Crisi e genesi del ceto medio: una storia recente che sta per finire. Dal trio contadino-operaio-borghese all’uomo medio cives mundi, verso la frontiera dell’informatica.

[Di Ugo Giarratano, studente presso l’Università degli Studi di Palermo]

C’è crisi…” si dice ormai con leggerezza, anche con un po’ di ironia, come a prendere per i fondelli quella che era stata prospettata come una catastrofe.
“Crisi” è stata la parola d’ordine diramata dai canali mediatici, quando nel 2008 scoppiò il noto putiferio, essendosi d’improvviso tutti ritrovati dinanzi al crollo del mercato azionario. Mai nessuno, in questi anni passati sotto l’incombere sempre più timido e sommesso della “crisi”, si è cimentato in una sincera e approfondita genealogia di questa fantomatica parola che dice tutto e niente ed è scivolata ormai nella dimensione dei leggeri e casuali scambi di battute.
Cos’è questa benedetta “crisi” ?
Non c’è più crescita, dicono alcuni; non ci sono più equa redistribuzione della ricchezza e Stato sociale, dicono altri, più moderati (di sinistra, come capita di sentire spesso…).
“Crisi economica” o “crisi politica”, “crisi di valori” o “crisi dello spirito occidentale” ? Insomma, potremmo forse stare mesi a tentare di dissezionare e rivoltare su e giù questa parola, tutti decisi a schiarirne una volta per tutte il contenuto significativo fondamentale, ma non ne vale la pena, perchè l’essenza del nostro tempo, a mio avviso, sta tutta racchiusa attorno alla dimenticata e sconosciuta testimonianza, preziosissima e drammatica nel contempo, di Pier Paolo Pasolini, intellettuale degli anni del “miracolo economico” e del “benessere”, estremamente critico di quello che in Italia a quel tempo si andava affermando, in dieci drastici anni, come il “Potere dei consumi”, il “modo (capitalistico) di produrre e riprodurre la vita” di cui avevano parlato in origine Marx ed Engels (nell’ ‘800), mettendo a fuoco, in più opere, il tratto distintivo della loro concezione materialistica della storia, consistente nell’accordare, in ultima istanza e non esclusivamente come hanno frainteso in molti, un valore preponderante al momento materiale della vita comune, nientedimeno quindi che all’aspetto materiale della produzione (sostanzialmente, come ci si organizza per procacciarsi di che vivere).
Questo modo di produrre e riprodurre la vita si chiama ancora oggi Capitalismo, sebbene Marx ed Engels non abbiano mai usato questa parola per designare questo modello di produzione basato sull’economia di mercato e la proprietà privata (della terra e del lavoro), sulla generalizzazione del sistema di fabbrica e il feticismo delle merci, sull’assolutistica logica di profitto e lo sfruttamento sistematico del proletariato… (per citare alcuni tra i suoi tanti elementi portanti). Prima di giungere alla testimonianza oppositiva di Pasolini, facciamoci un giro tra il marasma mediatico dell’odierna crisi, immergendoci nelle sue mitologie e narrative assai egemoni a livello del senso comune.
Quando serpeggia la parola “crisi” tra le frange dell’opinione pubblica, si dice per associazione che “l’economia non gira”, che“non c’è lavoro”, che “il paese non cresce”, “i politici si mangiano i soldi”, “le banche rubano”, ecc. ecc. Questo è l’immaginario collettivo colonizzato dalle fini parole del Potere capitalistico declinato nella sua aggiornata forma odierna.
Ma poi si dice anche che per la prima volta “i figli non avranno un tenore di vita migliore di quello dei padri”, che “il ceto medio sta scomparendo”, e via discorrendo…
Sono queste le formule discorsive ricorrenti che si alternano nel solco del chiacchiericcio, o della ristretta, accademica o mediatica, visione delle cose.
Cerchiamo un attimo di decodificare questa fraseologia abbastanza comune che funge da schermatura ideologica del modo di produzione capitalistico (è così che lo chiamavano Marx ed Engels quand’era ai suoi albori).

