L’arte dell’interpretare, realtà costruite e realtà effettive, il ruolo dei new-media, feedback e agency dell’umano attraverso il concetto kuhniano di gestalt switch nella società contemporanea

magritte

 

“Non esistono fatti, ma solo interpretazioni”

-Friedrich Nietzsche-

“Noi non vediamo le cose per come sono. Le vediamo per come siamo.”

-Anais Nin –

 

Il tentativo essenziale di questo elaborato, considerandone solo le parole immesse e quindi, per usare un concetto hemingwayano, la punta dell’iceberg, al di là dunque delle implicazioni teorico-pratiche che sorgerebbero dall’intuizione del corpo sommerso, è quello di per lo meno stimolare un cambiamento prospettico nella considerazione diffusa (generalmente negativa) che si tende ad avere riguardo i new-media. Si proverà, di contro, a indicare (da lontano) l’enorme potenzialità positiva che in essi è celata e di cui probabilmente ancora oggi poco ci capacitiamo, di cui abbiamo poca coscienza. Come è ovvio, solo chi conosce sceglie, mentre chi non conosce, o conosce male, crede di scegliere e invece, con Kierkegaard, finisce, o rischia certamente di finire scelto da qualcos’altro o da qualcun altro con cui entrerebbe, per questo motivo, in una relazione malsana, asimmetrica di dipendenza generante alienazione. A seconda della portata dell’oggetto o del soggetto misconosciuto o ignorato o male interpretato, quest’ultimo assume una maggiore o minore valenza in termini di pericolosità. Così come per ogni grande scoperta, ad esempio quella del fuoco o della fissione nucleare, la rete non può che rivelarsi ad oggi come qualcosa di estremamente rivoluzionario e sconvolgente in modo irreversibile, come già vediamo, le nostre vite. Tuttavia, da ogni grande potere derivano grandi responsabilità, visto che lo stesso potere potrebbe essere impiegato, come apprendiamo dalla storia, sia per migliorare la struttura sociale sia per devastarla. Una potenza che poi non si studia bene, che addirittura non si capisce né percepisce coscientemente, e che specialmente diviene anche fine a se stessa e dunque oggetto di feticismo è, crediamo, una mina vagante, nella misura in cui non la si controlla. Questo vale in particolar modo nel caso di Internet, visto che si tratta di un fenomeno che si è talmente radicato nella nostra forma di vita da costituire parte e modificare costantemente l’umwelt in cui siamo noi stessi collocati e al quale siamo chiamati ad adattarci, pena la qualità del nostro vivere e perfino la nostra stessa sopravvivenza: indipendentemente dalla nostra volontà, dobbiamo pertanto tenerne conto anziché paurosamente e con tracotanza (hybris) ignorarlo, per cavalcare l’onda, anziché venirne sommersi, e grazie ad essa approdare su nuove sponde, ergo progredire.

 

 

Premessa: che cosa è per noi la comunicazione

 

Fin dai tempi più antichi, la specie umana si è caratterizzata ed evoluta come animale sociale, linguistico, tecnico, comunitario sulla base del fatto che la nostra natura, in senso heideggeriano ma anche plessneriano, non ha una fissità o una staticità assoluta, e nemmeno un andamento circolarmente chiuso come la maggior parte degli altri animali (con una lieve esclusione dei cosiddetti “superiori”, che tuttavia non manifestano il livello auto-coscienziale a noi proprio), ma è collocata in un’aperturalità che appunto, con Plessner, si può allegorizzare nell’ellissi anziché nel cerchio. Questa nostra posizione eccentrica, peculiare e a prima vista (la nostra) paradossale, visto che, da esseri autocoscienti, noi abbiamo la capacità di saperci, e ancora con Plessner siamo collocati alle nostre spalle e dunque in pieno nel paradosso che fra l’altro tendiamo sbadatamente oggigiorno a scongiurare e rifuggire, è la medesima che ci ha permesso di emanciparci da una specifica nicchia ecologica da cui necessariamente dipendere per la sopravvivenza. Ci siamo invece costituiti nel corso dei millenni come specie trasformativa in grado di eventualmente ricostruire un umwelt adeguato ai nostri reali fabbisogni (man mano che li ri-conosciamo, anche tramite il ruolo terapeutico della filosofia, con Wittgenstein). Non si tratta qui di fabbisogni (sarebbe infatti un controsenso anche con quanto predetto sulla nostra conformazione strutturale) fissabili, cementificabili e assolutizzabili, confezionabili, definitivamente definibili e quindi capibili (nel senso latino, da capere, contenere), ma data la natura mutevole e sempre in dunamis dell’esistente che ci comprende, di canoni importanti e individuabili ai quali accordarci per garantirci minimamente libertà di azione, proprio come per suonare bene e persino per generare suono anziché rumore, uno strumento necessita innanzitutto della giusta accordatura. I limiti e il loro senso (metron) non sono limitanti, ma come sapevano benissimo i greci, essi sono la condizione senza cui non della stessa vita, dal DNA, alla cellula, al sistema planetario, ecc.: non può esistere nulla (all’infuori di Dio) di illimitato nella misura in cui senza limiti non potrebbe essere né grande né piccolo,  non potrebbe in definitiva essere. Come l’attrito e le leggi della natura (in generale) ci permettono di manifestarci in questo mondo, di crescere, di camminare, correre, compiere il nostro scopo, i limiti della nostra natura (corporea e spirituale, mentale) ci permettono di far leva e di progredire, esattamente come un pezzo musicale, di evenire nel modo più fluido ed elegante possibile. In questo senso, noi forse siamo, rifacendoci a una concezione romantica, suono che sa di sentire, e sulla base di questo, in grado di suonare a sua volta la melodia del mondo non soltanto bene, ma sempre meglio, a fini sia tecnici, sia poi contemplativi e anche celebrativi. Il linguaggio è lo strumento che manifesta proprio questa nostra posizione peculiare di massima autocoscienza e apertura rispetto agli oggetti e agli altri soggetti della realtà esterna e rispetto anche a noi medesimi, infatti il miglior modo, a nostro dire, per comprendere la funzione (l’ergon) e la natura del linguaggio è quello di dire che esso non ha solamente la capacità di, appunto, dire le cose, ma anche e specialmente quella ricorsiva di dire se stesso. Indagare il linguaggio, visto che i suoi limiti sono anche i nostri limiti, e i processi comunicativi della nostra specie significa esattamente osservare uno specchio, pulirlo sempre di più, ottenere una visione più perspicua e vivere di conseguenza, riscoprire chi siamo, diventarlo, rispettarlo e amarlo.

 

“Il linguaggio contiene al suo interno la filosofia, la circoscrive, la comprende definitivamente.”

 

(Volli , 1994, I filosofi e il linguaggio)

 

Significa divenire noi stessi, più buoni e belli, ergo più saggi (nella concezione aristotelica dello spoudaios), riacquisire sempre più la capacità di riconoscere le cose dannose da quelle salutari, ripulire il nostro istinto per non scambiare, come gli ammalati, il dolce con l’amaro e viceversa, fondare nuove tradizioni, fare cultura e quindi nuovi mondi, come abbiamo d’altra parte sempre fatto o cercato di fare. Non a caso la scuola di Palo Alto, di stampo psichiatrico, sottolinea l’effetto benefico della lingua e della cultura in casi di soggetti disagiati mentalmente, che grazie alla percezione, alla considerazione sempre maggiore di uno sfondo linguistico-tradizionale, si può dire pure sovrastrutturale, riescono a disciogliere i loro impasse ed a meglio adattarsi al sociale.

Ora, una disciplina come Sociologia della Comunicazione, in questa prospettiva, ci aiuta a comprendere non solo i meccanismi comunicativi, interazionali dei soggetti, ma anche l’importanza e anzi il ruolo effettuale e il significato fondamentale che ha da sempre avuto la mediazione dell’informazione dalla costituzione originaria fino sia al mantenimento che all’evoluzione delle strutture sociali sino a quella attuale, che come vedremo si pone ormai all’asintoto di un percorso ad andamento esponenziale per quanto concerne proprio sia la quantità, sia la velocità, sia la qualità e l’accessibilità alle informazioni, in quella che è stata anche soprannominata come l’era del capitalismo cognitivo, o società dell’informazione. Sembra che l’umano sia per natura strutturato come un essere prettamente comunitario, che instaura relazioni vantaggiose e, con Lynn Margulis (volendo sfatare il mito pregiudizievole dell’homo homini lupus hobbesiano, e dell’evoluzione come risultato della lotta per la vita di spenceriana memoria) di simbiosi evolutiva, o meglio coevolutiva, che sia collocato nell’ethos della condivisione, della collaborazione e di fini comuni fin dai primi anni; ipotesi avvalorata, oltre che dalle ricerche recenti sui neuroni-specchio, anche dagli studi e dalle teorie dell’antropologo Tomasello sull’attenzione condivisa che nei soggetti sani si sviluppa, emerge con velocità e spontaneità impressionanti (come interrelazione triadica) fra il primo e il secondo anno di vita, per poi crescere ulteriormente e passare da triadica a n-adica nei pochissimi anni susseguenti. Dal momento che il linguaggio, con Heidegger è la casa dell’essere, ed è anche, a quanto pare, la nostra casa, visto che noi siamo inevitabilmente collocati nella dimensione del simbolico e non possiamo considerare quest’ultima come un accessorio, come anche messo in evidenza dalla teoria wittgensteiniana sull’impossibilità di un linguaggio privato, allora il comunicare non è un’azione come un’altra, ma rappresenta un’esigenza primaria, è il modo che abbiamo per sopravvivere, crescere, evolvere, orientarci. Non si può non-comunicare, noi comunichiamo anche solo per il fatto di esserci come ci insegna, molto prima della scuola di Palo Alto, anche l’Aristotele del terzo libro della Metafisica, con il principio di non-contraddizione. Comunicare ci dà sempre la possibilità di integrare tramite l’interazione, quindi di arricchirci (non soltanto di parole, ma di tutto ciò che trapassa dal linguaggio non verbale, di auree e, con Cavalcanti, “spiriti” o “spiritelli”), pure hegelianamente in negativo: superando (aufhebung) un eventuale conflitto che ormai la Psicologia Sociale ha riconosciuto non solo inevitabile e assolutamente utile, per ovvi motivi, ma perfino necessario per rimanere minimamente in salute non solo mentale ma anche fisica (non che le due cose siano reciprocamente in contrasto: mens sana in corpore sano ci insegna Giovenale). Noi siamo, d’altronde, costituiti da migliaia di miliardi di cellule, siamo infatti un organismo nel quale queste ultime, tessuti, organi, apparati hanno bisogno di stare in costante comunicazione e della maggiore velocità ed efficienza possibile proprio per garantirci la salute, oltre che la sopravvivenza. La malattia cos’è infatti, con Galeno, se non un’ostruzione di un flusso, un pervertimento del cosiddetto flegma? Come lo si vuole chiamare? Pneuma, soffio vitale, logos, anima, canto? Cosa ci garantisce che esso possa scorrere veloce e pulitamente come l’acqua di un fiume, ad esempio nelle nostre arterie fino ai capillari se non una condizione di apertura, appunto, di connessione costantemente comunicativa dei nostri sistemi materiali? Più ci ossigeniamo, poi, più ci capacitiamo di come si faccia sempre meglio. Non vale forse lo stesso principio passando dall’organismo individuale a quello collettivo del sociale? Cos’è la preghiera se non una comunicazione? Ma soprattutto, cosa non lo è se non tutto ciò che è riconducibile alla morte, alla stasi, all’immobilità, all’invecchiamento, all’odio, all’implosione, insomma all’assenza, alle ombre, alla mediocrità? Se vogliamo, citando Stephen King, tenerci sul lato al Sole della vita, dobbiamo dunque comunicare (e si può fare anche in silenzio), accogliere deliberatamente questa condizione di gettatezza in cui ci ritroviamo e con impetuoso salto, slancio vitale, con Bergson, abbracciare il nostro destino ed esserne grati, dire di alla chiamata, al dono, partecipare anche noi (seppur nelle nostre corde)…

 

“Se volete salire in alto usate le vostre gambe! Non fatevi portare su, non sedetevi sulle schiene e nelle teste altrui!”

