il mimetismo, questo nostro nemico nessuno

​Crediamo si dovrebbe considerare prioritario quello che ci sussurra la nostra coscienza, non il senso comune che é un non-sense, nella misura in cui oggi la massa sembra essere tutto tranne che direzionata. Se lo é, anzittutto lo é dall’alto asimmetricamente, in secundis é, a un’attenta analisi, verso un proprio rallentamento, in-versione e depotenziamento, annichilimento, fissazione e implosione (velati  dalla velocitá e progresso della tecnica, che non fanno altro che stabilizzare, dunque mortificare,  la lebenswelt ovvero il mondo della vita, la bergsoniana forza vitale, e movimentare unicamente e abilmente il suo travestimento). La tradizione occidentale ha scelto di plasmare l’era del nichilismo, semplicemente approcciandosi all’Essere con hybris, cosicché l’esserci di quest’ultimo è il ni-ente che affligge e spaventa, ma che non cessa di sistere (stare) nel tentativo di jest comune (dis-trazione) da esso medesimo. In questo senso (effettivo, stavolta), bisognerebbe meditare, piuttosto che mimetizzarsi nella con-formazione del “si” heideggeriano e del calcolo assolutizzato. Non solo necessitiamo di un pensiero autentico, ma proprio di un nuovo movimento linguistico che sia in grado di evocare ciò che con la nostra pre-potente domanda abbiamo nella storia (dal periodo greco in poi) fatto sempre più ritrarre, nascondere. Il dis-velamento (aletheia) dell’essere potrá esserci dunque solo con una ri-voluzione che wittgensteianamente e gadamerianamente con-sistono nel pensare terapeutico (filo-sofico), quindi nel ri-conoscimento del sé reale, dei fabbisogni autentici (ergo accordati alla forma di vita, all’umwelt diveniente, e non indotti, prodotti technicamente), nella ri-bellione (kalokagathos)  dell’umano, che in tal maniera potrá invero abitare il suo ethos: l’aperturalitá ove si possa fare, di volta in volta, in-fine davvero finalmente theorein (nel senso greco originario che indica Heidegger) e cioé “festa” celebrativa la dimensione sacrale, nell’entitá, nella carne che così lo per-metterebbe. Ecco allora che forse ci appagheremmo, invece di sprofondare, nella nostra stessa accettazione del metron, che ci indurrebbe, via via, a mutare sempre più atteggiamento. Smetteremmo ad esempio di definire l’ente, e lo accetteremmo per quello che diverrebbe per noi approcciandoci a lui con più cortesia, in silenzio e ascolto. La veritá, infatti, diceva Nietzsche, “ama nascondersi”, e fugge da chi violenta, calcola, scruta, studia, per andare, di contro, da (e con) chi sta a sapere di non saperla mai, e quindi la vive, la ama, non la possiede (erlebnis).

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