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Peculiarità dimensionale degli animali umani: la posizione eccentrica e la natura paradossale del nostro linguaggio e di noi stessi

Ludwig Wittgenstein, la ricerca filosofica, i giochi linguistici

magritte

Während Gott spielt, wird Welt”

(Martin Heidegger)

Ciò che viene proposto è un discorso di natura speculativa intorno al tema del linguaggio della specie umana, in particolare lo si fa cercando di passare, al limite aprire, una porta di confine, di sintonizzarsi su un canale prospettico indubbiamente eccellente, di guardare attraverso la lente, di “utilizzare” un filtro molto particolare, e cioè un libro intitolato “Ricerche Filosofiche” e al contempo, in modo generale, il pensiero del suo stesso autore.

“Che cos’è il linguaggio?” è proprio una domanda eccentrica, in senso plessneriano, e già di per se stessa, essendo stata concepita, si risponderebbe da sola, visto che il linguaggio è essenzialmente ciò che fa.

Se per “linguaggio” intendiamo infatti quello che consideriamo il più “avanzato” o senza dubbio il più interessante anche perché ci riguarda da vicino, ovvero quello specificatamente umano (considerando l’insieme degli esseri viventi di cui siamo finora al corrente a livello ufficiale), allora questo è, in estrema sintesi, quella particolare capacità naturale, o acquisita con un’ eventuale “evoluzione” biologica, di arrivare a parlare abbastanza chiaramente e correttamente persino del linguaggio stesso; ma come vedremo meglio più avanti e già iniziamo a scorgere, più chiaro e corretto è il parlare del linguaggio, più paradossale diventa lo stesso parlarne. Ciò non è affatto spaventoso o bizzarro, visto che proprio il paradosso è il luogo, l’ambiente in cui abitiamo noi specie umana. Dunque essere dotati di linguaggio, nel caso dell’uomo, significa altresì possedere la facoltà non solo di riferirsi a qualcosa nel mondo, ma in particolare è fondamentale sottolineare che significa potersi riferire proprio al linguaggio.

Potremmo anche fermarci qui, visto che tutto il resto, come spesso accade con le intuizioni, è deducibile, ma siccome noi siamo sia musica che musicisti, sia scritti che scrittori, sia filosofia che filosofi, sia creato che creatori, (sebbene ciò che siamo è di gran lunga, sempre e necessariamente più di ciò che facciamo), sia genotipo che fenotipo, sia problema sia risoluzione, ecc. allora appunto che facciamo pure! (e che quindi diciamo!) ma facciamolo di modo che il nostro fare e quindi il nostro manifestare, in questo caso cantare, raccontare, riproporre creativamente e forse fallibilmente il mondo, filosofare, fluisca il più spontaneamente e ritmicamente possibile, perché è il giocare che dà senso alla nostra esistenza, o il calcolare, a meno che il calcolo non si configuri in maniera assolutistica e come gioco vizioso e tracotante com’è ormai divenuto oggigiorno; e si può giocare meglio o peggio, ma solo giocando si impara, e giocando bene e onestamente si impara bene non solo a trovare e acquisire, ricercare ulteriorità appartenente alla Verità che è immensa e quindi inesauribile ed indeterminabile (Umgreifende), ma facendo quest’ultima cosa si impara a imparare…a “imparare a”.

L’importante del gioco, poi, non è vincere, ma partecipare: la partecipazione rende possibile il gioco stesso, non è importante chi lo vince, perché chi lo dovesse vincere lo avrà fatto solo grazie all’appoggio partecipativo degli altri giocatori. Chiunque partecipi davvero, come meglio può, quindi, è sempre un vincitore.

Tutti gli animali giocano, ma il modo in cui lo fa il genere umano somiglia tanto a quello in cui lo fa Dio, qualsiasi Cosa significhi quest’ultima parola. In questo rassomigliare sta proprio il continuo paradosso del linguaggio: più tentiamo di spiegarlo, parlandone, raffigurandocelo, e più esso ci sfugge. Non ci è possibile, infatti, acchiappare la nostra mano con la stessa mano, possiamo al massimo muoverla, farla roteare, aprirla e chiuderla.

Il linguaggio è come uno strumento che contiene se stesso all’infinito, come una matrioska.

Ci pare sia credibile e appropriato dire che alla specie umana è dato porsi fuori dal linguaggio solo e soltanto nel linguaggio, proprio perché il linguaggio umano, come l’uomo, è in una posizione eccentrica rispetto a se stesso ed è anzi, più precisamente, la prova manifestata della nostra facoltà decentralizzante (sempre in senso plessneriano), ergo del nostro alto livello autocoscienziale rispetto a tutti gli altri animali non umani: il linguaggio è già alle spalle di se stesso, e questa sua posizione ci permette di raccontarlo, anche e soprattutto tramite la filosofia. Che poi chi adoperi il linguaggio riesca meglio o peggio nell’intento, è altra questione. Tentare di dare una definizione del linguaggio è paradossale e ci riporta sempre, circolarmente, frattalicamente, a un infinito riproporsi della questione, ma nel far ciò, nonostante tutto, noi apprendiamo e aumentiamo la nostra conoscenza sul linguaggio, ovvero aumentiamo la nostra autocoscienza della nostra stessa autocoscienza, e siccome è insito nella parola “autocoscienza” l’esser coscienti proprio di una qualsiasi cosa si verifichi nella nostra sfera individuale e sociale, come appunto la coscienza stessa, allora è chiaro che c’è un infinito rimando circolare (e che ci si presenta quindi paradossale), o per lo meno di natura regolare e curvilinea, ellittica, che non può che essere similare a, o allegorizzabile con, qualsiasi attività ludica, stimolante e divertente, istruttiva e spontanea, come il giro di giostra, l’altalena, il lancio della trottola di legno o l’arrampicarsi su un melo.

