PALEOBOTANICA DEL TAXON FILOGENETICO MALUS: ORIGINE GEOGRAFICO-TEMPORALE DEL MELO. RELAZIONE FILOGENETICA CON LA SEQUENZA GENICA DELLA VARIETÀ STARK

ORIGINI DEL MELO

Riguardo l’origine (anche geografico-temporale) di una specie vegetale, non bisogna mai confondere la paleobotanica (cioè la paleontologia vegetale), con larcheobotanica:

La prima infatti è la scienza che riguarda principalmente lo studio dei reperti fossili delle varie specie vegetali sia pluricellulari sia unicellulari, da cui si può ricavare anche la loro origine, sia spaziale sia temporale, pure risalente a molti milioni di anni fa, fino addirittura a miliardi di anni fa.

-La seconda, invece, riguarda specialmente la documentazione storico-bibliografica antica relativa alle varie specie vegetali con, al limite, pochi e di molto più recenti reperti vegetali, non ancora fossilizzati.

Dalle fonti di archeobotanica, si può ricavare solo l’eventuale presenza di una specie vegetale nelle varie regioni geografiche in una certa epoca quasi sempre più recente di quella stessa specie, in zone anche talmente diverse dal suo luogo d’origine paleobotanica, da poter essere persino dalla parte esattamente opposta del pianeta rispetto all’origine reale della specie in questione (in epoche enormemente più vicine ad oggi, risalenti al massimo a qualche decina di migliaia di anni fa, non a milioni).

Ora, grazie alle scienze moderne della paleoantropologia e della paleobotanica, ed incrociando i dati con discipline come la botanica moderna e la paleogenetica, si è finalmente giunti a conoscere con precisione sia l’area geografica sia l’epoca di origine della specie vegetale relativa al genere Malus: con esattezza il Malus nasce in Africa centrale (zona est, Rift Valley, a circa 800 metri di altitudine), intorno a 7 milioni di anni fa.

I reperti fossili più antichi rinvenuti della specie vegetale del melo sono risalenti a circa 1,7 milioni di anni fa, in una zona a sud dell’attuale Egitto, proprio nell’area di passaggio della specie umana che per effetto delle glaciazioni di 1,8 milioni di anni fa usciva per la prima volta dalla Rift Valley, nella quale si è constatato essersi verificati i processi di ominazione in strettissima coevoluzione col genere biochimicamente più evoluto delle rosacee: appunto il melo.

Infatti il melo, ancora oggi, specialmente nella zona all’interno della Rift Valley intorno agli 800 m di altitudine, ha una potenza salutistica e di longevità del tutto massime rispetto a qualsiasi altra zona geografica dell’intero pianeta. Addirittura, in quella zona, il melo non perde mai il suo apparato polmonare (le foglie) dimostrando, ancora una volta, che essa è l’ecosistema specie-specifico per la sua specie vegetale.

Si informano i lettori che, come ha verificato ormai la botanica moderna, i cosiddetti “caducifogli” in realtà non esistono, ma sono specie vegetali portate fuori dal loro ecosistema originario e che quindi iniziano a produrre, col freddo, (in modo energeticamente anche molto dispendioso) acido abscissico: reazione biochimica del tutto disperata della pianta e crio-costretta, che la porta alla perdita totale dell’apparato polmonare vegetale.

Al tempo stesso, nella predetta zona del Kenya, il melo è caratterizzato da una formidabile e squisita produzione di frutta, persino con due produzioni all’anno, e con maturazione totalmente scalare: tale che ogni giorno dell’anno siano presenti freschi frutti maturi sull’albero.

Dunque, il melo è una pianta di origine centro-africana, con altitudine intorno ad 800 metri, con processi di speciazione iniziati intorno a 9 milioni di anni fa per effetto in particolare dell’orogenesi graduale della Rift Valley, e terminati intorno ai 7 milioni di anni fa, quando il sollevamento orogenetico della Rift Valley stessa assestò l’area del melo intorno ai predetti 800 metri sopra il livello del mare.

