupponga nemmeno l’esistenza di questo “male”, che non lo tiri assolutamente mai fuori (perché, tra l’altro, lo farebbe da sé, individuo corrotto, e non innocente come un bambino, per questo forse i “maestri” dovrebbero capire che hanno molto più da imparare loro dai bambini “ignoranti”… Ignorano il male, e loro glielo indicano: patatrac.) che mai lo consideri! Bisogna proprio ignorarlo del tutto. Proprio per evitare di evocarlo e, in tal maniera, purtroppo presentarlo, introdurlo agli occhi di un bambino. Se si vuole insegnare la luce, si illumina e basta, non si indica il buio: nessuno avrebbe paura del “buio”, se non lo avesse mai conosciuto: semplicemente non esisterebbe per lui, “sarebbe” solo assenza di luce, nemmeno ci farebbe caso.

Il male non si addita, non è indicabile, lo si ignora. Perché in quanto non-essente, non è conoscibile. È grave che lo si percepisca, infatti.

Nel caso in cui un ragazzo fumi, ritornando all’esempio iniziale, non deve dunque pensare di essersi preso una qualche “libertà” a scapito di altri che gli stanno intorno e dell’ambiente, ma si sta invece enormemente limitando lui e, così facendo, sta commettendo ingiustizia. L’atto del fumare (non scelto a casaccio) è un esempio eccellente per spiegare questo argomento, perché mentre altre azioni potrebbero essere a mio parere discutibili e al limite concesse in vista di un compromesso necessario al superamento delle stesse solo momentanee (ad esempio: utilizzo per un breve periodo una tecnologia sporca, ma solo per poi arrivare con un aufhebung a quella eco-sostenibile o addirittura ad impatto 0 : utilizzo una macchina a diesel per andare a studiare ingegneria delle energie rinnovabili e pulite all’università), di contro la sigaretta di per sé è sempre ingiustificabile. In quanto tale, andrebbe resa illegale e l’atto del fumare punito severamente, perché intrinsecamente ingiusto… Stiamo trattando di un’azione fra le più (se non la più) vacua, vana, stupida, nichilistica, masochista. Ma chi diavolo sono i fumatori se non cancri operanti ?

L’apparato legislativo di una società rappresenta, insieme a quello giudiziario, il sistema immunitario di un organismo-nazione. È assurdo che ancora oggi a fumare siano gli stessi genitori, i professori universitari, le persone operanti e con ruoli anche di massimo livello sociale: veri e propri drogati, obnubilati dagli effetti incontrovertibili della DROGA TABACCO. I non fumatori ne hanno uno svantaggio enorme ovviamente, che cosa veramente intollerabile è per una persona che si vuol bene esser costretta a stare intorno a chi, non volendosene evidentemente, porta anche la prima a stare necessariamente male! Chi limita la propria libertà, potrebbe almeno farlo in modi meno dannosi per il suo prossimo, senza trascinare anche le altre persone, inevitabilmente nel proprio fumo in cui si va costantemente diradando e identificando.

Assumo come totalmente ingiusto quindi l’atto del fumare, che andrebbe sempre vietato e punito, in ogni caso. Anche nel caso in cui qualcuno fumi in solitudine, per conto suo, l’azione non diviene neanche di poco meno grave: si sta sempre, primariamente, facendo del male, e quindi, limitando le sue potenzialità manifestative che Natura gli ha donato alla nascita, del tutto alterate poi nei rapporti con familiari, amici eccetera, distrugge, influenzando in modo tossico, lo stato mentale-emotivo di questi ultimi; seconda cosa: essendo la sigaretta inquinante (altamente), ma soprattutto essendo essa la “cosa” (non merita nemmeno di esser chiamata così) più inutile e più evitabile mai ideata da quel cervello geniale che si ritrova chi si nutre con cibo aspecifico (homo intossicatus), non esiste nemmeno una ragione per cui qualcuno dovrebbe fumare, neanche mezza, ed esistono invece infinite (come l’universo) ragioni valide per cui non lo si deve fare mai: basta solamente questo per capire quanto sia grave accendere una sigaretta e fumarla, e quanto questa azione, in quanto orrenda, sia perfettamente un ATTENTATO da punire definitivamente e in maniera molto severa, con multe copiosissime, affinché nessun idiota (l’aggettivo calza a pennello: si veda “idios”) , compresi i genitori e le persone con qualsiasi ruolo nel sistema sociale, specie quelle alla sua guida, si senta mai più legittimato a essere tale.

Quando vedrete un individuo con la sigaretta fra le mani, in bocca, sappiate (e bisogna per forza di cose iniziare a pensarla così per far cessare tutto questo) che avrete di fronte nello specifico una CELLULA TUMORALE, che può solo danneggiarvi, e danneggiare i vostri amici, parenti, figli, geni, neuroni, spermatozoi ecc… il vostro ambiente, la vostra salute ergo la vostra felicità.

Se siete dei fumatori, l’unica cosa da fare (dato che siete colpevoli, non si può minimamente negare che chi fumi, anche una sola sigaretta nella vita, non lo sia. Inoltre non si può negare che chi fumi non abbia l’assoluta libertà di smettere o che non abbia avuto l’assoluta libertà di non iniziare mai) è vergognarvi, pentirvi, e SMETTERE. Viceversa, se volete uccidervi, fatelo più in fretta in modi meno dannosi per noialtri, e ci fareste solo un grosso piacere, grazie.

Qui non vale il famoso e stracitato “rispetto per la diversità”: i fumatori avvelenano la nostra gioia e limitano la nostra libertà per motivi ovvi, e dovrebbe essere già qualcosa di riconosciuto globalmente, senza bisogno di discuterne per niente… Per questo vanno multati severamente e perché no, se oggi si disprezzano (ingiustamente comunque) i nullafacenti, e giustamente stavolta gli assassini, gli stupratori, gli evasori, disprezzati e cacciati dalla nostra vita sociale, dalle nostre città, dal nostro regno, affinché diventi sempre più divino e meno brutale. Via gli zombie.

Forse chi fuma lo fa per assopire i sintomi negativi, i segnali che il corpo urla per uno stile di vita folle e completamente innaturale come quello che (ci) ostin(iamo) a condurre e finanziare oggi.

Per chi volesse smettere di nuocere a se stesso e agli altri:

https://www.fondazioneveronesi.it/articoli/oncologia/una-mela-al-giorno-toglie-la-sigaretta-di-torno/

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