La filosofia è una battaglia contro l’incantamento del nostro intelletto, per mezzo del nostro linguaggio.”

(RF, 109)

La filosofia, come la cosiddetta “scienza” non possono essere, assolutamente mai e neanche lontanamente assolute, perché il mondo stesso è, sempre in maniera assoluta, un soluto costante di soggetti e oggetti, e questo è ormai anche chiaramente dimostrato dalla fisica quantistica e dal principio di indeterminazione di Heisenberg. Qualsiasi approccio filosofico di andamento sistematico e sistematizzante, si rivela poi inevitabilmente essere sempre interno alla circolarità o ellitticità dimensionale “soggetto-oggetto” di natura ondulatoria. Quindi, esso si dimostra sempre aperto (non può chiudersi nella stasi della sistematicità senza perire) alla totalità più grande di noi e nella quale siamo noi stessi collocati, dunque contraddittorio e, col tempo, necessita di essere demolito come un edificio di cartapesta, visto che distruggere fa parte del processo creativo; o quantomeno abbisogna, proprio per mantenersi vivo, di essere superato o rivisto con occhi diversi, riadattato, implementato a seconda del contesto, dell’epoca storica, perché sebbene noi siamo capaci di vedere le nostre spalle, siamo pur sempre anche quelle spalle, e quindi collocati dentro di noi e dentro il mondo, non (e mai) fuori.

Quelli che distruggiamo sono soltanto edifici di cartapesta, e distruggendoli sgombriamo il terreno del linguaggio sul quale essi sorgevano.”

(Ricerche Filosofiche, 118)

Siamo impossibilitati a concepire altri spazi: siamo nella stanza, anche se siamo coscienti della stanza. Inoltre e soprattutto, siamo noi stessi parte della stanza.

Come e come mai la nostra specie abbia maturato, comunque, una tale capacità linguistica eccentrica, indubbiamente più grande e acuta rispetto alle altre forme del vivente, non ci è dato con esattezza saperlo, finora possiamo solo formulare varie teorie, ad esempio la seguente:

alti livelli di autocoscienza sarebbero propri (e infatti in essi si riscontrano maggiormente) degli animali più “evoluti” e quindi biologicamente più importanti e da preservare, all’apice di milioni di anni di lentissimo avanzamento verso una condizione organica pluricellulare finalmente a configurazione riassestata sul principio del massimo rendimento energetico e della minima energia strutturale come appunto i recentissimi primati e infine la specie umana. Questo principio è seguito da ogni cosa vivente e non, come insegnano la chimica, la fisica, la biofisica, addirittura disperatamente, a cominciare dalla distribuzione degli elettroni negli orbitali di qualsiasi atomo per finire all’intera struttura di un sistema planetario, e a continuare. L’autocoscienza elevatissima, e quindi il linguaggio della nostra specie sarebbe quel fenomeno e quello strumento che ci permetterebbe una capacità auto-conservativa spiccata, e la natura ce ne avrebbe dotati ( o ce la saremmo conquistati, in quanto noi siamo, pure, physis) per permetterci di non estinguerci. Il linguaggio umano avrebbe pertanto, e si sarebbe sviluppato in passato come, semplicemente, una sofisticata funzione biologica, forse addirittura la più importante, ma niente di più. In questa prospettiva, nel momento in cui questa capacità e questa potenza non fossero più utili (perché ormai avrebbero adempito tale funzione) alla sopravvivenza e al ripristino del (o avvicinamento soddisfacente al) equilibrio che donerebbe la pace dei sensi e dello spirito incarnato nell’interrelazione “organismo–ambiente specie-specifico”, allora il linguaggio verrebbe meno e a lui subentrerebbe il silenzio mistico, di gran lunga più funzionale alla felicità, e naturale. O per lo meno, crediamo, il linguaggio cederebbe il posto ad altre forme espressive esautoratesi dalle logiche precedenti (che non avrebbero più senso alcuno per l’effetto-aufhebung), e si exatterebbe nel semplice, e nel ripristino della regolarità libero, giuoco. Questa visione ci sembra non entrare in contraddizione con la teoria dei giochi linguistici wittgensteiniana, anzi.

Con le nostre proposizioni noi facciamo le cose più diverse”

(Ricerche Filosofiche, par.27)

La vera scoperta è quella che mi rende capace di smettere di filosofare quando voglio. Quella che mette a riposo la filosofia, così che essa non è più tormentata da questioni che mettono in questione la filosofia stessa.”