Non c’è lavoro…”

Possiamo iniziare da questo luogo comune che sembra rappresentare l’idea che hanno un po’ tutti della crisi (continuo ad utilizzare questa parola per essere beninteso). A questo se ne ricollegano altri, come predetto, del tipo: “l’economia non gira”, “il paese non cresce”, “la ricchezza del paese…(ecc.)”
Ciò che Marx criticava all’economia politica (a Smith in particolare) era il fare riferimento ad una apparentemente omogenea e comune ricchezza della nazione, mistificando in questo modo la sua vera natura, poiché essa, precisava, non è di tutti, ma del borghese capitalista, ovvero di quello, o di quelli, che tengono le redini del mercato in regime di monopolio (dopo aver fatto valere con le rivoluzioni e le carte costituzionali il principio “sacro” della proprietà privata compravendibile sul mercato), essendo riusciti a venir fuori dalla dura concorrenza riproducendo ed accrescendo il capitale a disposizione. L’espressione ricchezza della nazione, come quella odierna ricchezza del paese, lasciava intendere, ingannevolmente, che essa fosse comune, di tutti, quasi a voler dire che dietro di essa ci fosse una coesa e unita grande famiglia nazionale. Dunque, se sentite parlare di ricchezza del paese, di Pil che cresce o decresce, non dovete pensarci come a qualcosa di nostro, per due motivi: in primo luogo, perché il Pil misura l’entità del flusso di merci, cioè l’andamento quantitativo dei valori di scambio, per cui più si scambiano merci in Italia, in modo autoreferenziale e meccanico come fa il Capitale globale oggi, più il Pil cresce. Chi scambia merci è chi ha il potere, perché ha il capitale da investire e si conquista un posto nel mercato, acquisendo potere contrattuale e politico (quello vero, non quello finto di un parlamentare o di un cittadino qualsiasi); chi produce e/o scambia merci è l’Industria, quella che dà sostentamento alla classe media di produttori e distributori di beni superflui e servizi, gli studenti aspiranti lavoratori, dipendenti o indipendenti che siano, formati dalla scuola dell’obbligo e dall’università. Per cui, la ricchezza, in quanto scambio di merci, non è di tutti, ma di chi si è conquistato un posto sul mercato in regime di monopolio e, a condizioni che sono le sue, e soltanto le sue, smista i suoi prodotti.