 

-Nietzsche-

 

…al canto più o meno soave della nostra forma di vita e della Natura, imparando man mano la giusta intonazione e, col tempo, divenire abili nell’ influenzare positivamente l’andamento dell’orchestra, nei nostri limiti, che sono la nostra forza, le nostre stesse gambe. Risulta chiaro che per far questo è necessario che ascoltiamo, che siamo attivi nel processo interattivo di interscambio, che ci sia una retroazione, un feedback proprio per regolarci e regolare, accordarci ed accordare.

 

“Antenata del concetto moderno di comunicazione… è la nozione di ‘comportamento di scambio d’informazione’ che Wiener elabora man mano che, nel 1942, si impegna a sistematizzare quelle di feedback, di input e di output… Per Weiner i fenomeni naturali non esistono di per sé perché il reale è interamente formato dalle relazioni tra fenomeni. L’attività di comunicazione diviene allora costitutiva del reale.

 

(Baylon Mignot 1994, La Communication)

 

Quando noi comunichiamo allora, ci aiutiamo reciprocamente in senso etico, sia nel caso di una relazione soggetto-ambiente, sia soggetto-soggetto, a capire ciò che è giusto (aggiustato) e ciò che non lo è, proprio come quando verifichiamo il nostro aspetto in uno specchio, proprio perché nel comunicare vediamo i nostri limiti, contorni, li sfioriamo costantemente. Il cielo, le stelle, le onde del mare, o l’altro, nostro fratello, sono occasione per la nostra manifestazione, e quindi per la nostra autocoscienza nell’ auto-accorgimento, che muove sulla e dall’empatia, dal nostro sentimento di appartenenza ma anche di divergenza e di assoluta unicità grazie al confronto con il ritmo che in definitiva ogni ente (che è pure cassa di risonanza) segue inevitabilmente nella propria danza manifestativa, e che quindi è esso stesso (dato che ogni cosa che esiste, grazie ai progressi della biochimica e della biofisica oggi si è scoperto essere nel suo complesso un fascio di luce semovente, pura energia, un complesso di onde elettromagnetiche distribuite in campi con geometrie e frequenze specie-specifiche): una regolarità che è condizione della libertà, una norma, delle leggi naturali che non ci impongono alcuna violenza o repressione ma anzi ci permettono (come nel tennis: vedere in proposito l’opera wallaciana Infinite Jest) proprio di poter giocare con infinite combinazioni (allo stesso modo in cui con un solo alfabeto di 26 caratteri è possibile generare Wikipedia e infiniti libri) e improvvisare in libertà. Il materiale è solo un filtro, e lo spazio-tempo anche, che noi “decidiamo” di utilizzare per giocare, operare, rendere grazie, essere, amare, interagire.

 

 

“Due cose riempiono l’animo di ammirazione e di reverenza sempre nuove e crescenti, quanto più spesso e più a lungo il pensiero vi si sofferma: il cielo stellato sopra di me e la legge  morale in me.”

 

-Immanuel Kant-

 

“È da questa sfera di mia proprietà, da questo mio essere qui che posso incontrare l’altro, che, non appartenendomi, si presenta sempre come uno che sta nel suo là. L’esperienza che egli fa di sé non è accessibile alla mia: per questo è un altro. Ma con lui posso entrare in relazione grazie a un rapporto speculare, un rispecchiamento, nel quale egli si costituisce come un alter-ego: un atto mediante il quale io riconosco l’altro nella misura in cui nel mio spazio personale trovo un non-Io che è come un altro-Io. Questo è dovuto essenzialmente al fatto che sono due corpi vissuti quelli che si incontrano. Come sintetizza Raoul Kirchmayr [2004, 23] l’esperienza che faccio del mio corpo viene modificata dalla presenza dell’altro, nel senso che io percepisco –il mio corpo come dall’esterno*, cioè a partire dal ‘là’ che gli appartiene, come se il ‘qui’ coincidesse con il ‘là’. È così che si compie il rispecchiamento tra me e l’altro, cioè quando sento, attraverso questa esperienza spaesante del mio corpo, che quello strano oggetto è un altro-. è un sentire per il quale Husserl ha utilizzato il termine Einfuhlung, tradotto abitualmente con ‘empatia’, ove questa non significa una proiezione sull’altro ma un sentire comune, che, pur senza confonderci l’uno con l’altro, ci accomuna, ‘come se si fosse uno’.

(Piero Amerio, L’altro necessario, pp. 119-120, Il MULINO)

 

“La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.”

 

-Giorgio Gaber-

 

 

Comunicare sì, dunque, per condividere ma,  quindi, con Lèvi-Strauss, comunicare per vivere.

 

 

 

Le condizioni strutturali che facilitano l’interscambio comunicativo e quindi condizioni sempre più umane, stati di maggiore autocoscienza

 

 

Come predetto, dunque, la lingua e la comunicazione non sono solamente manifestative la realtà oggettiva pre-esistente, sebbene già, dal momento che essa viene mediata da queste nostre “facoltà”, si è ormai, pure in maniera heisenberghiana, modificata assieme a noi medesimi; ma, nella misura in cui si tratta di medium, esse fanno realtà, la evocano, ne creano immagini, ma anche concretizzazioni. Non solo, ma a livelli ancora più estremi, secondo il determinismo linguistico di Sapir e Whorf (anni 30-40) a seconda della lingua dipende anche il nostro modo di pensare (e viceversa), così come in psicologia sociale sappiamo che il comportamento è in grado di modificare l’atteggiamento (e viceversa).

Il modo di parlare, le parole e la musicalità che le costituisce, ci dicono moltissimo infatti, e ci fanno sentire tanto del o dei daimon di un determinato popolo, cultura, comunità. Lo sapeva bene il Platone del Simposio che descriveva il dialogo come una relazione erotica in cui ognuno seduce o viene sedotto, oppure lo stesso che   avvisava sul prestare molta attenzione,  se si volesse comprendere o intuire l’anima e il livello culturale di una collettività, al tipo di musica da essa prodotta, suonata, elaborata. Crediamo valga la medesima cosa anche per la lingua: non ne esiste infatti e mai esisterà una unica, ma si ha sempre un repertorio di varietà da nazione a nazione, fra regioni, città, paesi, finanche ai quartieri, alle varie famiglie e per finire ai singoli individui. Non c’è nulla, infatti, che sia perfettamente identico a qualcos’altro, ma neanche a se stesso, nella nostra dimensione temporale.

Proprio in merito al ruolo della comunicazione e del simbolico nella costituzione (e, come abbiamo visto, nella formazione di una particolare prospettiva percettiva) di realtà, riteniamo molto significativo il libro di John Searle La costruzione della realtà sociale, o anche Comunità immaginate del filosofo di ispirazione marxista Benedict Anderson, opere in cui si evidenzia come le infrastrutture artificiali susseguitesi storicamente, compresa l’attuale, non siano altro che il risultato di concezioni, convinzioni (anche religiose), idee, accordi, immaginazioni, credenze e simboli, invenzioni  spesso o sempre utopici e in parziale o pure totale dissonanza (e quindi in ri-accordo, “rivoluzionarie”: termine astronomico che indica un ritorno lento e silenzioso per l’appunto) con l’andamento del periodo in cui sono sorti: questo perché, crediamo, la stonatura di una forma di vita rispetto alla regolarità di cui sopra, nonostante la distrazione e l’eventuale influenza negativa reciproca dei popoli passati o delle masse, target attuali (conformismo), prima o poi venga inevitabilmente disvelata, anche, semplicemente, in maniera spontanea e involontaria da qualcosa che, per sintetizzare con efficacia, rimandiamo al recente ed attualissimo concetto talebiano di Cigno Nero (2007).

 

In breve, prima o poi certe verità si palesano da sé, o vengono palesate, fino a imporsi con irruenza implacabile o anche per pura casualità, similmente a forze naturali represse troppo a lungo, come nel caso della scoperta scientifica, o del riconoscimento di certi diritti o della natura abominevole di certe usanze, habitus, ecc.

Ma perché, e come accade tutto ciò? Quali sono le condizioni strutturali che hanno spinto, spingono e potrebbero spingere in tale direzione emancipativa, progressiva, nobilitante e rischiarante il nostro status?

L’acquisizione stessa di diritti sociali avvenuta lentamente nella storia, in particolare, ad esempio quelli che riguardano la condizione della donna, e le stesse riproposizioni di questi ultimi nel pensiero e nei sentori comuni dei popoli (un esempio lampante sono i precetti delle religioni più svariate e distanti sia nello spazio che nel tempo, che si somigliano finanche uguagliarsi in modo sorprendente) sono sorti forse dal nulla? O semmai da quell’aggiustamento di cui sopra? E non è che questo aggiustarci, sebbene non sia assimilabile né all’una né all’altra, entri in totale contraddizione con l’innatismo platonico-cartesiano o con l’empirismo di matrice lockiana… Semmai, in modo paradossale forse (ma cosa non muove paradossalmente? Muoverebbe davvero se no?), ci sembrerebbe un’azione filosofica, che ha del trascendentale kantiano, integrante le due concezioni, mediatrice. Infatti, il “problema” dell’empirismo e del dualismo innatista è infondo lo stesso: il considerare il soggetto come diviso dall’oggetto, in forza dell’illusione generata da una mente che a fini organizzativi deve necessariamente operare in modo diabolico (in senso greco, da diaballo, dividere), quando invece sono, (e permangono essenti proprio grazie a questo) un unicum indissolubile che si man-tiene sempre in comunicazione, in divenire.

Le condizioni sociali per cui avvenga progresso, dunque, sono sempre quelle che ci permettono sempre più di comunicare in maniera autentica, ma anche veloce ed efficiente. E tuttavia, queste da sole non bastano senza l’agency, senza il feedback. Non basta quindi l’informazione e l’accesso sempre maggiore ad essa, ma è necessario uno sfondo percettivo, un approccio e un modo particolare, attivo del soggetto di accogliere tale informazione, affinché egli veda in essa l’opportunità emancipativa, l’alternativa nobilitante, e non solamente un dato. In questo senso, non v’è molta differenza fra l’atto di autentica conoscenza e quello attivo dell’interpretazione. Onde distinguerci sia dagli animali che dalle macchine, è propriamente il feedback, la nostra partecipazione attiva e quindi interpretativa, ermeneutica (non a caso proprio il termine “comunicazione” si colloca su due strade etimologiche diverse, la prima che riconduce al dio Hermes, il messaggero, appunto mediatore, intermediario del divino; la seconda a munus che significa dono, a indicare proprio la solidarietà intrinseca della dimensione comunicativa) a permetterci di gestire liberamente l’input e di produrre creativamente un output degno della condizione umana: appunto creativo e organizzativo, trasformativo, e non meccanico-mansionario, statico e mortale: “solo grazie ad Hermes” una civiltà più mantenersi in vita di generazione in generazione, nel costante “aggiustamento” paradigmatico di kuhniana memoria, cambiamento, in evoluzione creatrice (con Bergson), avvicinarsi quindi a una condizione più vicina al divino, sacrale (che poi è quella propriamente umana). Non esiste, infatti, alcun “dato”, alcun “fatto”, come è stato ormai dimostrato oggi dalla fisica quantistica e dal principio di indeterminazione di Heisenberg, ma la realtà si presenta in forme, significati in reazione e a seconda del tipo di approccio del soggetto osservante, interpretante, e interagente con essa (visto che esso è in essa e di essa).  Non si può dunque mai dire che qualcosa sia, bensì che divenga, o sia divenuta tale, principalmente grazie all’interscambio interpretativo che, in definitiva, è la comunicazione.

 

“Sia la natura organica sia la società presentano specifici tipi e livelli di organizzazione, intendendo per organizzazione il processo che collega la struttura dell’insieme a ciò che si chiamerà il sistema dell’insieme. All’interno dell’insieme vi sono innumerevoli sottoinsiemi, tutti strutturati e organizzati: ciò che organizza la loro organizzazione è la comunicazione. In altre parole, ciò che essenzialmente distingue la struttura statica da una macchina classica, è il modo in cui il sistema utilizza l’informazione.”