(Ricerche Filosofiche, 133)

Noi sentiamo che, persino nell’ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati. […] La risoluzione del problema della vita si scorge allo sparire di esso.”

(TLP, 6.52-6.521)

Per “ambiente specie-specifico” si intende qui un umwelt non statico assolutamente, ma staticamente dinamico e in divenire come una canzone, una melodia, o le onde del mare, dove il ritmo è dato da, ed è esso stesso la soddisfazione di, un range limitato in cui si collocano i reali fabbisogni della nostra specie particolare, che sono essi medesimi dinamici, ma proprio per essere tali pur sempre seguono un certo andamento in base a un’accordatura da individuare e rispettare affinché si mantenga cosmos e non si degeneri mai nel caos.

La regolarità, invece, è proprio la condizione ritmica, la predetta accordatura che si verrebbe a costituire nell’assenza di pericolo per il nostro sopravvivere e anzi in condizioni finalmente accordate ai nostri fabbisogni reali. Ad esempio, la struttura sociale attualmente vigente non assicura alla specie umana (ancora) un equilibrio tale da poterle permettere di fare totalmente a meno del linguaggio, o che questa nostra funzione biologica si exatti totalmente in forme e funzioni differenti, ma può al limite exattarsi solo in certe occasioni particolari e ancora limitate, e oggi può farlo in modo parziale solamente. Più il sistema sociale sarà specie-specifico, più assisteremo (come forse stiamo già assistendo) sia ad un aumento quantitativo che qualitativo di queste occasioni di libero e dignitosissimo otium, anziché di negotium. Tra l’altro, sembra proprio che molte forme di otium, quando appropriate, siano oggi vantaggiose e funzionali per lo stesso negotium, e non poteva che essere così, se ci si riflette.

Fare yoga, ad esempio, ci aiuta a svolgere meglio i nostri compiti quotidiani; abbracciare la propria ragazza in un parco salubre, non è una perdita di tempo, ma anzi rende tutto il resto del tempo non solo più sensato e bello, ma anche più efficiente e creativo, per non dire produttivo; mangiare una mela rossa anziché un cheeseburger a colazione centra meglio la nostra posizione nel mondo.

È chiaro, poi, che vi sono delle priorità, ma l’otium non è esterno alla gerarchia di queste ultime, anzi occupa un ruolo molto importante, un ruolo terapeutico.

Da questa prospettiva crediamo sia possibile vedere più acutamente e chiaramente anche il forte senso etico di Wittgenstein e il suo ambivalente atteggiamento, sia di forte critica che di passione e rispetto, nei confronti della filosofia.

Non si può fare filosofia mentre la gente muore”

(Wittgenstein lascia l’attività filosofica quando inizia la Seconda guerra mondiale, offrendosi come portantino volontario in un ospedale)

La regolarità di cui sopra, è sempre spontanea e il cammino verso il rispetto sempre maggiore di essa avviene sempre più inconsapevolmente, per questo motivo il suo affermarsi depotenzia (perché rende inutile, o ormai appunto in atto) il pensiero filosofico oltre che, pensiamo, anche i sistemi legislativi, i governi (fatti di norme), verso una struttura sociale del tutto diversa, autogestita e potenzialmente anarchica, e quindi regolata, ma senza norme:

Accetto di cuore il motto: -Il governo migliore è quello che governa meno-, vorrei vedere questa cosa accettata in modo rapido e sistematico. Accettato questo, si arriverebbe credo ad una ulteriore affermazione: -Il migliore dei governi è quello che non ci governa del tutto-, e quando gli uomini saranno preparati per questo, sarà questo il tipo di governo che avranno. Il governo è, nei migliori dei casi, un espediente; ma la maggior parte dei governi sono solitamente, e tutti i governi lo sono spesso, espedienti inutili.”

(Henry David Thoreau, Disobbedienza Civile, p.1)

La regolarità non è infatti l’applicazione di regole, semmai è esattamente il contrario. Uno scrittore di successo, o un ciclista, o un qualsiasi ipotetico demiurgo, artigiano, ecc. è probabilmente la persona meno adatta a descrivere la regolarità per giungere alla buona riuscita della propria attività. Quando si fa qualcosa, si partecipa al gioco. Ma chi partecipa al gioco non ha mai, mentre gioca, un’esatta interpretazione di quello che va facendo, non ci pensa e questo è il motivo per cui grandissimi artisti non sono affatto bravi didatti. Ad esempio, un bambino che impara a parlare, o a camminare e poi a correre, non ha la minima idea della conformazione anatomo-fisiologica dei suoi arti inferiori e non gli serve a niente saperlo; anzi, nell’assurda ipotesi che iniziasse a fissarsi con comico interesse i piedi, a “interpretarseli” per capire come iniziare il suo moto, questa attività risulterebbe deleteria e impedente la buona riuscita del suo sviluppo, come una sorta di perversione autistica. Questo stesso concetto, applicato al linguaggio, ci conduce ad avvalorare la teoria chomskiana della Grammatica Universale, perché, a sua volta, il linguaggio umano, oltre che essere strumento per l’uomo per ritrovare o trovare regolarità ambientale, è una manifestazione di questa stessa regolarità intrinseca alla nostra natura che su di essa eviene (anche proprio a livello organico, biochimico, e gli organi ci servono proprio a percepire, e forse riescono a codificare proprio in quanto codificati alla stessa maniera degli oggetti ai quali vengono esposti sensibilmente, e ci sarà infatti un motivo per cui noi stessi li abbiamo chiamati “organi”), che si manifesta dunque in modo assolutamente (o meglio solutamente) spontaneo e naturale, come in un gioco, ed è peraltro capace esso stesso di creare regole propedeutiche all’accordatura summenzionata (le lingue pidgin sono un buon esempio): noi non apprendiamo la prima lingua dalla grammatica, ma da una regolarità percepita.