Per chiarezza, prendiamo il caso della GDO, la Grande Distribuzione Organizzata, così da smacherare quelle che sono le logiche di parte che si muovono dietro i discorsi comuni, generalisti e foschi, fatti sulla mancanza di lavoro, sia in telvisione che nel mondo reale; questa megastruttura multinazionale di distribuzione delle merci (dal cibo al resto…sto parlando dei super- o iper- mercati, dei centri commerciali ecc.) è ciò che mantiene la classe media (medio-bassa, medio-alta…), e mi riferisco a quella che va a scuola e all’università, si prende una laurea specialistica, consuma merci, tra cui il falso e repressivo tempo libero che le viene concesso dall’alto, e cerca una sistemazione lavorativa nel mondo del lavoro. Questa classe, per via dei riassestamenti del Capitale che l’hanno progressivamente scissa dalla terra e indirizzata verso le mansioni impiegatizie metropolitane, ma più in generale legate al terziario, alla distribuzione di servizi come scuola, sanità, pubblica amministrazione ecc. ecc., non è in grado di coltivarsi da sè il cibo, è assolutamente inetta e incapace di badare a sè stessa, a tal punto che possiamo dire che il Capitale industriale ha creato, ormai da tempo, la prima classe antropica biologicamente non autosufficiente che va a collimare con pressochè la totalità della popolazione occidentale. Se c’è un collasso dell’attuale sistema fondato sul petrolio (e sappiamo che è assai possibile), miliardi di persone si ritrovano a fare la fame, e i contadini superstiti, volendo, non sarebbero neanche in grado di sfamarli perchè loro stessi sono pochissimi in proporzione.
Ora, quando i media, e per riflesso l’opinione pubblica, parlano di ricchezza del paese, fanno un lavoro sporco, volontariamente o meno, perchè danno a intendere ai più sprovveduti (come me, per esempio, che per un bel po’ di tempo, da piccolo, me la sono bevuta, malgrado serbassi dei dubbi e dei sospetti circa la bontà di questa espressione) che questa ricchezza sia di tutti. Alcuni obiettano che questa ricchezza sia anche “tua”, perchè se vai al supermercato o in un grande centro commerciale puoi comprare ciò che vuoi e, in questo modo, la ricchezza viene messa da chi la produce e distribuisce a tua disposizione. In realtà, le grandi catene di distribuzione, i supermercati per esempio, fanno i loro interessi, dando le proprie merci alle loro condizioni, e l’illusione del consumatore, visto esclusivamente come tale dal Capitale tradizionale che produce e vende, di essere libero e parte di questa ricchezza, che poi viene sciorinata come ricchezza del paese, rimane esattamente ciò che è: un’illusione. E questo per il semplice fatto che non ha potere decisionale, laddove, per esempio, se deve proteggersi dal cibo tossico e nocivo, non lo può fare, perchè non è lui che ha la terra e detiene la produzione (e lo scambio), per motivi storici, e ormai conta solo se ha un reddito atto a dargli il potere di diventare consumatore, il che significa che non ha di certo facoltà di riserva sui metodi di produzione e distribuzione, deve subirli e patirli. In che modo ? Comprando, per citare un fatto avvenuto e arcinoto, una fetta di carne di dubbia provenienza e natura, e mangiandosela, salvo poi scoprire improvvisamente, com’è avvenuto più volte e in tanti altri casi che vengono denunciati frequentemente, che ha il morbo della mucca pazza, per via di perversi metodi di produzione che hanno usato ripetutamente dei solventi tossici per ridurre l’eccesso di grassi dalle farine di carne destinate alle mucche sfruttate.
Dunque questa ricchezza è solo di chi possiede il monopolio del mercato, della proprietà privata della terra e del lavoro; chi ne raccatta le briciole, in veste di consumatore, non fa altro che piegarsi alle sue leggi di massimizzazione dei profitti fatte valere a danno dell’integrità e genuinità dei prodotti: quando un politico come Renzi parla di crescita o ricchezza del paese si riferisce, anche e soprattutto implicitamente, all’economia che gira, alle industrie che innovano e si rendono competitive, al consumismo feticistico da rinfocolare e ravvivare e al lavoro degradato e alienato da riprodurre (il precariato normalizzato e l’uomo flessibile, poco choosy e disposto a mettersi a 90° dinanzi alle ondulazioni del mercato); detto fuor di metafora, ciò che si distende nella sua cruda e desolante realtà, laddove un arruffone come Renzi usa le ingannevoli parole d’ordine suddette, è l’universo squallido e infimo di un’umanità sfamata con cibo (ma non solo, tutto ciò che in generale ci serve per mantenerci in vita…) tossico e anonimo, impoverito e nocivo, prodotto iperinquinando e ipersfruttando la Terra e le popolazioni dei paesi latinoamericani, africani o asiatici, oltre che quelle occidentali mortificate a svolgere alienanti e macchinali mansioni impiegatizie. Cibo che viene smistato dalle multinazionali che hanno nei super- o iper-mercati le proprie vetrine espositive, a tal punto che dobbiamo assistere inermi all’abominevole decisione di alcune catene (Carrefour) di lasciare le rispettive attività aperte per ventiquattrore, sfruttando i dipendenti oltre ogni limite (senza straordinari pagati, posto che questo possa compensare lo squallido degrado della situazione) e proiettando, dinanzi a chi viene a sapere di questi fatti, il triste scenario di persone che vanno a fare la spesa di notte…
Questa è la crescita, questa è la ricchezza del paese, l’economia che gira, il privato che dà lavoro…spaventoso è e rimane l’occultamento della realtà nuda e cruda in cui si traducono, o di cui sono espressione mistificante, queste formulette ideologiche.
Ed è perciò così che “io” (ipotetico), incapace di coltivare la terra perchè mi è stato insegnato solo a studiare in funzione del lavoro terziario richiesto dal Capitale post-fordista, membro della classe media consumatrice, non posso fare nulla per avere cibo sano e nutriente. Nulla, se non costituirmi, come in Italia hanno cominciato a fare alcuni dagli anni ’90 sino ad oggi, in Gruppi di Acquisto Solidale che si raccordano coi piccoli virtuosi produttori locali, così da essere sicuro di ciò che mangio (paradosso curioso, in una società che si spaccia libera benestante e democratica…).
In sintesi, quando parlate di ricchezza del paese, non parlate di ricchezza vostra, è un’illusione. La ricchezza è soltanto, misurata come Pil o altro, il flusso di merci astratte che il Mercato registra, indipendentemente dal nostro reale e vero benessere, e in rapporto ai profitti dati dalle capacità meccaniche dei consumatori di assorbire merci su merci. Quando sentite l’espressione suddetta, è agli interessi dei supermercati che dovete pensare, dei grandi centri commerciali e delle grandi catene di fast food, che vendono vestiti prodotti nei paesi sfruttati dove la manodopera è senza garanzie e a basso costo, o cibo scadente imbottito di grassi e zuccheri raffinati. Ma ci sono anche le grandi opere pubbliche che danno una casa al buffonesco Expo2015 della Coca cola e di Mcdonald, o quelle che costruiscono autostrade e superstrade per il trasporto di merci, sempre in funzione del Capitale che le deve spostare e far girare lungo i binari delle sua economie di larga scala… Basti pensare che è stato proprio Renzi a parlare all’Expo di crescita, Italia che riparte “malgrado i disfattisti”, e compagnia bella, sottacendo del tutto l’avvenuto commissariamento per misfatti e irregolarità negli appalti e nella gestione generale, la sponsorizzazione e il servizio resi dalle grandi multinazionali come Coca cola, Mcdonald’s e altri, che di cibo che nutre il pianeta non si occupano per niente, lo sfruttamento della manodopera edile sottopagata per la costruzione della struttura, funestata da numerosi incidenti sul lavoro, la cementificazione selvaggia di un’ampia area coltivata, i forti legami col giro d’affari di Mafia Capitale, l’esclusione dei piccoli contadini dai padiglioni che sono gli unici che curano la terra veramente, ecc.

