La città, sepolcro delle intuizioni

Tremendo riscoprire, in luoghi salubri e ossigenati dai nostri ex-fratelli animali vegetali, quanto effettivamente oppressa e soffocata fosse la vita nel mezzo del cemento, smog e altra accozzaglia di vergogne innominabili perché non degne di noi specie umana. Basta davvero poco per ristabilire una fisiologia più normale, allontanandosi da certe mega-carie che non hanno nulla da offrire se non sofferenza (o, al limite, un po’ di speranze in negativo), riabbracciando col respiro l’intorno, nutrendoci di ciò per cui siamo stati creati, ritornando ad amarci e a rispettarci. Quanto mi sembra assurdo che nessuno riesca più a ricordare come il mondo sia un organismo, e che il termine “cellula” sia sbagliato. Ripristinata la connessione, la simbiosi che ci rende vivi e coscienti, si avvia anche il flusso spontaneo delle intuizioni, non altro da semplici disvelamenti della natura (aletheia), che ci paiono “cose” così semplici e banali da farci sorridere per i “nostri” comportamenti adulatori nei confronti di tali fenomeni testimoniati magari da qualche pensatore del passato (e più passato è meglio è, dato che qui la puzza aumenta miserabilmente, e con essa l’intossicazione cronico-cumulativa del sempre più biologicamente degenerato, meno originale e deviato genere umano), come ad esempio Newton che appunto scoprì , svelò la legge della gravitazione universale quando un frutto gli cadde in testa sotto al melo, o così si dice. Quanti ancora hanno il coraggio e la decenza di fermarsi un po’ a riflettere immersi o almeno più vicini alla natura (quella non corrotta dall’interruzione del flegma e dalla violenza reprimente la spontaneità della magia cosmica)? Riflettere significa esattamente quello che dice la stessa parola, ovvero lasciare che l’ambiente entri in noi, fare l’amore con lui tramite la nostra capacità di percepirlo (da per capere) e quindi assumerlo, lasciare che esso entri, senza alcuna fretta, inglobarlo e poi spontaneamente appunto emanarlo: l’illuminazione altro non è che questo… L’attività (termine corretto solo per certi aspetti) intuitiva è la più alta secondo anche vari filosofi del passato, come ad esempio Spinoza, o John Locke, che la ritenevano maggiormente propedeutica alla vera conoscenza ancor più del ragionamento. È un’attività che lascia dischiudere, coi suoi tempi, l’Essere, che non lo rincorre con tracotanza, che non vuole acchiapparlo. É come abbronzarsi. Ed è rigenerante, non è stressante. Tutte le idee più “geniali” sono in realtà semplici squarci del velo di maya, attraverso cui ci è dato per un po’ non un privilegio (alziamo un po’ più la testa, stimiamo di più il nostro meraviglioso ruolo in questo mondo) ma il frutto di un incantevole gioco musicale fra le presunte parti (mente-mondo), la normale, e ribadiamo normale espansione semi-volontaria delle percezioni (così come un frutto è l’ingrossamento dell’ovario di un fiore, e fa da sé, e tanto più è curato pazientemente, ma con pochi e semplici accorgimenti, maggiore sarà il suo gusto e la sua bellezza).

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La perversione, l’errore, il male altro non sono che risultato di repressioni di musiche che vorrebbero evenire spontanee e in libertà, e che invece vengono costrette all’alterazione (tutte le costrizioni alterano). È chiaro, limpido come il mare siciliano alle sei di mattina di una giornata estiva, che più si tenta di dominare, più la natura si ritrae da noi, lasciandoci a secco, depressi (la depressione è un semplice decadimento di connessione neuronale, ovvero neurotrasmettitoriale), stupidi, smarriti. É già tutto qui, dobbiamo solo avere il coraggio di aprire gli occhi e di uscire dall’apnea, perché sebbene all’inizio faccia girare un po’ la testa, e sebbene possano bruciare un poco i nostri occhi, presto (molto presto) non potremo che seraficamente, beatamente e lietamente ritornare a sorridere.

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