83. Non ci illumina, su questo punto, l’analogia tra lingua e giuoco? Possiamo senza dubbio immaginare che certi uomini si divertano a giocare con una palla in un prato; e precisamente, che comincino diversi giuochi, tra quelli esistenti, senza portarne a termine qualcuno; che tra un gioco e l’altro gettino la palla in alto senza scopo, si diano l’un l’altro la caccia con la palla, gettandosela addosso per scherzo, ecc. E ora uno potrebbe dire: Per tutto il tempo costoro hanno giocato un gioco di palla attenendosi, ad ogni lancio, a determinate regole. E non si dà anche il caso in cui giochiamo e –‘make up the rules as we go along’? E anche il caso in cui le modifichiamo – as we go along.

201. Il nostro paradosso era questo: una regola non può determinare alcun modo d’agire, poiché qualsiasi modo d’agire può essere messo d’accordo con la regola. La risposta è stata: Se può essere messo d’accordo con la regola potrà anche essere messo in contraddizione con essa. Qui non esistono, pertanto, né concordanza, né contraddizione.

Che si tratti di un fraintendimento lo si può già vedere dal fatto che in questa argomentazione avanziamo un’interpretazione dopo l’altra; come se ogni singola interpretazione ci tranquillizzasse almeno per un momento, finché non pensiamo a un’interpretazione che a sua volta sta dietro la prima. Vale a dire: con ciò facciamo vedere che esiste un modo di concepire una regola che non è un’interpretazione, ma che si manifesta, per ogni singolo caso, in ciò che chiamiamo –seguire la regola- e –contravvenire ad essa-.

Per questa ragione esiste una tendenza a dire che ogni agire secondo una regola è un’interpretazione. Invece si dovrebbe chiamare –interpretazione- soltanto la sostituzione di un’espressione della regola a un’altra.

202. Per questo ‘seguire la regola’ è una prassi. E credere di seguire la regola non è seguire la regola. E perciò non si può seguire una regola ‘privatim’: altrimenti credere di seguire la regola sarebbe la stessa cosa che seguire la regola.

(Wittgenstein, RF)

La regola è quel consente ad un comportamento umano di delinearsi, di esibire una struttura, di avere una forma. È un know how precostituito, spontaneo. Le norme invece sono oggetto di stipulazione e sono esplicite.

Questo mondo è pervaso e costituito da un certo stile, e questo stile ci pervade in quanto noi stessi siamo mondo, e quando agiamo, facciamo qualcosa che tenda ad essere bello, per farlo essere tale cerchiamo di ricondurlo il più possibile a tale impronta stilistica, regolandoci, ma nel farlo utilizziamo proprio lo stesso stile con cui tentiamo il più possibile di entrare in intimità affinché venga esso stesso ben riproposto nella nostra opera. Noi siamo sia la musica che l’orchestra, qui sta la nostra peculiarità, la nostra dimensione eccentrica e paradossale, ed il nostro linguaggio ce la ricorda, o meglio, siamo noi che tramite esso ce la ricordiamo a vicenda, in tal modo conservandola.

Tornando al concetto di equilibrio, esso sarebbe uno solo, ma le vie per arrivarci sarebbero infinite, esso sarebbe studiabile e approssimativamente individuabile, e non potrebbe che essere tale, proprio per permetterci non solo l’espansione ulteriore, ma anche la conservazione stessa dell’energia che siamo: un gioco privo di regolarità non porta al progresso, un gioco regolare permette, di contro, tantissime se non illimitate combinazioni, come nel tennis. Per camminare, per correre, per ambientarci, muoverci, giocare, semplicemente vivere abbiamo bisogno ad esempio che vi siano certe condizioni regolatrici fisiche e materiali, come l’attrito, la legge di gravitazione universale, l’elettromagnetismo, ecc. altrimenti non potremmo né fare né essere niente. Non è il caos che permette la libertà, ma l’ordine. Quest’ordine è allora una corda, un asse ben preciso attorno al quale serpeggiano tutti i fenomeni esistenti, dal DNA alle galassie ellittiche o a spirale; esso è la chiave di volta che mantiene stabile e possibile l’intero giuoco universale.