 

(Wilden 1972, System and Structure. Essays on Communication and Exchange)

 

Riteniamo importante quindi ribadire, ri-cordare (dal latino: re- indietro, cor: cuore. Richiamare in cuore: stessa radice di riaccordare) l’indeterminabilità (Umgreifende) della physis, anche perché oggi più che mai sembra diffuso e diffondersi sempre più un atteggiamento pauroso e pericoloso e capriccioso, e non poteva che svilupparsi al meglio nell’epoca che già Nietzsche aveva preannunciato come del nichilismo, e quindi dell’assenza di valori, e come dice D.F. Wallace in “Questa è l’acqua” è impossibile non credere in qualcosa: se si smette di credere in valori e virtù, si decade nell’attaccamento, nella credenza (autoreferenziale e viziosa) in cose effimere e precarie come il corpo, la cosiddetta “carriera”, la salute, (che invero sono solamente mezzi, organi che usiamo per cantare e generare), come anche in “dati-fantoccio” nell’esigenza di trovare sicurezza, e quindi avviene il pervertimento comportamentale che sfocia dalla paura all’ansia, alle manie di persecuzione, panico, depressione, sino al suicidio, ecc. nel momento in cui queste condizioni venissero meno. Si diceva che vige questo atteggiamento superstizioso, secondo cui qualsiasi “dato” che non sia confermato, convalidato e confezionato come “dimostrato scientificamente” e ufficialmente da enti istituzionali della massima autorità (più che effettiva autorevolezza) sia non solo da screditare, ma pure da gettare aprioristicamente nella spazzatura nel più breve tempo possibile; contro cui inoltre accanirsi anche con violenza con quel tipico approccio intrinsecamente insicuro che analizza bene Erich Fromm quando descrive i tratti della personalità autoritaria. Questi tratti sono invero riconducibili all’impertinenza del bambino ancora immaturo che pre-tende immediatamente di avere a disposizione il suo giocattolo, così come heideggerianamente l’uomo occidentale ha preteso di trasformare l’intera natura in un “fondo disposizionale” (Bestand), invece di seguirne con umiltà e felicemente il ritmo, nel suo proprio metron. Come se esistessero davvero leggi o scoperte scientifiche in assoluto corrette e indubitabili, quando invece, come si sa, la vera scienza è proprio quella che si mette sempre in gioco (e lo è essa stessa), è tale proprio perché è valida, perché funziona, fino a prova contraria e le operazioni che compie sia nella ricerca sia poi nella formulazione delle sue teorie sono sempre di tipo interpretativo, perfino le leggi newtoniane sono interpretazioni approssimative, infatti non valgono più se si passa da sistemi microscopici a sistemi macroscopici dove si deve necessariamente fare riferimento alla relatività einsteiniana.

 

“(…) La mia -conoscenza- dell’efficacia del vaccino non si sarà quindi fondata altro che su un’interpretazione, interpretazione che si rivelerà d’altra parte certamente fragile non appena ci si darà pena di mettere in luce le sue condizioni e le sue modalità pratiche. E da qui io potrò allora scegliere di presentare lo stesso insieme di osservazioni-riflessioni-interpretazioni sotto il registro della conoscenza (-un certo laboratorio ha scoperto un vaccino contro l’Aids-) oppure sotto il registro dell’interpretazione (-Un membro dell’équipe di un certo laboratorio mi ha detto che i test di un nuovo vaccino contro l’Aids sembrano risultare positivi-). La differenza fra i due enunciati può sembrare una superficiale questione di moralizzazione, e non sarebbe certamente falso dire che noi siamo sempre, di fronte a una qualche urgenza pratica, in grado di tradurre il secondo enunciato nei termini del primo così come di riportare il primo nei termini del secondo tutte le volte in cui qualcosa verrà a risvegliare il nostro senso di incertezza sulle cose umane.”

 

(Yves Citton, Future Umanità)

 

 

“La fede nella scienza ha sostituito in gran parte la fede in Dio. Con ciò non si vuol dire che Cartesio eliminò l’esperienza religiosa, ma che la trasformò in un culto della ragione incline a fare di Dio un matematico onnisciente, perché fornito di perfetta consapevolezza intuitiva delle leggi razionali. Da allora in poi gli scienziati divennero i nuovi sacerdoti, finché gli sviluppi della matematica e della fisica, da Cartesio così rigorosamente impostate, non hanno aperto un varco nella critica,

Oggi, infatti, gli assiomi della geometria euclidea, incondizionatamente accolti da Cartesio, e il principio della causalità e della sostanza non sono più accettati dai fisici moderni, perché costoro sanno che la matematica è analitica e che le sue applicazioni alla realtà fisica hanno validità delle ipotesi, soggette a continue correzioni in base ai suggerimenti dell’esperienza ulteriore. In altre parole essi sanno che non v’è alcuna certezza vincolante, ed è impossibile affidare a un principio il valore di una verità assoluta e a un sistema scientifico la capacità di esaurire la comprensione del tutto.

Ma per riuscire a concepire una dottrina scientifica aliena da ogni aspirazione alla verità eterna era forse necessario che l’ansia della certezza si consumasse nei tentativi del passato, e che la volontà di potenza, a essa sottesa, si rivelasse nella sostanziale impotenza della scienza, nel presente, a risolvere il problema dell’uomo e del senso del suo inconsapevole dimorare nella verità dell’essere.”

 

(Umberto Galimberti, Il tramonto dell’occidente, pag. 343, Feltrinelli ed.)

 

Il motivo per cui ci si affretta a categorizzare, stereotipare è il solito tipico della nostra civiltà: la paura, l’esigenza spasmodica ed autistica, pre-potente del controllo e del dominio, la volontà di potenza. Una paura che è del gioco, e di esserne collocati, del gioco di Dio (“Wahrend Gott spielt, wird Welt” diceva Heidegger, ovvero “nella misura in cui Dio gioca, si fa mondo” per superare il cum Deus calculat fit mundus leibnieziano), che essendo più grande di noi, immenso, non può essere catturato nel pugno chiuso della mano umana come lo si farebbe con una mela, ma semmai solo intuito, sfiorato ed esplorato senza fine. Come una piuma, il Mistero non si lascia catturare, ma fugge via, si posa invece solamente sul palmo delle mani che decidono di rimanere sempre aperte per eventualmente accoglierlo, ma solo quando Esso, d’altra parte, decidesse di venirci incontro. Siamo, pertanto, ancora nella “pubertà” del mondo, incapaci di meravigliarci , costantemente affannati nel tentativo disperato di assicurarci qualcosa che, proprio a causa di questo approccio tracotante e testardo, fugge via da noi. Solo chi sa di non sapere, infatti, è veramente saggio.

La “comunità” scientifica è davvero tale, allora, solo nella dimensione in cui rimane aperta, comunicante, non alza muri e non si fa mai, svantaggiosamente, stupidamente, autoritaria, ivi sta la sua autorevolezza: nella sua struttura tipicamente dialogante e democratica.

In questo panorama, assumono un ruolo certamente essenziale le scienze umanistiche, dato che educano proprio non solo a pensare, ma a come farlo e a cosa.

C’è una grande differenza fra il mero concetto di “trasmissione” e quello di “comunicazione”: la comunicazione si fonda sull’interpretazione, la trasmissione è invece solo un atto meccanico che può tranquillamente essere svolto da una macchina incosciente,  non-intenzionale che andrebbe a operare esclusivamente su processi sintattici piuttosto che semantici (vedere l’argomentazione searliana della stanza cinese nell’articolo “Minds, Brains and Programs“: Menti, cervelli e programmi) .

 

È inevitabile a questo punto citare l’opera (e alcune sue parti estremamente significative) di Yves Citton “Future Umanità, quale futuro per gli studi umanistici”, di cui riportiamo anzitutto la descrizione in copertina:

 

“Quando parliamo di “comunicazione”, di “società dell’informazione” o di “economia della conoscenza” siamo spesso portati a credere che il sapere si riduca a un insieme di dati circoscritti, brevettabili, immediatamente spendibili nel mercato della nostra quotidianità. Di fronte a questa visione estremamente riduttiva della conoscenza, Yves Citton propone invece una radicale revisione del concetto di sapere e delle sue diverse articolazioni. Le discipline umanistiche spesso considerate “inutili” – fanalino di coda del sistema politico-educativo contemporaneo – sono l’unico luogo in cui sembra possibile sviluppare e mettere in gioco una competenza del tutto essenziale per la nostra società contemporanea: l’interpretazione. Radicalmente differente dalla semplice attività di “lettura”, il gesto interpretativo offre infatti una condizione privilegiata di incontro e sintesi tra intuizione (estetica) e sistematicità (scientifica), tra immediata evidenza del dato testuale e autonomia critica del soggetto. Ma soprattutto, il gesto interpretativo sembra essere l’unica attività capace oggi di promuovere l’emergere di nuove credenze emancipatrici, miti utili, nuove narrazioni condivise. Di fronte all’esasperazione della disuguaglianza sociale e al baratro ecologico che ossessionano la nostra società contemporanea, “Future umanità” non è infatti, semplicemente un saggio di teoria letteraria, ma il provocatorio appello a una riconsiderazione della Cultura umanistica.”

 

Future umanità”: certamente nella misura in cui il mondo-ambiente dell’umano è la risultante del libero gioco (con Gadamer) comunicativo-interpretativo (visto che, lo esplicitiamo: quando noi comunichiamo, se lo facciamo stiamo già addentro all’interpretazione dell’altro da noi) e poi operativo, delle civiltà nel corso della storia. Ovviamente, più questo nostro approccio si accorda con la regolarità di cui sopra, ergo con i limiti e le leggi della natura (approssimativamente sempre individuabili, ancora una volta grazie alla nostra posizione eccentrica), più aumenterà non solo il nostro benessere e la nostra possibilità di realizzazione, ma anche la nostra stessa libertà: essa dipende dal nostro sceglierla sempre di più, man mano che diventiamo pure più capaci di sostenere il peso della sua leggerezza, e cioè più accoglienti, simbionti, aperti. Allora, anche i governi, le società diverrebbero, pensiamo, sempre meno legiferanti e legiferati, sempre più indipendenti dagli enti terzi (industrie del cibo, farmaceutiche, o di sorta) di cui si è accennato nell’introduzione, per insediarsi gradualmente in maniera più accordata, ergo più sostenibile, meno societaria e più comunitaria, meno violenta e più intelligente, più organizzata in maniera amicale invece che formale.

 

“Accetto di cuore il motto: -Il governo migliore è quello che governa meno-, vorrei vedere questa cosa accettata in modo rapido e sistematico. Accettato questo, si arriverebbe credo ad una ulteriore affermazione: – Il migliore dei governi è quello che non governa del tutto-, e quando gli uomini saranno preparati per questo, sarà questo il tipo di governo che avranno. Il governo è, nei migliori dei casi, un espediente; ma la maggior parte dei governi sono solitamente, e tutti i governi lo sono spesso, espedienti inutili.”

 

(Henry David Thoreau, Disobbedienza Civile, p. 1)

 

Ma tutto ciò può accadere solo se ci poniamo nelle giuste condizioni, che sono proprio quelle immaginative dell’interpretazione. Da queste condizioni, purtroppo, oggi come anche nel vicino passato, noi fuggiamo, ce ne distraiamo, e lo capiamo bene, qualora non ce ne fossimo accorti già osservando la quotidianità in cui siamo immersi, leggendo “Fuga dalla libertà” di Erich Fromm (1941).

Un tempo sapevamo cosa volevamo, ma non avevamo alcun mezzo per arrivarci; oggi abbiamo tutti i mezzi, anche i più strani e inutili, ma non sappiamo più di cosa abbiamo bisogno, quindi desideriamo più mezzi possibili e i più potenti, e poi li usiamo al peggio, alienandoci.

