Obli quo

Esiste un luogo che si chiama paradosso e in quel posto io ho fatto l’amore. Avevo sempre “essere” in un modo che credevo fosse normale e invece mi accorgo d’un tratto che questa canzone non l’ha mai sentita nessuno, e che forse era giusto da sempre che proprio nessuno la sentisse o la recitasse anche forzatamente, perché è nell’ombra, dentro la tenda del Sole che noi dobbiamo rimanere velati e nascosti, noi stupidi idioti senza cervello a fare l’amore e partorire il nostro sacro e coraggioso si, la nostra santa follia.  Mi vergogno poco di stare tuttora a tremare in questo si, di sapermi da accovacciato conoscere  oltre le barriere dell’immensa nebbia caldamente umida degli aliti degli aditi normalmente normalizzati, proprio oltre, dietro la porta, dietro il dentro. Mi vergogno poco a non capire, di questa mia meravigliosa malattia che mi accompagna da quando sono nato e che mi fa inciampare sempre ovunque anche in salita, negli sguardi distratti e freddi di brutali normalità viventi. Non s’è forse mai percepita la mia orizzontalità, e chissà quanti altri insieme a me sono nati storti  rispetto a questa serratura contorta che si chiama “normale”, forse proprio tutti, e chi ci passa si rompe le ossa definitivamente, si deforma di modo che nessuna madre vorrebbe più accarezzarlo e in segreta evidenza sospirerebbe di indifferenza spietata, quella di cui sono capacissimi gli angeli. Ancora non oso vergognarmi di continuare purtroppo a voler trovarmi nella lacerazione, in un ethos di sangue, di fare da fragile, secco e vecchio elastico fra due universi che giocano a evitare di giocare. Ho questa mia storpia tendenza a trasformare la mia sofferenza in rabbia e incanalarla resilientemente, non dico dove, si fa silenzio o si geme e basta in queste normalità normalizzate. Quello che mi autentica è la mia animalesca voglia di rimanere scoperto, la mia mancanza di prudenza, la mia nudità in guerra, la mia idiozia assoluta, la mia assoluta bontà. Voglio sentire l’insensibilità rude delle spade, voglio vedere l’invisibile onda cancerogena che ormai è un fascio in cui siamo, mi voglio vedere trafitto nel dolore, e non drogato di fronte al mare finto. Io odio l’acqua dei pesci convinti di essere in mare e non in un semplice Acquario. C’è di più del mangime e della morte.

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