203. Il linguaggio è un labirinto di strade. Vieni da una parte e ti sai orientare; giungi allo stesso punto da un’altra parte, e non ti raccapezzi più.

(Wittgenstein, RF)

La cosiddetta “Verità”, che è una sola, quindi, in questo panorama, verrebbe a coincidere proprio con la regolarità del gioco del mondo, con l‘asse.

L’intera filosofia, con Wittgenstein, pensiamo, è allora costantemente e periodicamente “una malattia della mente”, con funzione “terapeutica”: di “ricerca” di quelle condizioni in cui essa stessa possa finalmente venir meno, cadere, retrocedere, oppure avanzare, e nel far questo divenire più artistica e appropriata di prima, visto che la filosofia, in quanto tale, anche la più grezza, se è filosofia rimane pur sempre un’ arte, e come ogni arte essa è mutevole a seconda del contesto; e deve intonarsi, accordarsi al coro dell’epoca storica particolare. E ancora, ogni epoca storica, con i suoi fatti, non è forse manifestazione di esigenze umane che divengono via via sempre diverse? Ma, crediamo, l’esigenza muta nella misura in cui non è sempre mezzogiorno, né sempre mezzanotte, ma ci sono albe e tramonti, mattine e sere. Tuttavia il giorno, e i giorni, come le onde, sono sempre regolari, hanno una regolarità fissa, la loro ciclicità.

Non si è detto molto.

Si spera, ovviamente seguendo il grande esempio metodologico wittgensteiniano da cui i nuovi filosofi (a cui allude speranzoso anche Nietzsche nel suo “Al di là del bene e del male”) o gli “eredi dell’oggetto che usava chiamarsi –filosofia-” (così definiti dallo stesso W.) hanno e avranno certamente per lungo tempo molto da imparare e prenderanno esempio, che “ciò che non è espresso, tacendolo verrà addirittura definito meglio”.

Una nuova generazione bussa alla porta, non voglio essere io a sprangarla”.

(Bertrand Russel su Wittgenstein)

C’è sempre in effetti moltissimo da dire, ma speriamo che emerga solo l’essenziale, in accordo con il principio dell’iceberg di Hemingway, che forse inconsapevolmente seguiva anche Wittgenstein:

Io cerco sempre di scrivere secondo il principio dell’iceberg. I sette ottavi di ogni parte visibile sono sempre sommersi. Tutto quel che conosco è materiale che posso eliminare, lasciare sott’acqua, così il mio iceberg sarà sempre più solido. L’importante è quel che non si vede. Ma se uno scrittore omette qualcosa perché ne è all’oscuro, allora le lacune si noteranno.”

(Ernest Hemingway in un’intervista)

Il pensiero di Wittgenstein è senza dubbio un pensiero importante e con pochi precedenti perché è un pensiero coraggioso, in quanto è aperto al paradosso e alla contraddizione inevitabili, e non cerca di nasconderli ma anzi, come in casi molto rari nella storia della filosofia, essi emergono con fierezza e fin quasi con sfrontatezza. La cosa che più ci assicura sulla natura profondamente ed esattamente filosofica di questo personaggio, come con Friedrich Nietzsche d’altra parte, è proprio il fatto di essere stato frainteso, interpretato in modi differenti, ancora oggi poco capito, e soprattutto di essere stato accusato di non essere affatto un filosofo, specialmente dall’ambiente accademico: non è vero forse che tutto ciò che è filosofico può solo essere vissuto, giocato, percepito, esperito, ma non capito, visto che “capire” deriva da “capere” e significa “contenere”, e la filosofia è un’ attività (non una disciplina) che cerca di cogliere l’uomo nella sua massima oscillazione, quindi al massimo essa può coincidere con il contenitore, non esserne contenuta?

Nietzsche docet: “io non voglio essere capito, voglio essere imparato a memoria”.

Un altro aspetto di Wittgenstein è che egli medesimo sembrava avere un grado di autocoscienza, ergo linguistico, superiore al comune, e la nostra ipotesi è che egli sia giunto, filosofando e scrivendo ma soprattutto vivendo una vita meravigliosa, a rendersi, per questo, conto della sua stessa contraddizione, ma a non averne paura e a non nasconderla o evitarla nella maniera tipica del pensiero calcolante occidentalistico (che ha invece quasi sempre ritenuto, sbagliando, la contraddizione e il paradosso qualcosa da evitare e scongiurare, allontanare, quando invece, come abbiamo visto, essi sembrano essere proprio caratterizzanti la nostra stessa natura di specie umana e quindi, la nostra più grande opportunità e reale potenza), e quindi della maggior parte dei sistemi filosofici a lui precedenti; anzi, ha scelto di accoglierla pienamente come caloroso ethos, come campo da gioco, come spazio limitato nel quale poter muoversi, nella maniera che più ricorda l’approccio dei grandi saggi d’oriente, o comunque i filosofi che Karl Jaspers colloca in quello che lui definì “periodo assiale” dell’umanità (nella sua opera Origine e senso della Storia), e ha deciso di lasciarla parlare:

Le mie proposizioni illustrano così: colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è salito per esse – su esse – oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v’è salito).”

(Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 6.54)

Ma cos’è la scala se non appunto qualsiasi ipotetico o esistente sistema filosofico elaborato da un qualsiasi pensatore passato, presente, e futuro?

Con Wittgenstein c’è un risoluto riconoscimento sia dei limiti umani e sia del fatto che essi consistano proprio nell’impossibilità di individuarli esattamente; poi vi è la loro accettazione, e il muoversi facendo perno su di essi verso “un mondo nuovo”. Non è casuale il fatto che sia lui sia Nietzsche siano stati anche acclamati come nuovi punti di partenza per il pensiero.

Wittgenstein è la lampante dimostrazione, anche biograficamente, in antitesi con l’approccio accademico, che non importa affatto il quanto, e nemmeno tanto il quale, ma il come.

È come arrivare su questo pianeta con una scatola di pastelli, c’è chi ha la scatola da otto pastelli e chi quella da sedici. Ma quello che conta è quello che fai, con i pastelli, con i colori che ti hanno dato. Non state a preoccuparvi di colorare fuori dai contorni, colorate fuori dai contorni, dico io, ma anche fuori dalla pagina!

(Waking Life, film statunitense del 2001, regia di Richard Linklater- Il protagonista ascolta le considerazioni di un autista di un taxi, a forma di nave, sul Viaggio nella vita)

Inoltre ci fa vedere nel concreto (facendolo) che l’unico modo per uscire dagli schemi è farlo negli schemi.

Il suo modo di pensare e di scrivere risultano troppo personali per essere pienamente incorporati nella pratica accademica. Tra l’altro Wittgenstein stesso conservò una singolare ambivalenza nei confronti non solo del suo stesso lavoro, ma della filosofia in generale.”

(Hans Sluga, Wittgenstein, prefazione)

Provenendo da un percorso prettamente tecnico-scientifico, poi, egli ci rammenta non solo dell’importanza della multidisciplinarietà e di un approccio più olistico, teso all’incrocio dei dati, ma anche dell’estrema potenza creativa e della persino banalità e semplicità con cui, con essa o in essa, innocentemente si giunga a risultati eccellenti, più veloci e più avanzati, anche tralasciando moltissimo del vizioso e stagnante “sapere” nozionistico cui sembra ancora oggi purtroppo ci dobbiamo necessariamente e approfonditamente sottoporre riempiendo fin oltre l’orlo il nostro prezioso tempo, senza un motivo apparente, come se cercassimo di ridurre la vita del nostro organismo a una sola funzione. Ma questa funzione in realtà avrebbe senso e “funzionerebbe” appunto bene solo ed esclusivamente se interconnessa con tutte le altre, viceversa si manifesta nella maniera in cui lo fa una chitarra scordata o un flauto intasato: male, come perversione mentale inutile, oziosa, e anche dannosa, appunto sregolata. Un organismo infatti si mantiene vivente e permane nel suo stato di salute quando tutti gli organi comunicano bene e fluidamente fra loro, se fra di essi vi è un’ostruzione, o se v’è uno scompenso, a lungo andare la persona si ammala, o comunque la persona vivrà in una condizione di deficienza. Non solo, essa sarà pure in atto solo per un infinitesimo della sua potenza perché, come nell’elevamento a potenza, maggiore è il numero dell’esponente e maggiore sarà l’esponenzialità con la quale crescerà la base.

Così, come tre alla terza dà 27 e tre elevato alla quarta dà 81, ecc.; un buon sistema cardiovascolare, insieme a una buona struttura muscolare danno un ciclista e un buon sistema cardiovascolare, insieme a una buona struttura muscolare e insieme a una buona genetica danno Marco Pantani; allo stesso modo un ingegnere meccanico che studia filosofia diventa un buon padre di famiglia e possibilmente un bravo lavoratore, ma un ingegnere meccanico che studia filosofia e ha la vita che ha avuto Ludwig Wittgenstein, potrebbe arrivare a partorire il “Tractatus Logicus Philosophicus” e le “Ricerche Filosofiche”.

Dallo stile wittgensteiniano, risulta evidente quindi la forma mentis ingegneristica che, fusa alla passione per la logica matematica e ai suoi studi e influenze da frequentazioni filosofiche, gli hanno permesso il successo, e di vedere e individuare con occhi freschi e limpidi, innocenti, qualcosa di fondamentale importanza che invece l’opulento e forse ormai corrotto e invecchiato sistema di pensiero occidentale aveva ed ha perso di vista o confuso reciprocamente: il vero scopo e il vero strumento:

La nostra civilizzazione è caratterizzata dalla parola –progresso-. Essa è tipicamente costruttiva. La sua attività consiste nell’erigere qualcosa di sempre più complesso. E anche la chiarezza serve a sua volta solo a questo scopo, non è fine a se stessa. Per me, al contrario, la chiarezza, la trasparenza, sono fine a se stesse”.

(PD, p. 26)

Il lavoro del filosofo consiste nel mettere insieme ricordi per uno scopo determinato.”