Ma c’è anche, oltretutto, un secondo motivo per cui bisogna stare molto attenti a esultare per un Pil che va su, ovvero il fatto che, oltre ad essere la ricchezza ridotta ad un’immensa raccolta (privata e feticistica) di merci (come diceva Marx), viene svilita e percepita come sommatoria dei redditi pro-capite utili alla meccanica e tecnica rigenerazione del consumismo privato, il feticismo delle merci, ovvero lo slegamento della produzione dai bisogni liberamente manifestantisi nel proprio vissuto, a tal punto che sono i bisogni che devono rispondere alle merci (la pubblicità, ma non solo, è nata per questo, per indurre falsi bisogni, al fine di piazzare il surplus di merci su un mercato già fisiologicamente saturo).
Dunque, che almeno chi parla di ricchezza del paese sappia che non esiste il paese, una posticcia entità collettiva spacciata per unita e coesa, democratica e partecipata orizzontalmente da tutti, ma il Mercato planetario, con la sua assolutistica e autoreferenziale, meccanica, circolazione di merci. L’Unione Europea, che in Italia negli anni ’90 ha costituito il pretesto per l’onniprivatizzazione assassina dei beni pubblici (ossia il seppellimento del Capitalismo monopolistico di Stato), è nata con questo preciso e primario intento, quello di facilitare e incentivare la circolazione di merci e persone.
E’ chiaro che quando si dice che il paese non cresce si sta dicendo la stessa cosa, ovvero che si è inceppato il meccanismo autoreferenziale di circolazione delle merci. Il linguaggio tecnico e universalizzante dell’universo ideologico mediatico è assai fallace e capzioso, non fa che spacciare per interesse generale ciò che è solo interesse particolare, e sono davvero pochi, se non nessuno, coloro che lo demistificano, tirandone fuori la sua radice particolaristica.
Il “paese non cresce” significa che il Pil non va su, ma rimane stazionario o assume valori negativi, il che vuol dire che c’è la stessa quantità di flusso commerciale, o che ci sono meno scambi di merci, che i consumi privati sono decrescenti e il capitale investito (privato, di alcuni) ristagna. Tutte queste componenti sono viste come variabili tecniche di un grafico matematico che deve quadrare in ogni suo singolo aspetto. Nello scenario odierno di iperconcentrazione informatica e finanziaria di capitali, che allude a foschi e distopici squarci di un futuro orrendamente e ragionevolmente totalitario, una S.p.a. che produce ortaggi, tra gli svariati rami che occupa, si disinteressa completamente della qualità dei prodotti, perché è la legge della quantità che regna, imposta dal regime di mercato e di profitto che nella sua essenza richiede tassativamente di ridurre il prezzo per vendere e fare utili, massimizzando il lavoro sociale astratto (il tempo medio di lavoro).
Non succederà mai che una multinazionale del genere produca ortaggi, come qualsiasi altra cosa, senza fitofarmaci, ogm, automazione, trasporto con combustibili fossili inquinanti, pubblicità ingannevoli e subdole, e così via… Non può, perchè c’è una semplice regola che impronta il suo agire, sacrificando il benessere di tutti: avere più di ciò che si è investito (D.M.D’: Denaro Merce più Denaro).
L’economia non gira significa che il lavoro, i consumi e il capitale, sono deragliati dai rispettivi automatismi concatenati l’uno all’altro e che il meccanismo complessivo si è ingolfato.