 

 

Yves Citton individua, nel quarto capitolo, le condizioni che a suo dire permettono l’atto interpretativo, che come abbiamo visto altro non è che il feedback positivo che siamo convinti ci apra le porte a nuovi orizzonti paradigmatici, la conditio sine qua non del progresso fattuale ed intellettuale e quindi della vita di un gruppo umano. Come nello sport, è necessario sviluppare una certa struttura, forza per passare ad esercizi più complessi e difficoltosi. Ma ovviamente i secondi ci permettono di arrivare molto più lontano (o più vicino, nel senso di ri-voluzione) di quanto non facessero invece quelli iniziali, che tuttavia sono essenziali. Interpretare bene, quindi comunicare, ci consente di creare condizioni sociali in cui farlo sempre meglio e ottenere sempre più nel breve termine risultati che probabilmente ancora neanche riusciamo, appunto, ad immaginare, influenzati come siamo, pure, da una forma sociale ancora agli esordi; quest’ultima però ci serve come trampolino di lancio verso la prossima che incombe. Come la scala di Wittgenstein,

 

“ Le mie proposizioni illustrano così: colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è salito per esse – su esse – oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v’è salito).”

 

(Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 6.54)

 

le sovrastrutture del pensiero e anche della scienza, con Kuhn, una volta trapassate, interpretate, finiscono per mutare totalmente di significato, e la nostra concezione, percezione, considerazione delle stesse “subisce” un ribaltamento gestaltico, anche per la diversità delle esigenze o per le acquisizioni culturali, gli sfondi nuovi della forma di vita contemporanea. Guardare delle ombre su una parete di una caverna è ben diverso dal guardare i soggetti che la generano attraverso l’uso di una fiaccola; com’è ben differente vedere il Sole una volta che si è usciti fuori. Tutti questi passaggi, richiedono un pensiero di tipo interpretativo, quindi un atteggiamento sempre più umile e  comunicativo da parte dei soggetti: il prigioniero x non dovrebbe decidere di rimanere nella condizione di jest, di distrazione e di isolamento passivo, oltre che tradizionalista, dagli altri vicini a lui, ma sarebbe meglio per lui invece accogliere e riflettere bene su tutto ciò che tende ad esulare da quella che fino ad allora egli medesimo aveva considerato la “normalità”, dovrebbe cominciare a svegliarsi e a guardarsi intorno, anziché guardare il solito programma televisivo, i soliti teleschermi di orwelliana memoria, ma soprattutto iniziare a dialogare davvero con chi gli sta vicino; potrebbe capitare, infatti, benissimo il contrario: che si entri nella caverna, anziché iniziare a uscire, o che si torni indietro nel percorso. Siamo noi che decidiamo della nostra libertà o schiavitù, attraverso il feedback, l’agency. Possiamo ad esempio comprare un prodotto senza minimamente preoccuparci di leggerne la provenienza o informarci su come è stato appunto prodotto e da chi, su che cosa sia effettivamente (la sua composizione) prima di utilizzarlo o mangiarlo, raccoglierlo dalla scaffalatura di un super centro commerciale in maniera istintiva così come si farebbe con un frutto da un albero, oppure possiamo approfondire, dipende solo da noi. E se qualche decennio fa, nel primo cinquantennio del 900, quando si sviluppò la propaganda in Europa e la pubblicità negli USA si poteva dare ragione alla teoria critica francofortese sull’effetto manipolante che potevano esercitare i media sulla massa (vedere Propaganda di Edward Bernays, 1925; o anche La fabbrica del consenso di Edward S. Herman e Noam Chomsky, 1988) oggi non è più così: possiamo lasciarci persuadere o meno, finanziare di nostra tasca una certa struttura sociale e un certo, dato funzionamento economico oppure seguire vie alternative (anche più piacevoli e realizzanti): siamo infatti poi noi a creare l’offerta, attraverso l’acquisto, e cioè attraverso la domanda; non è più l’offerta a generare la domanda, come dimostrato ampiamente dagli studi sperimentali sui media dello psicologo Carl Hovland della scuola di Yale (1912-1961), il quale descrive le azioni selettive del pubblico. È lapalissiano che se poi la nostra domanda, in seguito alla nostra passività di fronte alla realtà mediatica, non cambia mai, allora anche l’offerta rimarrà la medesima. Basterebbe davvero poco per uscire gradualmente da questa logica illogica di un’economia che è del tutto anti-economica, dello spreco, che in fin dai conti ci ostiniamo a volere noi (collettività) nella convinzione che non esistano alternative: sono le nostre convinzioni a fare mondo, come preaccennavamo, è il nostro cervello il “colpevole” dei nostri pregiudizi sul reale, basterebbe infatti girare la testa, stringere la mano, e iniziare a organizzarsi, parlare, ridere, vivere col vicino nuove esperienze che, fra l’altro, ci farebbero anche evitare il desiderio di certi vizi dannosi e poco sostenibili, che ci indurrebbero a cambiare giudizi, prospettiva, di modo che, sempre con Kuhn, la precedente perda completamente di senso e non la vediamo più…

gestalt

 

In questa immagine possiamo vedere una ragazza oppure una signora anziana, ma ci è impossibile vederle entrambe contemporaneamente. Si ha il medesimo stimolo, ma si hanno due differenti esperienze visive. Gli esperimenti condotti sull’attivazione delle aree cerebrali su soggetti sottoposti a stimoli del genere (tramite tecniche avanzate di brain-imaging biomedico quali la fMRI: risonanza magnetica funzionale) hanno dimostrato che a seconda del cambio percettivo, si attivano o disattivano zone che si è ipotizzato essere quelle che in neurobiologia si suole abbreviare con la sigla “NCC”, ovvero “Neurobiological Correlate of Conscioussness” (i correlati neurobiologici della coscienza), fra queste porzioni, fra l’altro, vi sono proprio quelle di Wernicke e di Broca: le medesime coinvolte nei processi-mirror, e che vengono implicate quando comunichiamo, adoperiamo il linguaggio. Ora, senza entrare troppo nel merito delle scienze cognitive, evocando un concetto sia kantiano che deweyiano, qualsiasi ente esistente a nostro dire non è mai “oggettivo”, ma si rivela, e si costituisce anche, solo in relazione, in accordo a noi. Ciò che predomina, o che comunque è significativo per noi, è la componente soggettivo-emotiva, sensitiva, estetica1 (da aisthesis) e neanche potrebbe esistere una ipotetica oggettiva nella nostra testa e “scevra di mondo”, asettica, perché vi sarebbe sempre uno sfondo volontaristico, emotivo e umano, anche nell’atteggiamento “scientifico”: è anch’esso un tipo di approccio appunto, una particolare condotta adattiva che nel suo stile peculiare interazionale produrrebbe mondo. Un leone, mettendoci nei panni di una gazzella, non sarà mai “una figura tridimensionale costituita da quattro zampe, una coda, ecc.”, ma sarà quasi solamente e innanzitutto il nemico da cui fuggire. E il fatto che per noi possa essere un “corpo tridimensionale costituito da quattro zampe, ecc.” o anche “fascio di luce semovente in campi elettromagnetici” significa da un lato che certamente abbiamo, rispetto agli altri animali, la capacità di osservare i fenomeni in maniera più perspicua, effettuare “salti gestaltici” che ci fanno ambientare meglio di qualsiasi altra struttura vivente da noi conosciuta, ma in quanto creature, permaniamo sempre nel sensibile e nell’aisthesis del nostro particolare mondo-ambiente, pure se questo viene tecnicamente, costantemente modificato. Con Jakob Johann von Uexküll, esistono tanti mondi-ambienti (umwelt) quante sono le diverse creature viventi, e noi specie umana abbiamo il nostro (che arriva a una profondità e a una capacità trasformazionale senza alcun dubbio eccellente, ma rispetto all’immensità dell’esistente e del Mistero ha probabilmente la valenza di una goccia in un oceano). Dunque ha poco senso cercare di calcolare una eventuale verità, perché se è esistita, è stato solo nella misura in cui lo è divenuta grazie al nostro agency, e quindi fare pulizia della componente estetica, del feedback, significa spegnere la luce e condannarsi a una ricerca senza fine, oltre che prendersi in giro, significherebbe chiudere gli occhi e andare alla cieca: auto-abnegazione, come se si decidesse che il miglior modo di orientarsi, d’un tratto, fosse quello di fare una ricerca approfondita sulla composizione materiale di una bussola, e non quello di servirsi della bussola per capire in quale direzione andare; semmai dovremmo prendere coscienza che questa verità andrebbe creata, o meglio costruita da noi, sulla base della nostra immaginazione e sulle nostre reali esigenze percepite: sennò ci dimentichiamo di noi stessi nel processo, e ci dissolviamo autisticamente in techne. Ma questa verità, a questo punto, prima che essere cercata fuori, andrebbe creata dentro, solo così, poi, si manifesterebbe anche fuori. Il mio atteggiamento modifica il mio comportamento e la realtà esterna. Se io sono allegro e non mi sento giudicato, effettivamente non percepirò gli altri come giudicanti, o comunque li indurrò a cambiare approccio nei miei confronti: finirà che mi circonderò inevitabilmente di persone di buon animo e dai medesimi sentori e scopi. Bisogna che usciamo da quella che D.F. Wallace ha chiamato “la configurazione standard” (discorso di Wallace per la cerimonia delle lauree al Kenyion college, 21 Maggio 2005).

Allo stesso modo, se vivessimo in una forma di vita ormai emancipata dal tipo di lavoro impiegatizio, competitivo e isolante che siamo generalmente (ancora) costretti (da noi stessi) a intraprendere per la sopravvivenza, a un tipo comunitario, sostenibile e simbiotico, approssimato ad una gift-economy, ecc. tutte le nostre preoccupazioni e anche le nostre percezioni del reale muterebbero (anche perché saremmo meno stressati e meno intossicati) e la maggior parte delle concezioni attuali diverrebbero non solo assurde, ma ci accorgeremmo pure di quanto fossero dannose e invalidanti e generanti opacità. Cambierebbe il sistema educativo (instaurando così il circolo virtuoso) e avremmo veri e-ducatori (dal latino: trarre fuori, aiutare con opportuna disciplina a mettere in atto qualcosa di già preesistente, come quando si innaffia e cura una pianta)  anziché in-segnanti (=porre un marchio, un segno, un sigillo in qualcuno).. Cambierebbe così tanto la nostra condizione (come uscendo da una caverna), che ci vergogneremmo di averne pregiudicato o anche ignorato del tutto come “inutile” l’immaginazione  precedente all’esperienza che magari ci stimolava a prospettare il nostro vicino un po’ più sveglio di noi. (Chi attacca, infatti, spesso non sa di cosa parla, come un ragazzino che non vuole svegliarsi al mattino d’estate: una volta alzatosi e uscito fuori, fino in spiaggia, si accorge di avere fatto bene, e pensato male prima nell’intorpidimento.)

 

Invero si può cambiare circolo, da vizioso a virtuoso, soprattutto oggi, un oggi che ci offre tutti gli strumenti a tal scopo. La cosa veramente interessante nel nostro periodo storico, anzi, è che offre pure possibilità di cambiamento quasi totale di stile di vita anche soltanto a piccoli gruppi di persone, non è più necessaria un’ampia organizzazione. Questo perché le condizioni per l’emancipazione, oggi ci sono molto, mille volte più di ieri, e non servircene al meglio sarebbe in primis un torto per il lavoro dei nostri fratelli che prima di noi le hanno costruite con il sudore della fronte. Brevemente, le condizioni di Citton sono:

 

Prima condizione: “bisogna avere del posto (vuoto) e del tempo (disponibile) per abbandonarsi al lavoro di interpretazione inventiva che sta al centro di ogni produzione di novità. (…) La prima e più importante condizione dell’interpretazione inventiva è quindi la possibilità di poter beneficiare di uno spazio interstiziale che sia protetto da pressioni esterne.”

 

Seconda condizione: “L’imperativo dell’inazione: l’otium ha un doppio significato: non essere obbligati a occuparsi dei propri affari (per avere la disponibilità di fare altro), ma anche semplicemente restare “oziosi” (ovvero non fare niente del tutto).”

 

Terza condizione: “L’importanza come interrogazione e intimo sentire: quello che bisogna aspettarsi dallo spazio interpretativo liberato grazie alle due condizioni precedenti è l’insorgenza di una richiesta di riflessione relativa all’importanza delle conoscenze (ben più che alla loro verità). Mentre la cognizione può essere assimilabile a un -giudizio determinante- che applica i codici e  le categorizzazioni ricevute per classificare un oggetto da noi percepito o implicato in una pratica, l’interpretazione partecipa di un –giudizio riflettente- che, dovendo produrre e giustificare esso stesso la categoria sotto la quale classificherà l’oggetto, deve forzatamente esercitare un arretramento critico verso i criteri stessi che definiscono la classificazione da operare. (…) Ora, la pratica interpretativa sembra offrire una via particolarmente propizia per avvicinarci a sapere che cosa rende una cosa importante (o no).

