Il perché del “perché del che cos’è il che cos’è” e il perché del “perché del che cos’è il quando”

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Siamo davvero sicuri che la domanda sul che cos’è l’ousia sia la più cruciale? O che lo sia invece il che cos’è il quando di essa? O semmai l’occidente abbisogna di domandarsi invece proprio sul domandarsi stesso? Non dovremmo forse iniziare a interrogarci sul perché ci interroghiamo? Perché lo facciamo? È davvero come diceva Aristotele, ovvero l’uomo si domanda in quanto è animale razionale ergo cogitante, oppure la situazione del cogitare è indotta, oppure essa è solamente una funzione biologica attivata in condizioni di emergenza ecosistemiche, non adeguate ai reali fabbisogni umani: ecco quindi il perché del perchè?? Quale angelo o creatura beata nella legge di Dio si porrebbe mai la domanda, nella sua condizione di completezza, naturalità, soddisfazione e eterna consapevolezza ed eterno riempimento ? Chi parla se non chi non sa? Il saggio non sta forse sempre in silenzio? Nel Tao non vien forse detto “chi sa, non dice?”. Ecco quindi forse il perché della domanda: è la situazione di mancanza, di insoddisfazione, di inadeguatezza (ai nostri istinti che urlano bisogni altri) che provoca la domanda… Che provoca la riflessione, e quindi la ricerca (ma di che?) di un qualcosa di perduto, o che perlomeno ha da esser trovato, che ci chiama dal suo nascondiglio, incessantemente. Chiediamoci (esercitiamo questo meccanismo di emergenza): è davvero logica l’illazione tipica dell’atteggiamento occidentalistico che attribuisce un dovuto utilizzo per qualsiasi cosa esista, proprio in quanto esistente? Ovvero la convinzione aprioristica che se ad esempio un organo, o una specifica attività di esso esiste, allora sarebbe perché è sempre previsto che questo qualcosa debba essere utilizzato, fatto funzionare, messo in moto, esercitato (e anche sovraeccitato fin quasi alla nausea)? Non potrebbe invece solo trattarsi di funzioni organiche emergenziali, che si attiverebbero in condizioni ostili o non adatte alla nostra vera costituzione substanziale (ergo ai nostri reali bisogni e quindi alla nostra serenità), proprio per ricercare questi ultimi fra parentesi, di modo da poter ricostruire nel tempo, una volta ri-scoperti tali bisogni reali da soddisfare secondo natura (e quindi secondo progetto divino per i credenti) proprio le condizioni che potrebbero dissetarli o il più a lungo possibile o (chissà) magari perfino definitivamente?

Se si rimane convinti che il fine della domanda sia la domanda stessa, persuasi che sia il solo ricercare continuo e senza fine (nel senso di termine) ciò che invero renderebbe l’uomo un uomo , che l’uomo sarebbe uomo in quanto “essere razionale” che troverebbe la felicità e la realizzazione dunque con l’esercizio della ragione propedeutico solo a se medesimo, allora non si rischia per caso di rimanere invischiati nell’infernale circolo vizioso e dannatissimo dell’elucubrazione? E questa non potrebbe essere la principale nostra fiaccola, luce, faro, guida verso la malata alienazione da cui il nostro apparato neuronale cercava e cerca tutt’oggi invece disperatamente, proprio iniziando a domandarsi, di uscire per non affogare nell’alienazione? Non si finisce sempre più per precipitare nella dicotomia, e in un atteggiamento inconsapevolmente e probabilmente innocentemente (perché ignorante ipoteticamente proprio la vera natura umana) compulsivo e sadomasochistico?

L’animale umano non è solo “animale razionale”. E a dircelo non è solo la scienza, ma la ragione stessa in sé e per sé tutte quelle volte che si trova a essere esercitata in maniera spontanea per quello che veramente è: uno strumento per farne sempre più a meno. Essa è allo stesso modo della tecnologia, e così come qualsiasi artificio: strumenti e nient’altro, che dovrebbero servirci a soddisfare i nostri veri bisogni, purtroppo oggi opposti ai nostri desideri (quando dovrebbero di contro incastrarsi gli uni gli altri) a causa della natura corrotta dalla e della specie umana, derivante e derivata proprio dal fatto che ormai essa nasce, cresce e si sviluppa nella medesima non-natura che originariamente costruì solo per emergenza in assenza della vera natura, per ritrovare o provare a ristabilire un giorno quest’ultima. La domanda, la ricerca allora, sorgerebbe solo ed esclusivamente per rispondere, trovare, e una volta trovato quello che, sorgendo, essa cercava, assolta perciò la sua funzione, non potrebbe far altro che cessare di esistere. Se continua a permanere, è segno che l’uomo non è felice, è segno che il suo apparato neuronale si trova in una situazione di pericolo, in uno stadio degenerato, intossicato, e allora ecco che si attivano tutti gli allarmi.

Come un cane che si morde la coda, ci siamo chiusi in una gabbia sempre più fortificata, per difenderci, proteggerci e conservare la nostra specie, pensando che un giorno, quando la tempesta fosse finita, ne saremmo finalmente usciti. Nessuno di noi (o nessuno di loro) poteva prevedere che questa gabbia (nell’antichità una caverna) ci avrebbe fatto, nel corso delle generazioni, dimenticare il Sole. Chi poteva infatti mai immaginare che un giorno, una volta terminata la bufera, una volta che dalla stessa gabbia fuori fosse visibile il Sole splendente e immense praterie e giardini e frutteti dove tornare lietamente a giocare e saziarci di Luce, la specie umana avrebbe continuato a permanere sigillata nella propria serra, nel proprio bunker, scambiandolo per ecosistema naturale e identificando la propria funzione addirittura nel trovare e attuare metodi sempre più sofisticati per rendere tale prigione (ormai così può esser chiamata) sempre più robusta e sempre più profonda e fuorviante? Chi poteva solo ipotizzare che l’uomo avrebbe non solo deciso di oscurare a se stesso ogni possibile spiraglio dall’esterno della struttura proveniente, per “sicurezza”, ma anche dimenticato che potesse essere tale spiraglio mai esistito? E ancora, chi poteva anche solo supporre che, una volta che nel sistema, per caso e per sbaglio, finalmente fosse subentrato un capello di Luce, tutti gli abitatori ne sarebbero stati non solo profondamente terrorizzati, ma che avrebbero addirittura rischiato la propria vita per ripristinare il loro velenoso e cullante buio fatto di ombre e luci elettriche? Nessuno poteva immaginarselo. E invece è accaduto.

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