Detto questo, torniamo al luogo comune cruciale, quello che più risalta all’occhio nelle conversazioni o discussioni sulla crisi: “Non c’è lavoro…”.

Non c’è lavoro significa che il vecchio tipo di lavoro stipendiato, per la cui penuria oggi ci si lamenta, congeniale al vecchio Potere capitalistico nella sua versione clerico-fascista (cit. Pasolini), ancora relitticamente democristiana e piccoloborghese, è scomparso, assumendo un’altra forma più aggiornata che proverò a tratteggiare secondo quelli che sono certi segni che intravvedo nelle recenti scosse di assestamento del Capitale, il mostro camaleontico che la modernità borghese illuminista ci ha lasciato, il cancro del nostro tempo, il più offuscato e bloccato dall’ipocrisia.
Ma che vuol dire questo ?
Il lavoro impiegatizio piccoloborghese, verso cui si diressero tutti coloro che migrarono dalle campagne verso le città ricostruite, quello che negli anni ’60,’70,’80 arriverà progressivamente a surclassare il lavoro contadino e operaio insieme, è un lavoro che è stato gradualmente e puntualmente troncato dai diversi governi, via via che in Italia dal Capitalismo monopolistico di Stato, fordista, che se ne serviva a suo uso e abuso (“sancito” dal piano Vanoni del ’54) si è passati ad un Capitalismo planetario sovranazionale, emancipatosi addirittura dalla forma-Stato. Oggi chi si lamenta per la mancanza di lavoro non ha chiare quelle che sono sempre state le dinamiche di riassestamento del Capitale che storicamente si è puntualmente scelto il suo lavoro, buttando, quando c’è stato il passaggio dal lavoro salariato al lavoro stipendiato impiegatizio, nel precariato e nella povertà quelli che ancora rispondevano al vecchio lavoro da tute blu. Chi si lamenta non ha che fare, deve stare zitto e adattarsi, se non si permette di mettere seriamente in discussione il Capitale stesso come metodo di produzione… Finchè ci sarà esso a darci da mangiare e a mantenerci, scandendo i nostri ritmi di vita e la qualità stessa del nostro vivere, ci saranno sempre queste drastiche manipolazioni della tipologia di lavoro. Dove va il Mercato va il lavoro, quando in Italia ci fu il boom, l’industrializzazione fordista e gli interessi privati che la richiesero esigevano il lavoro salariato, operaio, (si parlava ancora di classi sociali); dopo la svolta degli anni ’60-’70 che spiana la strada a Internet e agli odierni colossi finanziari dell’informatica-elettronica, il Capitale, attraverso il riassetto delle scuole dell’obbligo e delle università, investe per avere tecnici e professionisti del terziario, dotati di competenze, ed è così che da un universo tripartito, operaio-contadino-borghese, si passa ad un universo di colletti bianchi. Oggi i colletti bianchi sono nel vivo di una nuova trasmutazione del lavoro che dal 2003 ha iniziato ad essere precarizzato sistematicamente, e questa trasmutazione si proietta presumibilmente verso la frontiera dell’information technology, cioè del mondo monopolizzato e gerarchico di Internet…
Il punto è che non ha senso lamentarsi, votando tizio o caio, spaccando vetrine o inneggiando al diritto allo studio, manifestando, protestando, andando in televisione, ecc., perchè se non si mette, e lo ripeto, seriamente in discussione il Capitale, che è nato come furto di beni comuni, non si supera il problema, ci si condanna ad una vita ridotta a sopravvivenza sociale, dove le scelte non saranno compiute da noi ma dagli sbocchi occupazionali.
Non c’è lavoro significa, tradotto, non c’è più il vecchio lavoro dipendente perchè al vecchio capitale fordista non serve più. Ora c’è il telelavoro, o il lavoro informatizzato, non so manco io come chiamarlo, perchè è qualcosa di nuovo. E questo lavoro non esce al di fuori dell’orbita di mercificazione del Capitale, a sfruttarlo saranno (e sono) i colossi di Internet (Apple, Google, Amazon, Facebook).