 

-Quarta condizione (potenzialmente spersonalizzante): si può riassumere nella esistenza di una base comune a tutti sulla quale operare l’atto interpretativo, situazione che favorisce un dibattito sì acceso, ma umile e democratico, un gioco in cui ognuno è appunto un semplice giocatore, un umile “traditor, passeggero, miope, incerto e sonnambulo, di un processo di propagazione transindividuale e di trasformazione in grado di trascinarci secondo dinamiche sue proprie invece di seguire un nostro progetto intenzionale” (il gioco ci gioca, direbbe Gadamer), “e che non genera rancori, umiliazioni, disgusto, rabbia, nel caso in cui alcuni partecipanti all’interscambio vedessero i loro avversari demolire principi da loro ritenuti sacri e inviolabili.”

 

-Quinta condizione (che è corrispondente alla quarta): “lo spazio intellettuale all’interno del quale opera l’interprete stesso. Perché la propagazione possa aver luogo con facilità, occorre che questa non sia compressa da compartimenti troppo stagni. (…) La messa in rete integrale delle grandi biblioteche, dei grandi musei e dei vari archivi, la messa in rete delle registrazioni di cui dispongono le case discografiche, le televisioni e le cineteche, lasciano intravedere fin da adesso uno spazio intellettuale in cui la stragrande maggioranza dei documenti che possono interessare a un interprete – documenti che  compongono il bene culturale dell’umanità- sarà accessibile con un semplice clic (tanto miracoloso da immaginare quanto semplice da utilizzare). (…) Non appena il risultato d’insieme di questa rivoluzione tecnologica sarà quello di aver ridotto in maniera spettacolare, fin quasi a portarlo a zero, il costo di trasmissione dei dati telematici, possiamo scommettere che il problema non sarà più tanto quello dell’accesso ai documenti quanto piuttosto quello della circolazione tra i diversi ambiti del sapere. (…) In quanto fondamentalmente trasduttiva, l’attività interpretativa è assolutamente portata a far passare le proprie intuizioni attraverso le barriere che separano e distinguono i diversi campi del sapere. Ben lontana dall’accontentarsi di far dialogare gli esperti al di sopra delle barriere disciplinari ognuno confortevolmente seduto sul proprio praticello (così come generalmente fa l’interdisciplinarietà), l’attività interpretativa ha per vocazione lo smottamento e la riconfigurazione del terreno stesso sul quale questi esperti hanno fondato la loro ricerca.

 

Per ognuna di queste condizioni, poi, Citton indica le politiche adottabili che le sfavorirebbero, che lui chiama di destra perché, solitamente, la destra si è da sempre, nella storia, posta come fautrice dell’ortodossia, tradizionalismo, conservatorismo; e poi quelle che favorirebbero una società dell’interpretazione, progressiste, “di sinistra”. Anche in questo caso vale sempre il principio dell’agency, dato che dal “crollo” dall’antico regime fino poi all’età che Le Bon avrebbe chiamato “delle masse” (vedi Psicologia delle Folle, 1895), concetto poi ulteriormente superato grazie pure alla ricerca sociologica negli anni 40-50, in primis di Robert Merton, grazie al quale oggi non parliamo più di “masse” ma semmai di “gruppi” e di “target” e non si può parlare più di “manipolazione” ma semmai di “influenza” mediatica; la conformazione politica e sociale ha smesso di essere caratterizzata dal classismo asimmetrico dei privilegi tipico delle oligarchie, e si è invece evoluta a uno status sempre più democratico dei diritti umani. Ancora una volta, quindi, siamo noi i protagonisti, a scegliere o meno le politiche da cui essere regolati, amministrati. Ci piace allora sottolineare che le posdette sono innanzitutto le nostre politiche (dal greco, polis, che significa città), quelle che decidiamo di applicare, sostenere pure nei nostri gesti quotidiani, quelle che evochiamo comunicando, e che poi eventualmente e di conseguenza si manifestano a livello istituzionale. Non solo l’atto del votare, dunque, che di per sé è insignificante e anche pericoloso se isolato dal resto, ma specialmente ciò che tramite il nostro fare, sentire (baumgarteniano) giornaliero, poi porta a un certo voto: la nostra influenza sugli altri e viceversa. La politica non è, affatto, solo quella al governo, anzi, in larga parte essa pare essere dappertutto tranne che lì… Essa è solo lo specchio di un paese. Con Fromm, diciamo che i totalitarismi sono lo specchio della non-scelta dei cittadini; e oggi, ci sentiamo di considerare molto similmente i cosiddetti “governi tecnici”…

Ne riportiamo un sunto poco significativo, e certamente invalidante l’excursus cittoniano, ma fondamentale ai fini del nostro discorso:

 

Le politiche di sinistra (che crediamo sia appropriato definire pure “open-politics”):

 

  1. “Queste iniziative fanno della formazione di interstizi protettivi l’oggetto prioritario delle loro rivendicazioni. (…) Ad esempio prendono in considerazione l’erogazione di un assegno sociale garantito, indipendentemente dalle prestazioni lavorative, iniziativa che avrebbe il senso più di un atto caritatevole, un un investimento collettivo della società verso il sapere.”
  2. “Tali politiche flirtano volentieri con gli atteggiamenti improduttivi. Valorizzano come bene in sé il tempo strappato alla necessità del lavoro. All’impiego salariale, alla produzione del mercato. Cercano in tutti i modi di aumentare il tempo libero, a costo di perdere qualche punto del PIL, prendendo atto del fatto che sono in tanti a perdere la loro vita nello sforzo di guadagnarsela a tutti i costi.
  3. “Queste politiche sono portate a interrogarsi sull’importanza reale di ciò che obnubila le nostre scelte sociali. La massimalizzazione del PIL o del potere di acquisto, la preservazione della nostra “sovranità nazionale”, il buono stato di salute dell’industria automobilistica non costituiscono ai loro occhi alcuna priorità assoluta e indiscutibile.” Torna ancora il concetto di Gestalt: cos’è davvero importante per noi specie umana? Grazie a questo tipo di politiche ci renderemo sempre più conto di quali sono i fabbisogni reali e quelli invece indotti. In accordo, si può dire, con i presupposti e con le implicazioni della fenomenologia husserliana, Yves Citton continua dicendo che queste politiche “si impegnano a rimettere in discussione l’efficienza effettiva di quei feticci che legittimano l’economismo e l’ideologia della sicurezza imperanti. Questa apertura del dibattito sulla –importanza dell’importanza- le porta a prestare la più grande attenzione ai sentimenti (di sconforto, di gioia, di disgusto) che suscitano in noi le nostre attività quotidiane, sentimenti in cui ritengono sia possibile cogliere un sintomo abbastanza affidabile del carattere nocivo o benefico di queste stesse attività.”
  4. “Queste politiche tendono a preferire modalità teatralizzate di intervento. Coperte dall’anonimato, da una maschera, da un cappuccio, dalla beffa, dalla battuta isolata, dagli scherzi da collegio o dagli spettacoli carnevaleschi, favoriscono una presa di parola formulata attraverso un’enunciazione indiretta e deviata. Questi interventi vanno intesi come occasioni –politiche e artistiche nel medesimo tempo- di reale costituzione di soggettività allo stato nascente piuttosto che come l’espressione di un’identità ereditata dal passato.
  5. (…)

 

Le politiche di destra:

 

  1. Tendono a corrodere progressivamente gli interstizi che proteggono gli individui e i gruppi sociali. (…) (imperativi di rendimento, visibilità, tracciabilità, pretese di risposte immediate e di reazioni istantanee, ecc.)
  2. Queste politiche favoriscono un laburismo e un produttivismo esasperati. Ci inducono a percepire il mondo in termini di PIL e di potere d’acquisto, a lavorare di più per guadagnare di più, a privilegiare sistematicamente una quantità (misurabile) su una qualità (“sentita”). Fanno di tutto per braccare e combattere ogni forma di improduttività ritenendola irresponsabile, immorale o criminale.
  3. Queste politiche tendono a murare ogni spazio al cui interno la reale importanza dei nostri valori costitutivi possa essere rimessa in questione. Una pseudo-neutralità tecnocratica, una pseudo-obiettività scientifica fanno apparire come irrazionalista, visionaria, stramba o irresponsabile qualsiasi attitudine che implichi il rifiuto di questi valori fondativi (il PIL, il salario, la razionalità economica.) Un imperativo di trasparenza, presentato come sintomo di “buon governo” (economico, amministrativo, manageriale) focalizza tutte le sue attenzioni sulla misura statistica del dato, soffocando ogni responsabilità di discutere l’orientamento generale (e la finalità sociale) delle pratiche che riguardano la raccolta e il trattamento dei dati in questione. (…)
  4. Queste politiche presentano il paradosso di concepire come relative a un’enunciazione diretta modalità di intervento caratterizzate, al contrario, da mediazioni più complesse. Che noi si sfili il Primo Maggio davanti alla statua di Giovanna d’Arco o tra le fila del sindacato, generalmente è in termini di identità che ci troviamo a concepire la politica, sia che questa identità sia legata alla nostra nazione, alla nostra classe sociale o, nel più perverso dei casi, a un ideale repubblicano (seppur spesso accusato di sussumere le identità). In ogni caso, in genere siamo fieri di rivendicare le nostre posizioni e facciamo molto presto a tacciare di viltà o di “terrorismo” tutti coloro che invece vorrebbero procedere mascherati.”

 

-Sul “procedere mascherati”, rimandiamo al concetto di “lathe biosas” epicureo.

-Sul tema della costruzione identitaria si consiglia l’illuminante lettura del primo saggio della recente raccolta “Costruire il nemico” di Umberto Eco.

 

“Riducendo la democrazia a espressione della “volontà delle urne” o facendo del mercato e dell’auditel “la volontà del pubblico”, si fa ostentazione di modalità enunciative dirette, fondate in realtà sulla denegazione delle molteplici mediazioni che hanno condizionato le risposte delle urne e del pubblico (a partire dalla scelta delle domande stesse che a queste urne e a questo pubblico sono state poste).

  1. Infine, queste politiche promuovono in modo acritico filtri che tendono a privatizzare il nostro rapporto con i beni culturali comuni. Nell’ambito della rete, moltiplicano le barriere deputate a proteggere il profitto delle attività di mercato senza darsi pena di considerare i benefici collettivi indotti da una libera circolazione: poiché questi benefici sono difficili da quantificare, si preferisce negarne la realtà. Lontano dal riconoscere il carattere “paradossale” di un buon numero di filtri di cui pur abbiamo bisogno (che cosa mettere nei trenta minuti del tg? Come scegliere fra dozzine di film nuovi, migliaia di libri, CD? Chi accettare nelle università a numero chiuso?) queste politiche prendono generalmente la decisione di considerare questi filtri come trasparenti (conformi al desiderio del pubblico, al principio meritocratico)- nascondendo il fatto che questi stessi spesso tendono semplicemente a perpetuare privilegi ereditati e a rinforzare logiche di dominio.

 

 

 

L’importanza di internet oggi:

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“Internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio”

(Papa Francesco, Messaggio per la Giornata delle comunicazioni)

 

La Rete è politica allo stato puro.

Internet non si sta più affiancando ai cosiddetti mainstream, ai telegiornali e alle televisioni, ma li sta lentamente sostituendo.

Gianroberto Casaleggio-

 

“Il World Wide Web ha le potenzialità per svilupparsi in un’enciclopedia universale che copra tutti i campi della conoscenza e in una biblioteca completa di corsi per la formazione.”

-Richard Stallman (fondatore di GNU, ovvero la componente free-software di GNU-linux)-

 

 

L’avvento e la diffusione di Internet (e dei suoi servizi) hanno rappresentato una vera e propria rivoluzione tecnologica e socio-culturale dagli inizi degli anni novanta (assieme ad altre invenzioni come i telefoni cellulari e il GPS) nonché uno dei motori dello sviluppo economico mondiale nell’ambito dell’ICT (Information Communication Technology).