(Ricerche Filosofiche, 128)

Ma, ovviamente, in questo caso hanno probabilmente concorso proprio a questo anche altri fattori non solo importanti ma preponderanti: come predetto, la sua forza vitale e la sua stessa incredibile esperienza di vita, decisamente variegata, intensa e pratica. Non c’è intuizione, contemplazione, idea migliore che non derivi dall’esperienza concreta, vitale nel mondo: sembra proprio questa la lezione che ci viene insegnata dalla storia di personaggi simili, e che andrebbe sicuramente trasmessa nelle strutture educative odierne (proprio perché un giorno chi abbia appreso, le ristrutturi) ancora ad impianto dicotomizzante, e crediamo alienante, cartesiano.

Quando natura e società vivranno nell’aula scolastica, quando le forme e gli strumenti didattici saranno subordinati alla sostanza dell’esperienza, allora sarà possibile operare questa identificazione, e la cultura diventerà la parola d’ordine della democrazia.”

(John Dewey, Scuola e Società,p.40)

Bastano due pastelli di colore diverso e la possibilità di ottenere un’opera decisamente migliore di un’altra ottenuta con infiniti dello stesso colore è di gran lunga superiore.

Wittgenstein, la sua vita e il suo metodo filosofico sono il divenire incarnato. La sua è certamente una filosofia col martello, che serve sia a rompere, sia a ricostruire (vedi RF, 118).

Studiare Wittgenstein significa con-fondersi; tentare di scrivere o esporre il suo pensiero in modo che l’elaborato o l’esposizione risultino minimamente accettabili e approssimabili ai suoi veri intenti, è più uno sforzo poetico che filosofico, almeno per come si tende a concepire la filosofia nella nostra epoca. Ma questo non è un problema, infatti:

Le risposte che la filosofia dà alle nostre domande devono essere fondamentali per la vita di ogni giorno e per la scienza. Esse devono essere indipendenti dalle scoperte sperimentali della scienza. La scienza costruisce una casa di mattoni che, una volta posati, non vengono più toccati. La filosofia mette in ordine una stanza e perciò deve maneggiare più volte le cose. L’essenza della sua procedura è che essa comincia dal disordine; non ci importa di essere confusi, nella misura in cui la confusione gradualmente si dissolve.

(Wittgenstein, Lezioni 1930-1932)

Con il “secondo” Wittgenstein apprendiamo dunque che il linguaggio dell’uomo non è più monofunzionale, ma esso è (allo stesso modo di come la filosofia è oloparadigmatica) caratterizzato da una pluralità di funzioni. Mentre il Wittgenstein del TLP considerava solo la funzione raffigurativo-denominativa del linguaggio umano, ora:

con le nostre proposizioni facciamo le cose più diverse”

(RF, 27)

e chiama queste altre cose diverse “giochi linguistici”.

Sostanzialmente, crediamo allora, il linguaggio umano avrebbe due gruppi di funzioni, reciprocamente connesse, la prima (originaria) unica nel suo gruppo, causante le altre da essa diramatesi:

  1. Il linguaggio ha funzione raffigurativo-denominativa, e questa specifica funzione nacque all’origine per questioni di esigenza biologica-conservativa della specie.

  2. Dalla prima funzione raffigurativo-denominativa, nella misura in cui essa è capace di raffigurare-denominare anche se stessa, si è innescato il “circolo” virtuoso autocoscienziale che ha portato la specie umana a perfezionare non solo il linguaggio, ma tramite questo anche la propria condizione, che essendo di autocoscienza non può che rivelarsi eccentrica e apparirci, nel tentare di analizzarla, paradossale; tale condizione, anche per questo non può che collocarci (riprendendo il concetto uexkulliano di umwelt) non più in un ambiente, ma in un mondo-ambiente, in quanto ci rende capaci di poter ricreare l’ambiente a noi più consono (perché coscienti di queste condizioni visto che siamo, almeno potenzialmente, consapevoli di noi stessi, della nostra natura e dei nostri limiti, e quindi dei nostri reali fabbisogni) ovunque vogliamo e nelle modalità che preferiamo. Ma una volta attuata la funzione organizzativa e ricostituente delle condizioni in sintonia con la regolarità, e quindi un ambiente (seppur ricreato artificialmente) maggiormente specie-specifico, ecco che il linguaggio si exatta anche in altre funzioni, delle più svariate, che possono essere ancora funzionali alla prima, o pure totalmente exattatesi da questa.

Ma quanti tipi di proposizioni ci sono? Per esempio: asserzione, domanda e ordine? – Di tali tipi ne esistono innumerevoli: innumerevoli tipi differenti d’impiego di tutto ciò che chiamiamo ‘segni’, ‘parole’, ‘proposizioni’. E questa molteplicità non è qualcosa di fisso, di dato una volta per tutte; ma nuovi tipi di linguaggio, nuovi giochi linguistici , come potremmo dire, sorgono e altri invecchiano e vengono dimenticati. (Un’immagine approssimativa potrebbero darcela i mutamenti della matematica.)