Molto tempo dopo, per esattezza oltre 5,2 milioni di anni dopo, la prima violenta glaciazione di 1,8 milioni di anni fa portò la specie umana, in profondissima coevoluzione col melo, ad uscire dalla zona della Rift Valley, soprattutto verso nord-est (l’orientazione naturale della Rift Valley, in direzione della ricerca di zone con altitudine minore che offrissero temperature più alte), passando proprio per la zona a sud dell’attuale Egitto, dove sono stati rinvenuti i reperti fossili post-glaciali relativi al melo risalenti a 1,7 milioni di anni fa.

Successivamente, nelle centinaia di migliaia di anni seguenti, la specie umana, in aumento di velocità riproduttiva rispetto a quella naturale iniziale a causa dell’alimentazione provvisoria post-glaciale disperata, si è allargata anche geograficamente, con modalità tipica del nomadismo, fino a raggiungere quasi tutte le aree geografiche dell’intero pianeta. Quasi per prima ci siamo estesi in Europa centrale, infatti i reperti fossili della specie del melo subito successivi a quelli del sud dell’Egitto, sono stati rinvenuti esattamente in Svizzera, con epoca risalente intorno a 1,6 milioni di anni fa, cioè circa centomila anni dopo, trovando anche resti fossili di frutti di mela pure subito accanto al focolare domestico di accampamenti umani.

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Infine, ma solo ed esclusivamente in epoche enormemente successive, intorno ad appena qualche decina di migliaia di anni fa , grazie anche all’archeobotanica, si sono trovate tracce di meli (sempre portate dalla specie umana in migrazione, come fece anche con molti altri elementi ecosistemici trovati altrove durante le migrazioni) sia in medio-oriente, e per ultimo in oriente, compresa la Cina, fino ad oltre lo stretto di Bering che la specie umana attraversò portando poi il melo anche nelle due Americhe.

Dunque, quando si sente parlare, riferendosi al passato, di “melo e medio-oriente”, oppure di “melo e Cina”, o altri posti diversi da Africa (con eccezione della Svizzera, i cui meli risalgono a già solo circa centomila anni dopo quelli africani), si sta sempre parlando di archeobotanica del melo, relativa a poche migliaia di anni fa e non di paleobotanica del melo, cioè relativa a milioni di anni fa.

L’ennesima prova scientifica che il melo non può neanche lontanamente essere di origine né medio-orientale né tanto meno cinese, è data dal fatto che il melo, in quelle zone così lontane dalla sua origine africana, del tutto al contrario rispetto alla predetta zona africana, non solo perde completamente il suo apparato foliare moltissimi mesi all’anno, ma addirittura è salutisticamente molto più debole, con lunghezza della vita di gran lunga inferiore rispetto a quella africana, e con una sola produzione di frutti all’anno (tra l’altro non scalare, e molto minore), tutti parametri essenziali che dimostrano scientificamente anche l’assoluta e più totale non specie-specificità ecosistemica (che si misura specialmente proprio col grado di salute soprattutto polmonare della specie vegetale) del melo rispetto a tutte quelle altre aree geografiche del pianeta suddette, diverse da quelle originarie dell’Africa centrale.

GENETICA DEL MELO

Ora, dopo la prima suddetta glaciazione di 1,8 milioni di anni fa, durante tutte le centinaia di migliaia di anni in cui la specie umana ha portato con sé in giro per il resto del mondo il suo amico vegetale melo, quest’ultimo ha dovuto subire molti cambiamenti climatici, ed i parametri ecosistemici diversi con cui ha dovuto interagire, hanno portato a piccole differenziazioni varietali di mela, creando nel tempo almeno molte decine di varietà diverse. Questo numero di differenziazione oggi è molto cresciuto anche per effetto di incroci e successivi innesti che hanno portato alle almeno centinaia di cultivar di melo, presenti attualmente in tutto il pianeta.