Nell’ultimo decennio questa rivoluzione ha assunto, tuttavia, proporzioni senza precedenti e così significative da essere addirittura diventate difficilmente percepibili (come quando allontaniamo troppo un oggetto da una lente di ingrandimento: non lo vediamo più).

 

Nonostante gli innegabili e numerosi pericoli che si possono celare dietro un utilizzo scriteriato e incosciente della rete, essa è, in potenza e poi anche in atto (sia per quanto concerne molte dinamiche inevitabilmente automatiche sia per quelle che includono l’agency dell’utente), il mezzo più potente di integrazione, avvicinamento, comunicazione fra culture. Al di là delle critiche che si possono muovere al fenomeno della globalizzazione, e quindi anche all’universo virtuale, spesso giustamente sorte dal fatto che essi appunto diventano omologanti e dannosi quando si “assumono”  passivamente; risulta innegabile d’altro canto l’enorme beneficio che questi ci hanno apportato. Inoltre, in risposta a molte storture di naso in proposito, si deve dire che mentre negli anni 70-80 l’antropologia considerava l’identità di un popolo come essenzialmente fragile e credeva che potesse essere persa qualora venisse esposta a fenomeni forti e veloci di cambiamenti socio-economici (quali sono quelli legati all’immigrazione ed oggi quelli legati al web), in tempi moderni non si parla più di crisi e recupero identitario, bensì di costruzione di identità. Noi oggi sappiamo, con Giuseppe Pitrè, che la cultura non entra mai “in crisi”, non viene persa: essa è sempre lì. Quel che accade in seguito all’integrazione, invece, è che venga risistemata, ricostruita: essa muta, si evolve.

Crediamo inoltre che tutto il circolo virtuoso delle condizioni per una società dell’interpretazione, della scelta,  che indica Yves Citton siano favorite, possibilitate, migliorate dalla rivoluzione del web. Essa :

 

 

  1. favorisce gli interstizi e, con Foucault, le eterotopie (in questo caso virtuali ma che poi possono trasdursi in luoghi concreti) che in-formano il futuro poiché, generando ideali nuovi o ri-voluzionari, ne predicono i conseguenti sviluppi. Questo avviene specialmente tramite la velocizzazione esponenziale e l’accrescersi della possibilità delle interazioni. Il web stimola dunque un aumento del rendimento (minimo sforzo, massima resa) processuale, e con esso la quantità e finanche la tipologia del lavoro (sempre meno oneroso e alienante e sempre più sostenibile, creativo per non dire produttivo, e nobilitante l’umano) rendendo così, a sua volta, più efficiente e intelligente (smart) la città.

 

“La teoria marxiana classica raffigura la transizione del capitalismo al socialismo come una rivoluzione politica: il proletariato distrugge l’apparato politico del capitalismo, ma conserva l’apparato tecnologico, socializzandolo.

 

“(…) Né la nazionalizzazione né la socializzazione alterano di per sé questa concrezione fisica della razionalità tecnologica; al contrario, quest’ultima rimane una condizione preliminare per lo sviluppo socialista di tutte le forze produttive.”

 

(H. Marcuse – l’uomo a una dimensione; pag 42-43; ed.  Einaudi 1967)

 

 

  1. Genererebbe, pertanto, condizioni di vita sempre meno faticose, nelle quali possa subentrare l’otium, quel “tempo libero” (skole) che Aristotele considerava non solo come scopo ultimo del lavoro medesimo, ma persino la dimensione ideale in cui l’uomo debba albergare per potersi realizzare e raggiungere dunque l’eudaimonia in quanto “animale filosofico”, per poter contemplare al meglio e senza pressioni la meraviglia cosmica, ascoltarla in silenzio mistico (con Schopenhauer), studiarla, imitarla come farebbe un bambino con sua madre, e imparare anche a cantarla e celebrarla tramite le arti, accordando pure, ad esempio, con l’arte architettonica, e ingegneristica, i suoi insediamenti al ritmo naturale (vedere Venus Project, Jacque Fresco). In tal modo, alzarsi la mattina e uscire di casa sarebbe un tanto differente rispetto a come lo è oggi, come anche respirare, e perderebbero di significato i termini “ferie” e “lavoro”. L’attività quotidiana dell’uomo, anziché snervante, diventerebbe propriamente

 

 

  1. Il ruolo inaspettato e positivo del capitalismo e dell’era del “nichilismo” svalorizzante e disorientante (in senso nietzschiano senza più un nord, un sud, un ovest..) è stato proprio quello di “produrre” internet e condizioni di confusione valoriale. In questo senso, grazie soprattutto al web, esso sta già facendo da aufhebung, verso l’alba di una nuova civiltà:

 

“Erodendo incessantemente i codici dei privilegi aristocratici, delle interdizioni religiose, delle leggi suntuarie, delle norme morali e delle gerarchie intellettuali, il capitalismo non ha contribuito a distruggere le interpretazioni preesistenti senza contribuire, nello stesso tempo, a creare uno spazio, un varco in cui hanno potuto infilarsi nuove interpretazioni e nuove forme di vita.”

(Citton, pag 165)

 

Spatial Concept 'Waiting' 1960 by Lucio Fontana 1899-1968
Spatial Concept ‘Waiting’ 1960 Lucio Fontana 1899-1968 Purchased 1964 http://www.tate.org.uk/art/work/T00694

 

“Quanto più l’amministrazione repressiva delle società diventa razionale, produttiva, tecnica, tanto più inimmaginabili sono i mezzi ed i modi mediante i quali gli individui amministrati potrebbero spezzare la loro servitù e conseguire la propria liberazione.”

 

(H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, pag. 27, ed. Einaudi, 1967)

 

Non solo grazie alla creazione degli “spazi vuoti”, ma anche nella misura in cui internet produce e mette a costante disposizione (e sempre più a basso costo) una quantità e qualità di dati (oltre che strumenti, vedi Amazon) senza precedenti e pressoché infiniti e infinitamente correlabili reciprocamente, sulla base di uno spaesamento* che esso genera nel soggetto umano, il mondo virtuale, si diceva, ha ancor più causato l’esigenza di filtrare, il domandarsi critico ed esistenziale dell’uomo, che per non sprofondare e in questo caso annegare nel totale caos dell’insensatezza della miriade di input da cui è bombardato, automaticamente deve riprendere a chiedersi sul “perché” e sullo scopo del vivere, e pure sul “perché” della domanda stessa: è indotto all’auto-riflessione tanto rifuggita dall’uomo “in fuga” frommiano post-moderno, all’atteggiamento interpretativo, ad aprirsi e comunicare, al distrarsi dalla distrazione medesima, dal jest, per non morirne. Ecco che allora, jasperianamente ed heideggerianamente, un nuovo periodo aurorale dell’umanità sta forse per sorgere, un nuovo gioco sperimentale: una nuova ri-voluzione in cui si rimettono in dubbio le fondamenta del pensiero e dei valori finora valsi, e silenziosamente o anche in modo prorompente sorgono, sbocciano, nuovi stili di vita, modi di comunicare, nuove possibili tradizioni, atteggiamenti, paradigmi scientifici, scoperte, cigni neri e bianchi (sempre con Taleb), approcci alla physis (la quale da parte sua, è ri-chiamata a risponderci, e tramite la relazione soggetto-oggetto con noialtri, a fare umwelt).

 

*termine che in questo caso specifico è più corretto cambiare (rispetto allo spaesamento, appunto, novecentesco dell’era post-industriale, e poi dell’era dell’informazione della seconda metà) in “vertigine” (nell’era dell’economia della conoscenza del 21° secolo).

 

 

 

  1. Rileggendo il discorso della quarta condizione di Citton, che cos’è internet se non questo parco giochi? Internet stimola situazioni informali-artistiche, in possibile anonimato o comunque in semi-visibilità. Sebbene questo possa spesso tradursi in problemi seri (outing, cyber-crimini, ecc.), del resto è verissimo anche l’esatto opposto: ci mette in condizioni simili a una “festa carnevalesca” in cui potersi rilassare e giocare meglio e davvero, finalmente, senza che la nostra identità ne venga intaccata, visto che dipende, ancora, da noi.

 

 

  1. è quasi inutile aggiungere parole a quelle cittoniane. Internet, come si è letto, mette in crisi non soltanto il settorismo e l’iper-parzialismo isolante dei vari saperi odierni, ma anche l’atteggiamento interdisciplinare così per come è “accademicamente corretto” oggigiorno e per come lo è stato finora; apre scenari in cui si vedono oscillare edifici che nessuno o pochi si sarebbero permessi di mettere in dubbio qualche tempo fa, quando l’accesso ai dati e alla conoscenza specialistici era qualcosa di riservato a pochi. Nonostante sia vero il fatto che sia comunque necessaria una conoscenza di tipo approfondito per essere in grado di interpretare molti data oggi pubblicati sul web (in particolare se ci riferiamo a quelli di tipo scientifico), ciò non toglie che:

 

a) da una parte si abbia accesso, comunque, alle linee guida ufficiali risultanti dal processo terminato delle varie ricerche più autorevoli e a più alta valenza scientifica (ovvero quelle derivanti da evidenze sperimentali), che si possono tranquillamente, ad esempio, confrontare con le opinioni del proprio medico di base, o con quelle dei propri parenti, amici, o con quelle dei propri professori, colleghi.

 

b) Si possa imparare ad interpretare correttamente qualsiasi tipo di informazione che si trova, con un’attenta analisi delle fonti e il giusto impiego della nostra autonomia cerebrale. Ad esempio imparerò a dare più valenza ad un’informazione scientifica che trovo sulla linea guida della comunità sc., piuttosto che a uno studio di tipo epidemiologico. Tuttavia avrò il buonsenso di non screditare tout court lo studio epidemiologico, ma lo terrò in considerazione esclusivamente nella misura in cui la merita. Invero, il fatto che nessuno abbia dimostrato con una relazione di causa-effetto evidente qualcosa di comunque ipotizzabile sulla base di uno studio epidemiologico, e che quindi questo qualcosa non abbia superato tutti i gradini della “piramide”, non comporta che sia necessariamente falso o indegno.

 

yeah

 

Il fatto che Dio non sia dimostrabile, per esempio, significa che sia assurdo parlarNe o crederVi? Il fatto che non sia dimostrato da una relazione di causa-effetto che, ad esempio, il fumo o l’alcol causino il cancro nell’organismo umano, e che invece studi statistici correlino le due/tre cose, significa forse che non abbia senso evitare una certa condotta? Se io faccio cadere un vaso per terra, e non trovo nelle linee guida della comunità scientifica il fatto che a questa azione si associ necessariamente la sua rottura, lo lascio cadere? … Sono, ovviamente, esempi banalizzati per fare passare il concetto fondamentale.

D’altronde, come tg, giornali hanno sempre filtrato, mediato le notizie e la conoscenza (ma anche lo spazio, l’aria in cui ci muoviamo quando viviamo sono canali, con Jakobson, operano una mediazione di flussi energetici che poi la nostra sensibilità fisica e mentale necessariamente, a sua volta, filtra, interpreta attivamente), questa cosa non cambia affatto nel web, o cambia di poco. Siamo sempre noi a dover interpretare la realtà e a doverci creare la nostra, sulla base delle opinioni che ci facciamo nel nostro iter vitae.

 

  1. La maggior parte delle altre conoscenze a cui si accede non richiedono particolari abilità titaniche per essere interpretate con criterio, e hanno comunque un valore non solo importante, ma determinante sui predetti fenomeni oscillatori e su un nuovo paradigma di interdisciplinarietà, più autentico e meno basato sul principio di autorità.

 

 

 Internet aumenta così, de facto, la possibilità che avvenga quel ribaltamento gestaltico su cui abbiamo insistito, conditio sine qua non del vero progresso.

 

“Credere nel progresso non significa credere che un progresso sia già avvenuto.”

(Franz Kafka)

 

 

L’agency dell’utente web è di un tipo molto diverso rispetto a quello del telespettatore, e lo si può vedere già solamente dalla differenza sostanziale fra le due seguenti immagini:

 

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Mentre la tv offre una gamma predefinita e finita di canali, il www ne offre di pressoché infiniti e dunque l’utente è nelle condizioni di poter scegliere, cercare in modo oltre che più libero, anche più attivo.