In Italia, comunque, il processo di globalizzazione, come dicono alcuni, ha comportato la cosiddetta privatizzazione del diritto del lavoro pubblico, avvenuta di pari passo col superamento del vecchio Capitale industriale mediante l’integrazione all’Unione Europea degli anni ’90 (Trattati del ’92), già preparata negli anni ’80 e compiuta nel decennio successivo mediante uno scellerato processo di liberalizzazione e dismissione, ovvero, tradotto, di svendita al Privato del patrimonio pubblico. Processo che guidò l’allora direttore generale del tesoro Mario Draghi, poi dirigente alla holding Goldman Sachs e oggi presidente della Bce (curiosa parabola ascendente…). Per sintetizzare il senso di quella mastodontica svendita al privato che fece il Ministero del Tesoro negli anni ’90, con la scusa dell’Unione Europea, cito queste due fonti che parlano da sè, una su Draghi e un’altra su un suo collaboratore della tecnostruttura del Tesoro preposta alle privatizzazioni:

Draghi
Citato da 
Proteo.org “Club privé. A cosa sono servite le privatizzazioni delle banche italiane.” di Leonardo Valle.
“Si può tranquillamente affermare che la Direzione Generale del Tesoro diretta da Draghi (“sotto” non meno di 6 diversi ministri) sia stata un caso emblematico di “autonomia dal politico”. Tale struttura “tecnica” ha in realtà costituito, per tutti gli anni Novanta, uno dei pochi veri poteri forti di questo Paese. Un potere di fatto privo di ogni legittimazione democratica e di un vero controllo sul merito e sul metodo delle scelte assunte. E per giunta arrogante. Basti pensare alla risposta data da Draghi a chi, durante un convegno, gli chiedeva timidamente se non sarebbe stato il caso, prima di privatizzare, di aspettare un quadro legislativo che consentisse le liberalizzazioni (magari per evitare di avere monopoli privati e non più pubblici, come poi è di fatto accaduto…): “qual era la capacità di produrre leggi che aveva quello Stato, nel ’92-’93? Avremmo aspettato all’infinito! [1]
(se fate ctrl+clic sul numero, trovate il rimando alla nota dell’articolo citato che riporta la fonte giornalistica).

Questo invece è il collaboratore Dario Scannapieco, oggi vicedirettore della Banca Europea degli Investimenti, che scrisse, al tempo, in un suo articolo:

«si è sfruttata l’occasione offerta dalla necessità ed urgenza di rispettare gli stringenti vincoli esterni, imposti dalla partecipazione all’Unione Monetaria Europea, per avviare iniziative volte alla ridefinizione del ruolo dello Stato ed alla riforma, in senso maggiormente concorrenziale, dei mercati ».

Perciò dopo gli anni ’90, con le numerose leggi di organizzazione della globalizzazione su scala nazionale, tra cui la legge Biagi del 2003, si è dato impulso alla generalizzazione del lavoro precario (cioè alla sua mercificazione), con alti margini di flessibilità (come si incominciò a dire facendo un uso criminale del linguaggio), con contratti a tempo determinato privi di garanzie e ad elevata mobilità (altro termine criminale) da un ramo all’altro del mercato. Illustrerò un’altra volta in che cosa sono consistiti questi processi di riassestamento del Potere, di silenziosa rivoluzione interna; al momento mi preme dare un quadro critico d’insieme di quella che è stata la rovinosa e scellerata genealogia dell’omologazione dell’Italia al Capitale industriale, da paese contadino qual era. Il responsabile fu il Potere sovranazionale dei consumi, artefice della mutazione antropologica degli italiani, come denunciava disperatamente Pasolini…

Ma a chi serve questo quadro ? A che scopo farlo ? Quale utilità ?