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Tuttavia, anche se le varietà di melo si sono differenziate dall’unico suo genotipo iniziale africano della Rift Valley, che la specie umana mangiava già da oltre 7 milioni di anni fa, ciò, come sappiamo oggi grazie alla genetica molecolare moderna, ha modificato, tramite crossing-over genico in fase riproduttiva e tramite tutti gli altri parametri anche biofisici di differenziazione genotipica, solo ed esclusivamente la parte genicamente attiva dell’intero DNA, lasciando completamente intatta tutta la parte più remota e protetta del DNA stesso, nota con il nome di “junk-DNA”.

zentilia_junkDNA_ShutterstockSi informa che ormai è arcinoto che l’appellativo “junk” è del tutto inappropriato in quanto, quando fu dato, si pensava che quella parte di DNA non avesse alcuna funzione, e venne chiamata troppo frettolosamente DNA “spazzatura” (junk), mentre addirittura ogni giorno si scoprono sue nuove proprietà, persino di indispensabile funzionalità biologica.

Il junk-DNA si è rivelato, infatti, anche una delle più grandi protezioni di ogni specie vivente animale e vegetale. Esso non solo costituisce circa il 90% dell’intero DNA, ma contiene anche almeno centinaia di copie assolutamente identiche di tutti i geni (selvatici), soprattutto i fondamentali, contenuti nella parte attiva del DNA che codificano l’espressione fenotipica dell’animale o della pianta, compreso i suoi frutti. Questi geni, proprio nel DNA-junk, non vengono mai modificati durante l’evoluzione della specie nei milioni di anni: costituendo proprio una sorta di serbatoio di riserva di tutte le caratteristiche genotipiche (e quindi anche fenotipiche, tra cui l’aspetto esteriore), che in questo caso il melo ed il suo frutto avevano originariamente in Africa intorno ai 7 milioni di anni fa, e che ha mantenuto abbastanza simili per ben 5,2 milioni di anni.

Di conseguenza, anche se il melo ha negli ultimi 1,8 milioni di anni formato varietà diverse di mela, modificando leggermente la parte più attiva del suo DNA, la parte dei geni originari africani contenuti nel DNA-junk sono rimasti completamente intatti e, come sempre succede, se soprattutto i parametri biofisici ecosistemici esterni lo consentono, proprio quei geni originari possono essere completamente ricodificati (fenomeno noto come recupero junk originario) e rientrare così nella parte attiva del DNA. Non solo, ma essi vengono addirittura ricodificati con l’aggiunta di tutti i perfezionamenti filogenetici (evolutivi) relativi pure ai vari crossing-over e fenomeni molecolari analoghi, che determinano, nel caso del Malus, il recupero junk originario coevolutosi con la specie umana in base perfino ai parametri biofisici ecosistemici moderni, prima della relativa eventuale selezione naturale.

LA VARIETÀ DI MELA “STARK”

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Ebbene, riguardo proprio alla mela rossa Stark, è avvenuto il fenomeno del recupero junk originario coevoluto: infatti la mela rossa Stark, contrariamente a tutte le altre varietà di mela attuali esistenti, modificate dall’uomo o da condizioni ecosistemiche non specie-specifiche, non deriva da incroci artificiali, innesti artificiali o addirittura nemmeno da incroci spontanei naturali aspecifici, ma da un fenomeno di riassestamento coevolutivo in conseguenza al ripresentarsi casuale di tutti i parametri biofisici ecosistemici simili a quelli della Rift Valley di oltre 1,8 milioni di anni fa. La parte di junk-DNA originaria ha potuto quindi, detto in modo semplice, “reinnescarsi” rendendo operativa tutta quella serie di geni antichi già di base perfettamente adatti all’alimentazione della nostra specie; geni addirittura perfezionati totalmente dal fenomeno della coevoluzione antropica diretta, determinato in questi ultimi diecimila anni per effetto del riassetto della naturale stanzialità primatica della specie umana, che ha consentito finalmente, dopo 1,8 milioni di anni di nomadismo, anche un’interazione molto profonda tra la specie vegetale del melo e la nostra.