 

Oltre a permettere, fra l’altro, una maggiore possibilità e quindi autonomia nella verifica delle informazioni, inoltre la rete permette uno scambio comunicativo come se fosse “di piazza” (agorà), anche se virtuale (limite sempre più superato dalle video-comunicazioni che includono ormai una buona fetta di linguaggio non verbale) più democratico, di tipo più simmetrico rispetto all’asimmetria caratterizzante gli altri mezzi mediatici.

 

La Rete è una conversazione tra persone che possono verificare le informazioni, che possono discuterne tra di loro. Non è quindi un media broadcasting, da uno a molti. Per questo sta trasformando completamente il modo di fare comunicazione. La Rete sta diventando un’agorà molto estesa, sempre più complessa.

-Gianroberto Casaleggio-

 

A un’attenta analisi, pensiamo poi che internet risulta, nella sua costituzione pure originaria (anche in quanto rete decentralizzante), il principale veicolo ed ethos delle politiche di sinistra summenzionate, e allontanarsi inerzialmente da quelle di destra, come stiamo per vedere da esempi concreti. La sua strutturazione già di per sé costituisce l’inizio dell’accoglimento di nuovi paradigmi mentali, in questo caso virtualizzati, che possono trasdursi poi nella realtà socio-istituzionale allo stesso modo di come concezioni idealistiche situate nel cervello materiale umano poi si sono trasdotte nella forma di vita e nella costruzione istituzionale delle civiltà nel corso della storia fino ad oggi.

Riteniamo d’importanza essenziale questo concetto, quindi: come un’idea della mente può tradursi in risultati pratici che la incarnano; allo stesso modo dinamiche organizzative, edifici virtuali, filosofie alla base di programmi, piattaforme, codici informatici possono non solo ispirare nuovi progetti concreti nella società, ma convertirsi anche automaticamente in fenomeni effettivi e influenzanti l’aspetto lavorativo, economico, quotidiano della vita di tutti. Crediamo che questo sia già avvenuto e continui ad avvenire, solo che abbiamo difficoltà a rendercene conto per l’effetto-lente che abbiamo sopra descritto, meglio chiarito dal seguente grafico:

 

Exponential.svg

 

Assumiamo il piano delle ordinate come indicante il tempo; quello delle ascisse invece l’evoluzione.

Consideriamo la linea rossa come rappresentativa dell’andamento dello zeitgeist (genius saeculi, lo spirito del tempo); mentre quella verde la tecnologia hardware, lo sviluppo del software e quindi il web, gli OS, e qualsiasi programma, app implementati. Possiamo considerare il punto di intersezione fra queste due funzioni come l’inizio del “big-boom” del mondo virtuale, che secondo noi si può collocare approssimativamente intorno all’anno 2000. Da quel momento in poi la velocità e le implicazioni dell’artificio hanno smesso di essere paragonabili a quello dell’andamento biologico dell’umano, e pertanto noi non solo abbiamo smesso definitivamente di capirne bene gli effetti, ma non potremo mai più farlo, se non in termini approssimativi. Nessun organismo vivente conosciuto ha infatti sviluppato una coscienza e una percezione per i fenomeni esponenziali, si può fare solo in parte, e a nostra volta servendoci di macchinari e sofisticati programmi. Ciò non significa che, sia chiaro, di tali processi noi non possiamo averne una visione generale, oltre che un utilizzo soddisfacente le nostre esigenze sia di tipo pratico che teoretico.

 

…Oggi noi ci troviamo esattamente alle coordinate (11; 1750)…

 

Internet sembrerebbe essere la manifestazione effettiva in formato macroscopico e virtuale non solo del singolo apparato neuronale di un dato individuo della nostra specie (in cui ogni neurone comunica con l’altro), ma di una rete di cervelli costantemente comunicanti, che va a formare un ulteriore macro-apparato neurale il quale, in definitiva e nel suo complesso, rappresenta sempre più, man mano che l’accesso al web diviene sempre più facilitato e diffuso, la coscienza (e l’autocoscienza) dell’intera popolazione mondiale, nella misura in cui la evoca costantemente, lo zeitgeist attuale (molto suggestivo e crediamo profetico è, in questo senso, il racconto L’ultima domanda di Isaac Asimov, e anche molti altri dello stesso autore in cui si narra di “Multivac”, che pensiamo essere esattamente assimilabile alla rete Internet, pensata almeno 20 anni prima che si cominciassero a fare esperimenti in tal senso). Nessuno conosce il preciso funzionamento del cervello, o di un gruppo di cervelli che entrano in comunicazione reciproca, e tuttavia abbiamo sempre goduto di, e ci siamo sviluppati storicamente proprio grazie a questi. La tecnologia ci dà la possibilità di averli sempre  a portata di tasca, e di mano. Grazie ad internet è come se avessimo, a livello collettivo, effettuato o subito un vero e proprio salto evolutivo: se prima infatti vigeva un’inevitabile lentezza o perfino impossibilità degli interscambi comunicativi fra i vari popoli del pianeta, e non v’era dunque il livello di possibilità di confronto e di integrazione che invece abbiamo oggi, ormai queste ostruzioni si sono ovunque ridotte al minino finanche volatilizzate quasi del tutto, e con la colonizzazione e la diffusione e anche la stabilizzazione della specie umana su tutto il territorio globale, noi siamo divenuti effettivamente, o stiamo a velocità esponenziale diventando, la comunità, appunto il “villaggio globale” prospettato metaforicamente da Marshall McLuhan (1962 , La Galassia Gutenberg). Ancora meglio, se prima, con l’avvento del libro stampato e il cambiamento coscienziale susseguente, al di là della visione pessimistica di McLuhan, che è giustificabile sempre e comunque tramite la teoria del feedback, della retroazione, del libero arbitrio (siamo noi che infatti decidiamo di farci passivamente bruciare oppure di usare coscientemente il “fuoco” (che è anche logos, pneuma, prana nelle concezioni dei pensatori del periodo che Karl Jaspers ha definito “assiale” dell’umanità) come strumento per raggiungere un fine positivo, siamo noi a scegliere di non scegliere oppure a scegliere di scegliere); se prima, si diceva, il tipo umano che ne scaturiva era dallo stesso autore definito “l’uomo-gutenberg”, oggi, con l’esplosione di internet, dei social-network e in particolar modo Facebook, si può seriamente parlare di un ulteriore tipo umano: “l’uomo-zuckerberg”. Come allora, quando il fenomeno della stampa si iniziò a diffondere, viste le sue ripercussioni molto veloci (per i tempi) e qualitativamente importanti, il sentore e l’opinione della fascia intellettuale furono inizialmente critici e pessimistici, per poi, man mano che il fenomeno venne assorbito, interiorizzato e diffuso, disciogliersi nel riconoscimento della sua enorme importanza per i popoli; oggi l’esplosione dei social-network, similmente, genera storture di nasi un po’ dappertutto, in primis in ambito accademico. Tuttavia, è solo una questione di tempo (stavolta crediamo molto più breve) prima che se ne riconosca non solo la potenza, ma anche l’importanza nella misura in cui di questa potenza ce ne capacitiamo bene e solo se iniziamo ad usufruirne consapevolmente e attivamente. Inoltre, non si tratta mica solo di Facebook, ma di mille altri strumenti che sono già nati o stanno nascendo e crescendo, che ora andiamo a indicare. È pur vero che dietro la maggior parte di questi mezzi vi siano (ancora) forti interessi economici ed essi stessi siano (ancora) strutturati con lo stampino della logica imprenditoriale e di profitto, ma questo è inevitabile… Come stiamo per “scoprire”, già sta mutando anche la filosofia fondante e intrinseca di questi programmi, e ne nascono e si diffondono sempre di più esautorati da quella che Diego Fusaro chiamerebbe “forma-merce” (vedere Minima Mercatalia, Diego Fusaro, Bompiani). Anche quando, siamo sempre, noi a vedere nella forma-merce solo il negativo, tutte le alternative che invece sono nate e vanno nascendo sono la conseguenza di un approccio che, di contro, ha visto il lato positivo di certe dinamiche di mercato: la componente bianca del grigiore, anziché quella nera: il bicchiere mezzo pieno.

 

 

Alcune storie da raccontare…

 

Breve premessa:

 

Esistono due tipologie di eventi: quelli che diamo per scontati; quelli che nessuno conosce, proprio perché i giornali, le tv e i media (diversi da internet) non ne parlano. Eppure l’importanza di questi ultimi e la loro priorità, riteniamo siano di gran lunga superiori a quelle di molte notizie generalmente saturanti tutto lo spazio informativo odierno, le quali non fanno altro, così, che distrarre la popolazione su una dimensione percezionale oltre che poco perspicua, poco incline al progresso. Se si rimane passivi, esiste la grave possibilità che in automatico venga sospeso il giudizio, e si ritengano significativi (questo avviene anche per un fatto istintologico) solo gli input ricevuti, e non quelli che potrebbero essere ricevuti. Un pensiero critico, problematico e attivo, interpretativo, a differenza di uno passivo e mansionario, invece cerca ciò che non è stato detto, trasmesso, non si accontenta del “dato”, si chiede sulle modalità e sul perché esso sia stato appunto “dato”, e sul perché proprio quest’ultimo e non invece qualcos’altro. Questa è anche una caratteristica del pensiero inventivo e creativo: ci si concentra non tanto su ciò che è, ma su ciò che potrebbe essere, e quindi su ciò che non è. Se un tg ha già prestabilita la sua scala di priorità (agenda setting), e la “impone” all’agenda dello spettatore; internet lascia, per la prima volta, a noi la libertà innanzitutto di riflettere su cosa sia veramente importante cercare, trovare, sapere. Con un’allegoria, anziché venire imboccati, il web ci costringe a cercare il “cibo”, valutarne noi la qualità, finanche stimolarci a elaborare strategie, skills  per auto-produrcelo. Internet ci fa inter-attivi; ci dà la potenza di interpretare bene il tg, il giornale, e in generale qualsiasi informazione riceviamo nel quotidiano.

Per fare un esempio, grazie ad una breve ricerca, proprio su internet, ci possiamo immediatamente rendere conto che da un lato il mondo non è proprio quel covo di assassini che sembrerebbe invece dalle notizie di cronaca che invadono i nostri ambienti casalinghi quando, tornando dal lavoro, accendiamo gli schermi, spesso stanchi e vulnerabili; dall’altro di quanto sia assurdo considerare così rilevanti e prioritari gli omicidi, visto che le cause principali di morte nel mondo sono ben altre e sarebbero queste ultime a dover essere allarmisticamente evidenziate ogni giorno, quando invece sono taciute:

 proporzioni

L’immagine riporta le cause di morte nel mondo, al primo posto troviamo le malattie cardiache. Al secondo le neoplasie maligne; ecc.; l’omicidio occupa il quindicesimo posto e come si vede ha una rilevanza quantitativa del tutto trascurabile rispetto, almeno, ai primi dieci fattori.

Storie di rivoluzioni (avveratesi e possibili):

 richard stallman

 

È il 1983 e un ragazzo barbuto, con una grande visione, decide che il mondo ha bisogno di più libertà. In questo caso specifico si tratta di libertà di scrittura e condivisione di codice software. Richard Stallman fonda il movimento del software libero. Da quel momento in poi centinaia, migliaia fino addirittura milioni di persone hanno cominciato a scrivere, condividere free-software.

Oggi, grazie a quella grande visione, abbiamo intere distribuzioni OS, programmi, del tutto open-source, scaricabili e installabili gratuitamente sul proprio computer (il cui source code è appunto aperto, modificabile, perfezionabile da tutti coloro che decidono di partecipare al lavoro delle communities), e non sono poche o poco varie:

 

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/1/1b/Linux_Distribution_Timeline.svg

 

Ma il software era solo il primo passo, presto anche l’arte e la cultura chiedevano di essere “liberate”: il più grande archivio di fotografie, quadri, musica, video della storia dell’umanità oggi ha una licenza libera. Creative Common e Wikipedia sono ormai nomi entrati a far parte del nostro DNA culturale.