Qui la parola ‘giuoco linguistico’ è destinata a mettere in evidenza il fatto che il parlare un linguaggio fa parte di un’attività, o di una forma di vita.”

(RF, 23)

Il bambino, imparando il linguaggio, viene iniziato a una forma di vita. Nell’ultima fase del suo pensiero Wittgenstein usò la nozione di forma di vita per identificare l’intero complesso di condizioni naturali e culturali che rendono possibile il linguaggio, ma anche qualsiasi altra forma di comprensione del mondo. Negli appunti presi tra il 1949 e il 1951 (pubblicati ora con il titolo Della Certezza) insistette in particolare sull’idea che le specifiche credenze devono sempre essere viste come parti di un sistema di credenze più ampio, le quali costituiscono nel loro complesso una visione del mondo. Qualsiasi conferma o smentita di una credenza avviene all’interno di quel sistema. Lungi dal sostenere un generico relativismo, la sua posizione consiste invece in una forma di naturalismo secondo cui la natura del mondo pone in ultima analisi dei vincoli sulle forme di vita, le visioni del mondo e i giochi linguistici. Il mondo ci insegna che certi giochi non possono essere giocati.”

(Wittgenstein, Hans Sluga, pag. 24)

Ipotizzando pertanto, come fatto in precedenza, che il linguaggio umano all’origine nacque esclusivamente con una funzione biologica di autoconservazione, e ancora oggi in parte la mantiene, e visto che tuttavia può esso ormai e anche in futuro, nella misura in cui le condizioni lo permettano sempre maggiormente e aumenti il grado di autocoscienza, exattarsi in qualcosa di totalmente diverso, esso incarnerebbe il principio stesso di “evoluzione” in un’unica creatura, la nostra specie, potendo così favorire il vero progresso*:

Si pensa che l’apprendere il linguaggio consista nel denominare oggetti. E cioè: uomini, forme, colori, dolori, stati d’animo, numeri, ecc. Come s’è detto – il denominare è simile all’attaccare a una cosa un cartellino con un nome. Si può dire che questa è una preparazione all’uso della parola. Ma a che cosa ci prepara?”

(RF, 26)

Un progresso che, lungi dall’essere quello che oggigiorno passa per tale ovvero di natura solo quantitativa e riguardante solo la natura dello strumento fine a se stesso e dunque disfunzionale per noi (come ad esempio la tecnologia o il linguaggio medesimo se disarmonizzato dalla regolarità), senza guardare minimamente allo scopo; è invece un progresso che riacquisisce la capacità di vedere uno scopo in quanto è progresso qualitativo della collettività nella misura in cui questa collettività aumenta il proprio grado auto-coscienziale riaccorgendosi dei propri limiti e quindi del fatto che lo scopo dello strumento non sia lo strumento ma, appunto, lo scopo.

Nel riconsiderare e riacquisire autocoscienza della nostra condizione linguistica peculiare, e quindi della nostra stessa capacità autocoscienziale, e nell’indicarcele, Wittgenstein, lo stesso che lesse “Il tramonto dell’Occidente” di Oswald Spengler, ci riconsegna la possibilità di essere liberi, in quanto consapevoli, guidandoci verso la nostra natura (che è caratterizzata principalmente dal fatto che essa si sa) tramite un metodo filosofico che si sforza proprio in questa direzione, che solletica di continuo qualcosa che va sempre sfuggendo, in quanto è rappresentante noi medesimi.

Non è un caso che Wittgenstein sottolineò che lo spirito prevalente della civiltà europea e americana gli era estraneo e non congeniale, che non aveva per esso alcuna simpatia e che non riusciva nemmeno a comprendere i suoi obiettivi, ammesso che ce ne fossero. (PD, p.26).

In una società come la nostra, capitalistica e neoliberista, tracotante (hybris) perché ignorante o rifiutante proprio i limiti, pertanto incosciente e che si presume e si propone e si comporta come illimitata (e quindi è destinata a tramontare visto che qualcosa di illimitato non può essere né grande né piccolo, non può essere), il pensiero di Wittgenstein ci aiuta a fermarci un attimo e guardarci allo specchio. È una cura. Soprattutto ci invita a filosofare in modo nuovo, in una maniera che non rispecchi la predetta tracotanza, ma che tenga conto dei “vincoli”; ci insegna a giocare, per così dire, in maniera appropriata, regolata, e a non giocare giochi che “il mondo stesso ci insegna non poter essere giocati”, per non cadere in trappola di, crediamo, sistemi filosofici sregolati, quindi pervertiti e ingabbianti. Ma siccome le nostre convinzioni e i nostri sistemi di pensiero determinano, anche searlianamente, la struttura del nostro mondo-ambiente (umwelt) sociale, allora è chiaro che curare il pensiero significa curare anche la nostra società.

Qual è il tuo scopo filosofia?- Indicare alla mosca la via d’uscita dalla trappola.”

(Ricerche Filosofiche, 309)

*“Vero progresso”: si è detto così perché si crede, con Franz Kafka, che “Credere nel progresso non significa credere che un progresso sia già avvenuto”.

Gianluca Perricone

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