Serve agli studenti, liceali e universitari, affinché si affranchino dalla legge del Mercato che li asservisce al dovere sociale dello studio, inducendoli ad abituarsi a pensare la libertà come un miraggio, o, per compensare, come falso tempo libero. E’ un quadro che smachera, nelle sue linee generali, la vera sorgente del potere, ciò da cui tutto dipende e discende sotto le mentite spoglie di una scelta politica di buon senso (giusto per citare un’altra parola d’ordine di Renzi che ha parlato più volte di rivoluzione del buon senso). Non è possibile nè auspicabile nè ammissibile che intere popolazioni siano condizionate dalla prepotenza e dall’arroganza di monopoli di Capitali che oggi col TTIP prospettano scenari fondati dominati da un potere oligarchico di fatto, finanziario e informatico, ipertecnologico e totalizzante, velato da una sinistra logica della ragionevolezza e dell’accomodante adattamento, capace di avvinghiare con successo spaventoso sudditi di nuovo conio.
Dunque il nuovo millennio dei nativi digitali si è aperto in Italia con la prosecuzione dei processi di privatizzazione, rilevati dalla Corte dei Conti, una volta terminati, come irregolari… La legge biagi del 2003 ha sancito l’éra di transizione passata nel segno del lavoro precario, fino ad arrivare a Monti e al noto articolo 18 con annessa riforma pensionistica (pensati per andare incontro alle istanze deregolamentatrici del Capitale) ecc., fino a Renzi che altro non può fare che mettersi anche lui a 90° dinanzi al Mercato (lo chiama mondo, quando si sente meno audace e più sibillino nei suoi slanci retorici…).

Ma perchè gli studenti dovrebbero sospettare della bontà della propria condizione, o delle intenzioni del Mercato ?