Infatti, il recupero dell’espressione fenotipica originaria del melo Stark, tramite soprattutto finalmente l’innesco della codifica genetica junk originaria di tutte le proteine strutturali ed enzimatiche che consentono la morfologia e biochimica attuale della mela rossa Stark , compreso l’effetto della sua massima potenza salutistica sulla specie umana, verificata ormai sperimentalmente e dimostrata scientificamente e applicata sempre più anche in ambito terapeutico ufficiale:

non è avvenuto tramite incroci o analoghi, artificiali, spontanei, o aspecifici, come invece tutte le altre varietà di mela al mondo;

è avvenuto in modo del tutto naturale e autonomo in un ambiente situato nell’attuale America, che evidentemente, con una coincidenza di fattori biofisici sufficientemente simili (casuali) a quelli della Rift Valley originaria, ha determinato il reinnesco dei geni selvatici (di coevoluzione con la specie umana) originari, sempre dominanti rispetto ai geni modificati successivamente, che si trovano in recessività molecolare e quindi inespressa fenotipicamente, generando così la mela perfettamente adatta alla specie umana attuale: la mela rossa Stark.

In effetti, la scoperta di questo tipo evolutivamente perfezionato di mela è avvenuto addirittura per puro caso: un contadino non riusciva a capire perché nonostante tagliasse continuamente quello che lui pensava fossero piante infestanti, queste ricrescevano non solo negli stessi punti e di continuo, ma anche sempre più forti ed insistenti, con una potenza vegetale che non aveva mai visto prima. Quando capì che si trattava di meli, decise di non tagliarli più, aspettando che crescessero, ignaro del fatto che avrebbero prodotto i frutti più squisiti del mondo (a papille gustative disintossicate specialmente), ma anche gli unici frutti totalmente salutari che la nostra specie avesse mai conosciuto da almeno quasi 2 milioni di anni.

Quindi, essendo pure meli nati naturalmente e spontaneamente da seme, non erano né derivati da incroci artificiali, né tanto meno da innesti o qualsiasi altra tipologia analoga, né la fenotipicità generale poteva derivare fondamentalmente da incroci spontanei in quanto di base, sia tutte le caratteristiche biochimiche primarie e secondarie, comprese quelle organolettiche, foto-cromatiche, e morfologiche erano completamente diverse da qualsiasi altra varietà di mela esistente fino ad allora, comprese le famose 5 punte sotto-carpiche tipiche della forma della mela rossa Stark:

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infatti, un’analisi di quelle caratteristiche genotipiche ha consentito di verificare che sono tipicamente di tipo junk e, dunque, le uniche che possono risalire alla selvaticità genica originaria coevolutasi in maniera complementare con la specie umana, in molti milioni di anni di simbiosi

Inizialmente non si conosceva la sua perfetta specie-specificità con la specie umana, quindi i contadini che l’hanno scoperta le hanno dato un nome in base all’unica caratteristica che conoscevano di quel tipo di melo: la sua incredibile forza vegetale e rigenerativa. Scelsero dunque il nome di Stark, lo stesso del loro cognome, di origine tedesca, che significa  “forte”.

Probabilmente la natura ha voluto regalarci l’unica vera possibilità di salvezza che oggi un sistema capitalistico del tutto insostenibile su lungo periodo rende urgentissima.

Cerchiamo di essere tutti uniti, almeno nella diffusione di questo tipo di specie vegetale (soprattutto come autoproduzione personale o meglio, come autoproduzione collettiva, quindi sempre gratuita) che costituisce la più potente e progredita industria ecologica mai esistita: un’industria talmente evoluta che non solo non inquina minimamente, ma anzi purifica e rigenera l’aria tramite le sue particolari ed evolutissime foglie; ha una potenza vegetale che la rende anche del massimo livello ornamentale; produce tutta e la migliore alimentazione mondiale di cui abbiamo bisogno, e persino nella maniera più gratuita: il melo Stark.

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Da ora abbiamo tutti un unico obiettivo comune, che può risolvere con una potenza addirittura infinita totalmente i nostri attuali problemi mondiali: far divenire questo pianeta un semplicissimo gigantesco starketo, che poi non è altro, come già detto in altri articoli del sito, la definizione etimologica esatta stessa di “paradiso” (dal sanscrito “pardes”: “giardino di alberi da frutto”).

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