 

 

 

 

Il seguente grafico mostra come dal 2003 al 2010 sono state rilasciate più di 400.000.000 opere sotto licenza CC, in soli 7 anni sono di più di quelle di tutta la storia degli USA:

 

grafico creative common

Questo è quello che la specie umana fa quando è libera di poter scegliere che cosa voler condividere e a che livello.

 

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Jay Bradner, https://it.tiny.ted.org/talks/jay_bradner_open_source_cancer_research

Jay Bradner è un oncologo, ricercatore sul cancro alla Harvard University. Quando suo padre si ammala di una grave forma di tumore al pancreas, incurabile perché essendo rara, le ricerche sulla cura (per mancanza di profitto) erano ferme agli anni ’80, deluso dal mondo dell’oncologia, apre un suo centro di ricerca e riesce a sviluppare la molecola JQ1:

jq 1

https://en.wikipedia.org/wiki/JQ1

Quest’ultima ha delle proprietà molto interessanti e può far crescere rami di ricerca su una possibile cura. Bradner si trova di fronte a due strade: mantenere, come da prassi (e con Wallace, da configurazione standard) di tutti i centri di ricerca, il segreto industriale prima del brevetto e proseguire, con le poche risorse del suo centro, gli studi sulla molecola (il che avrebbe, com’è ovvio, comportato un minor rendimento degli stessi sia in termini qualitativi sia in termini temporali), aspettando in tal maniera di trovare da sé la cura e guadagnare milioni; oppure (come poi decide di fare) pubblicare non solo i risultati degli studi, ma anche la formula chimica del composto, con tutte le specifiche, le istruzioni su come realizzarla e anche l’indirizzo e-mail a cui fare riferimento per riceverne dei campioni. In questo modo, Bradner crea l’ambiente più competitivo in assoluto per la sua azienda, e se ne frega: lui lo fa per salvare la vita a suo papà e a tutti gli sfortunati nelle medesime condizioni, non per soldi.

Risultato: la formula viene condivisa in 40 laboratori di ricerca statunitensi e in altri 30 in Europa, molti dei quali, fra l’altro, facenti parte di aziende farmaceutiche. Non solo, ma gli stessi iniziano, a loro volta, a spedire indietro i propri studi e si scoprono in breve tempo implicazioni enormi sulla cura di molte forme tumorali ritenute fino ad allora inguaribili nei topi, come tumori del midollo osseo. Grazie alla somministrazione del composto, i topi malati infatti guariscono. Senza condivisione, senza un semplice click, o un banale tweet, tutte queste scoperte non avrebbero potuto aver luogo.

Un semplice click su Facebook, Twitter e una “banale” stringa di caratteri, se e solo se condivisa, può salvare milioni di vite.

MarcinJakubowski

 

Marcin Jakubowski, l’ecologia opensource http://opensourceecology.org/wiki/Global_Village_Construction_Set/it

 

 

L’Open Source Ecology(OSE, in italiano: Ecologia a codice aperto) è una rete di agricoltori, ingegneri e sostenitori che mira alla realizzazione del cosiddetto Global Village Construction Set (GVCS) che la stessa OpenSourceEcology descrive come “una piattaforma tecnologica aperta che permetta di produrre in maniera semplice 50 differenti macchinari industriali per costruire un piccolo villaggio con tutti i comfort moderni”. Gruppi in Oberlin (Ohio), Pennsylvania, New York e California stanno sviluppando modelli e costruendo prototipi da passare alla sede del Missouri, dove gli stessi dispositivi vengono costruiti e testati.

 

Marcin Jakubowski, laureato in fisica, ha fondato il gruppo nel 2003. Nel suo ultimo anno di tesi di dottorato presso la Università del Wisconsin, aveva la sensazione che le sue possibilità di carriera fossero bloccate dai problemi del mondo, e iniziò a pensare in modo diverso. Dopo la laurea, si dedicò interamente al progetto OSE.

OSE ha avuto eco a livello mondiale nel 2011, quando Jakubowski ha presentato il suo Global Village Construction Set in un TED Talk. Poco dopo, GVCS ha vinto un concorso sui progetti green della rivista Make. I blog Gizmodo e Grist hanno pubblicato vari dettagli su OSE. Jakubowski da allora è diventato Fellow della Shuttleworth Foundation(2011) e TED Senior Fellow (2012).

Open Source Ecology si sta sviluppando anche in europa con la sigla “OSE Europe”.

 

I concetti chiave:

Prodotti aperti – Pubblichiamo liberamente i nostri progetti 3D, gli schemi, i video didattici, i budget e i manuali dei prodotti sul nostro wiki open source e sfruttiamo la collaborazione aperta con i tecnici.

Basso costo – Il costo di produzione o acquisto delle nostre macchine, è mediamente 8 volte inferiore rispetto al costo d’acquisto presso qualunque produttore indistriale. I nostri prezzi includono anche il costo della manodopera di un operaio del GVCS.

Modularità – Motori, parti, assemblati e generatori di energia sono intercambiabili, di conseguenza si possono raggruppare le differenti unità modificandone le funzionalità, già a partire da un ridotto numero di unità.

Al servizio dell’utente – progettati per poter essere smontati, i macchinari possono essere aperti, si possono mantenere e riparare rapidamente senza dover ricorrere ad un costoso servizio tecnico esterno.

Fai da te – L’utilizzatore acquisisce il controllo della progettazione, produzione e modifica del set di strumenti del GVCS.

Closed Loop Manufacturing – Il metallo è un componente essenziale di una civiltà moderna, e la nostra piattaforma permette di riciclare il metallo usato, al fine di ottenere nuove materie prime per la produzione di ulteriori tecnologie per il GVCS. Pertanto permette cicli di produzione dalla culla a la culla.

Alte prestazioni – Il livello prestazionale deve eguagliare o superare quello dell’equivalente industriale affinché il progetto GVCS sia fattibile.

Produzione flessibile – Si è dimostrato come l’uso flessibile di macchinari e strumenti di produzione locali sia una valida alternativa alla produzione centralizzata.

Economia distributiva – Incoraggiamo la nascita di iniziative che derivino dalla piattaforma GVCS come via per la creazione di imprese veramente libere, facendo propri gli ideali della democrazia Jeffersoniana.

Efficienza industriale – Per fornire una soluzione adatta ad uno stile di vita sostenibile, la piattaforma GVCS eguaglia o supera gli standard di produttività dei suoi omologhi industriali.”

 

 (tratto da Wikipedia)

 

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Salman Khan, la Khan Academy: https://www.khanacademy.org/

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La Khan Academy è un’organizzazione educativa senza scopo di lucro creata nel 2006 da Salman Khan, ingegnere statunitense originario del Bangladesh, che ha lo scopo di offrire servizi e materiali e tutorial gratuiti per l’istruzione e l’apprendimento a distanza attraverso tecnologie di e-learning.

 

Con l’obiettivo dichiarato di “fornire un’educazione di alta qualità a chiunque, dovunque”, il sito dell’organizzazione raccoglie (a fine 2011) oltre 3.200 video-lezioni, caricate attraverso il popolare servizio di video sharing YouTube. Le lezioni toccano un’ampia gamma di discipline: matematica, storia, finanza, fisica, chimica, biologia, astronomia, economia. Ciascuna di esse dura all’incirca dieci minuti.

In un’analisi statistica effettuata nel mese di dicembre 2010, i corsi della Khan Academy hanno registrato una media di oltre 35.000 visite quotidiane.

 

Il finanziamento del progetto avviene con donazioni su base volontaria, il cui ammontare annuo complessivo si aggira intorno ai 150.000$. Nel mese di settembre 2010, il colosso statunitense Google ha annunciato di voler donare 2 milioni di dollari alla Khan Academy, allo scopo di facilitare la creazione di nuovi corsi e di consentire la traduzione delle lezioni di base nelle principali lingue del mondo (nel quadro del “Progetto 10100“).

 

Il fondatore dell’organizzazione, Salman Khan, di origini bengalesi, è nato e cresciuto a New Orleans, in Louisiana. Ha conseguito tre lauree al Massachusetts Institute of Technology: un Bachelor of Science (BS) in matematica e un BS e un Master of Science (MS) iningegneria elettronica e informatica. In seguito ha conseguito unMaster in Business Administration (MBA) dalla Harvard Business School.

Verso la fine del 2004, Khan si trovò a impartire lezioni di matematica a sua cugina Nadia usando Doodle notepad di Yahoo!. Quando altri parenti e amici chiesero un simile aiuto, si rese conto che sarebbe stato più pratico pubblicare dei tutorial su YouTube. secondo il metodo dell’insegnamento capovolto. La popolarità raggiunta su YouTube, e gli attestati di apprezzamento provenienti da studenti, lo spinsero, nel 2009, a lasciare il suo lavoro come analista finanziario dihedge fund nella compagnia Wohl Capital Management per concentrarsi sui tutorial, allora distribuiti sotto l’etichetta “Khan Academy”.

 

L’Open CourseWare:

Open CourseWare (o anche OCW) è un termine che indica il materiale didattico di livello universitario che un ateneo pubblica on-line suddividendolo per corso e permettendone la libera diffusione, secondo la filosofia degli openSoftware. Coniato in seguito al MIT OpencourseWare, progetto del Massachusetts Institute of Technology, il termine ha poi etichettato una categoria che presenta diverse forme espressive e usufruisce delle possibilità offerte da Internet(avvalendosi anche di youTube e iTunes).

Secondo quanto riportato dal sito ufficiale, un progetto OCW :

  • è una pubblicazione digitale libera e aperta di materiale educativo di alta qualità, organizzato in corsi
  • è disponibile per l’uso e per il riadattamento sotto una licenza aperta
  • generalmente non fornisce certificazione o accesso ai professori

 

(tratto da Wikipedia)

 

 

 

Open source governance:

L’Open source governance è un pensiero politico che sostiene l’applicazione della filosofia dell’open source e dell’open content alla democrazia permettendo una partecipazione attiva di tutti i cittadini alla creazione delle leggi, come in una wiki. La legislazione è in questo modo democraticamente aperta a tutta la cittadinanza, permettendo a tutti di accedere nel modo più trasparente possibile al processo di costruzione delle decisioni della politica pubblica, che beneficerebbe dell’intelligenza collettiva di tutta la cittadinanza.

Le teorie su come organizzare tale tipo di governo sono molto varie e più o meno sperimentate, tuttavia, numerosi progetti molto diversi fra loro collaborano fra loro nel progetto Metagovernment.

 

Nella pratica, numerose applicazioni di questo tipo di governance sono state sviluppate nei paesi sviluppati:

  • l’uso di meccanismi diopen government fra cui quelli per l’impiego e la partecipazione pubblica alle decisioni, attraverso software come IdeaScale, Google Moderator, Semantic MediaWiki, dai governi – specialmente nel Regno Unito e negli Stati Uniti, specialmente grazie alla spinta di Barack Obama
  • forum dipolitica pubblica, puntualmente wikies, dove le questioni politiche e le argomentazioni vengono dibattute, sia con la presenza di partiti politici sia senza, prendendo in genere tre forme distinte:
    • Piattaforme di consultazione interne ad un partito politico, in cui attraverso un forum il partito attraverso gli interventi dei suoi sostenitori definisce una linea politica, a volte veri e proprithink tank. Esistono varianti apartitiche di questi think tank divenute comuni in Canada, come The Globe and Mail / Dominion Institute policy wiki.
    • Forme diCitizen journalism che documenta l’attività di vari think tank e di tutti coloro che hanno ruoli fondamentali nel dirigere l’opinione pubblica, come SourceWatch.
    • Meccanismi diOpen party in cui il partito è guidato totalmente da un forum di politica pubblica, che non ha funzione consultiva – nessuna di queste forme di partito hanno mai raggiunto alcuna rappresentanza in alcun sistema parlamentare nel mondo.
  • Meccanismi ibridi che cercano di fornire contemporaneamente meccanismi di giornalismo partecipativo, sviluppo di indirizzi politici e trasparenza su un’organizzazione politica.Dkosopedia è l’esempio più noto.

Alcuni modelli sono significativamente più sofisticati di una semplice wiki, incorporando tag semantiche, strutture di controllo per mediare le dispute, anche se questo in molti casi rischia di dare troppo peso ai moderatori all’interno del sistema, fallendo nella creazione di un sistema partecipativo.

(tratto da Wikipedia)

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