Perchè gli studenti (mi ci metto anch’io ovviamente) sono il prodotto evoluto di un blocco di generazioni che hanno vissuto il momento iniziale di incubazione embrionale al sistema neocapitalistico di istruzione, un vero e processo di minorazione e rozza borghesizzazione che, mediante la scuola unica dell’obbligo (1962) e l’università di massa (con sommovimenti studenteschi conformistici e picco di iscrizioni verso la fine degli anni ’80), ha imposto lo studio di materie scientifiche e umanistiche, allevando i ragazzi/e, per sua stessa ragion d’essere, al lavoro intellettuale da impiegati, o tecnici-professionisti, allo stinto italianuccio astratto e ad un pasticcio di valori lacunosi e falsi, come il carrierismo e il laicismo edonistico del consumo che hanno desacralizzato la vita e la natura sino a far languire nella malattia del cattivo vuoto (nota come nichilismo).
Minorazione che, per essere più precisi, ha comportato la dipendenza totale (e totalitaria) dalle industrie per il soddisfacimento del proprio fabbisogno, esponendoci ai rischi oggi denunciati e sentiti: cibo adulterato tossico, nocivo, impoverito, di dubbia provenienza e natura, fatto e smistato, come i vestiti, gli elettrodomestici, gli aggeggi elettronici ed elettrici ecc., a spese della Terra e dei paesi sottosviluppati (come vengono bollati ideologicamente e razzisticamente).
Gli studenti sono la nuova classe sociale di sfruttati, rosi e oppressi dal dovere repressivo dello studio nozionistico forzato, dallo stile di vita, scolarizzato o universitarizzato, macchinale e alienante, dall’ansia di trovare una sistemazione lavorativa e familiare normale e sicura, dalla mortificazione costante del voto (come premio o punizione) e dell’imposizione giornaliera, forsennata, di esami su esami, interrogazioni, compiti in classe, noiose lezioni frontali da appuntare meccanicamente…
L’universo studentesco sembra una pietà michelangiolesca, dove tutti cercano di scendere a patti col dovere quotidiano della scuola e dello studio, facendosene una ragione, convincendosi o anche solo facendo finta di essere sani, piegati dal disincanto e dalla rassegnazione, laddove non sono persino galvanizzati e sedotti dalla perversa soddisfazione di prendere un buon voto e sentire di aver fatto il proprio dovere. E’ una realtà triste e atroce, soprattutto perchè è mascherata di ragionevolezza e normalità, di ineluttabilità e fissità.
La storia del potere capitalistico ci ha condannato al lavoro precario, all’inquinamento dell’aria e del mare, alla bruttezza desolante delle nostre città deturpate dalla speculazione edilizia e alla spersonalizzazione della vita metropolitana, al cibo tossico e impoverito, alle malattie della civiltà (diabete, ipertensione, obesità, cancro, infarto, ictus ecc.), ai vestiti scadenti fatti col sangue della manodopera asiatica, africana o latinoamericana, ai telefonini, portatili, televisori, lettori musicali, console videoludiche, prodotte col coltan estratto col sangue dei popoli congolesi, e africani più in generale, tenuti nel caos sociale e nella miseria più totale…
Ma tale potere, tale modo di produrre e riprodurre la vita, ci ha anche prosciugato, abbrutito, degradato, lasciandoci in balìa della coazione all’adattamento e del bieco fatalismo, spingendoci a ritagliarci una libertà che sa di più di licenza, fatta di uno spazio privato appartato in cui si sopravvive con un posto di lavoro precario e le sue ristrettezze. Ci ha fatto insicuri e turbati, frustrati e ansiosi, angosciati e depressi, privi di radici e legami…
E’ questa quindi l’assurdità, dover essere soggetti a forze che decidono della nostra vita, senza che noi possiamo far nulla, buttandoci nella distrazione, la merce più importante e redditizia, su cui lucra e specula l’industria del tempo libero e del divertimento programmato.
Qui non dico che bisogna smettere di leggere, documentarsi su argomenti che interessano o altro, non sto assolutamente dicendo questo. Ma c’è una grandissima, abnorme, differenza tra lo studio, e nella fattispecie questo studio, e la cura di se stessi, quella che riguarda ognuno di noi, il nostro vissuto, le sue conflittualità, le sue pulsioni naturali e le sue libere prospettive di ricerca e realizzazione.
La crisi, la crisi del ceto medio, l’economia che non gira, il paese che non cresce, la ricchezza del paese…, il lavoro che non c’è, sono tutti tasselli di un mosaico che sfugge nel suo insieme ad una pletora di adulti integrati che hanno dimenticato quel singolo e critico momento in cui hanno accettato l’obbligo dello studio forzato, della scuola, del lavoro impiegatizio fisso che ha condizionato la loro epoca di embrionale gestazione e acculturazione al tipo americaneggiante dell’uomo medio, che volta le spalle all’uomo contadino e operaio. La scuola e l’università, in quanto scuola e università del Capitale, che oggi si volge in modo sempre più compiuto verso la frontiera dell’elettronica e dell’informatica (con Internet e le fabbriche automatiche con stampanti 3D), rendono schiavi, inetti, incapaci di badare a se stessi ed essere auto-resilienti, addestrano alla mentalità del compromesso e dell’adattamento a fini prefissati e stereotipati per tutti, quelli del Mercato.
Che fare dinanzi a questa nuova rivoluzione interna del Capitale ? E’ tutto perduto ? No. Gli studenti sono coloro in grado di affrancarsi, prendendosi qui a Palermo un orto al Codifas che ha rimesso a coltura terreni dissociati rendendoli luoghi di libera socialità e autogoverno. Iniziare a curare un fazzoletto di terra, entrando in contatto con la nostra dannata terra palermitana, orrendamente cementificata. L’orto è il primo passo di una transizione verso una nuova lotta silenziosa e “passiva” contro il nuovo Capitale di Facebook, Amazon, Apple e Google che hanno ormai il controllo sui nostri dati personali, privi di regole che non siano le loro, senza restrizioni di sorta nè controlli autenticamente democratici e partecipati da tutti. Poi ci sono gli ecovillaggi, le città di transizione, i condomini solidali, i luoghi urbani autogestiti, ma ancor prima il discorso da riaprire sul libero accesso alla terra, compressa entro i calchi intransigenti delle imperanti logiche di mercato, laddove non è palesemente monopolizzata. La via d’uscita c’è, non è facile, ma c’è. E si chiama orto condiviso, per recuperare in chiave nuova le locali e svariate tradizioni contadine andate perdute, libere e spontanee quali erano, ma in fondo, così è avvenuto, destinate a perire, schiacciate da una vuota e repentina modernità. La modernità del Capitale.

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