Sintetica analisi chiarificatrice del confronto fra i fruttariani Massimiliano Gaetano, Gabriele Ceracchini e l’onnariano Giorgio Calabrese nella trasmissione Estate in diretta

Rai 1, Lunedì 22 Agosto 2016

L’altro ieri pomeriggio, per chi si fosse sintonizzato su Rai 1, è andata in onda come di consueto la trasmissione estiva Estate in diretta condotta da Arianna Ciampoli, che tratta di attualità, cronaca e spettacolo. All’incirca dopo due ore e un quarto, la giornalista Donatello Cupertino presenta lo stile di vita fruttariano sostenibile, intervistando Massimiliano Gaetano e Gabriele Ceracchini. Come controparte, in collegamento video viene ospitato anche l’ormai notissimo Giorgio Calabrese.

In questo articolo commenteremo di parte in parte la sezione della puntata suddetta (o per lo meno quelle che reputiamo da chiarire) che si può guardare nel riquadro posposto.

All’inizio, il dtt. Calabrese interviene sostenendo l’anti-scientificità del messaggio “lanciato” da Gabriele Ceracchini sulla sostenibilità del fruttarismo e del melarismo, e lo fa sicuramente (anche se in maniera parziale) in buona fede, nella misura in cui secondo quella che è la nutrizione attualmente ufficiale, vi sono certi fabbisogni che devono necessariamente essere coperti per una buona salute generale dell’organismo umano, e questo concetto è del tutto vero se applicato all’individuo comune. Questi bisogni infatti sono stati calcolati sulla persona media, che mangia di tutto, semplicemente col metodo sperimentale ovvero si è visto che, mediamente, per mantenere un certo status di salute cellulare, oltre a un tot di calorie, v’era bisogno anche di un tot di lipidi, un tot di proteine, un tot di minerali, fibre, ecc. e sulla base di questo sono state ipotizzate e pubblicate, giustamente (per andare incontro, ripetiamo ancora, all’uomo medio), delle soglie quantitative approssimative (che comunque, proprio per questo, variano anche di molto a seconda dell’ ente istituzionale che le ha nel tempo suggerite e anche modificate) da coprire quotidianamente per ognuno di questi nutrienti affinché non si avesse, nel tempo, alcun tipo di carenza (ormai è riconosciuto scientificamente, comunque, che questi fabbisogni variano anche di molto da persona a persona non solo per il diverso stile di vita ma proprio per una costituzione organica, genetica, più o meno efficiente, anche da onnariano a onnariano). Pertanto lui dice, coerentemente con la maniera primitivo-meccanicistica con cui fra l’altro operano la medicina e la biologia attuali, figlie di una perversione dell’ippocratismo in chiave cartesiana, che “noi stiamo scambiando la scienza, e la macchina come cammina con la filosofia, io rispetto tutti i concetti filosofici però se io nella mia macchina metto soltanto benzina senza curare l’olio dei freni e del motore, a un certo punto quella macchina finisce”.

Anzitutto, aprendo una piccola parentesi dovuta, c’è da dire che, anche heideggerianamente, fare distinzione fra scienza e filosofia o comunque dividerle è un’operazione dia-bolica (tipica dell’atteggiamento metafisico occidentalistico, di cui è certamente figlio il dtt. Calabrese e non solo lui), nella misura in cui “scio” significa “sapere”, ma de facto l’unico sapere che possediamo noi specie umana è quello di non sapere mai con certezza proprio nulla, ma semmai siamo saputi noi dal quadro d’insieme, dal gioco del mondo in cui ci troviamo collocati: socraticamente, infatti, più “sappiamo”, più è perché sappiamo proprio di non-sapere, di non contenere (capire- capere) alcun fantomatico “dato”, che infatti si dà e si è sempre storicamente, appunto, dato, solo in risposta a un’interrelazione soggetto-oggetto. Ergo ogni ente, compresa la cellula che è viv-ente e il suo comportamento e i suoi fabbisogni, è un diveni-ente. Allora, l’unico dato che possiamo sfiorare (anche con Heisenberg, vedi principio di in-determinazione) è un esclusivamente dato sperimentale, che è vero solo fino a prova contraria, ovvero se si mantiene tale nel tempo senza che vi sia nemmeno un’ eccezione. Quindi l’unica verità vera non è mai una verità assoluta, incastonabile in un sistema di “dati” spazializzati, ma appunto è una verità di tipo esperienziale (erlebnis), un flusso, un logos, uno pneuma che si accorda semmai a una regolarità, un ritmo da seguire di volta in volta e di epoca in epoca e quindi sempre solo ed esclusivamente di tipo sperimentale ergo sperimentalmente ri-confermabile (o confutabile, ri-voluzionabile). Quindi, la vera scienza, è quella che sa di non sapere, e per questo è appunto scienza. Per questo motivo, un vero atteggiamento scientifico è quello che rimane aperto, umile e comunicante con un’attività che ama il sapere, che ama quindi la ricerca inesauribile (in alcun dato), e dunque la sperimentazione e il continuo mettersi in dubbio proprio per verificarsi nel tempo (visto che la verità nostra, che siamo esseri temporali, inclusi quindi nell’esperimento, non è e non potrà mai essere a-tempore, e quindi confezionabile): questa attività è quella essenzialmente filo-sofica ( che è amore per il sapere di non sapere mai abbastanza da poter pre-sumere una conoscenza assoluta, e cioè quell’amore che in definitiva caratterizza proprio l’atteggiamento del vero scienziato). In questo senso, in base a quanto detto, risulta ovvio come lo scienziato debba essere innanzitutto sempre, di base, un filosofo, per poter minimamente essere un vero scienziato e applicare il metodo sperimentale, senza scadere in atteggiamenti paurosi, tracotanti (hybris) e proprio anti-scientifici e anti-filosofici di conseguenza, che sono quelli dogmatici, tradizionalisti, e fideistici, e a-prioristici e pre-suntuosi di colui che appunto crede di sapere di sapere sempre e cioè di chi non assume un atteggiamento critico di fronte a qualsiasi possibile novità, non la tiene in conto, si esclude dal mondo della vita (lebenswelt) (o crede di poterlo fare), ergo  si chiude al dialogo democratico e comunitario, rifugiandosi (invece di inter-agire portandolo sul campo) nel suo nido sistematico di credenze sussunto assolutisticamente e autoritariamente, come farebbe un bambino che ha paura di perdere ciò che ha guadagnato prima (o un vecchio ormai adagiatocisi), e non si mette più in gioco; ma siccome rimane in vita solo ed esclusivamente tutto ciò che si man-tiene in gioco, in dunamis, allora questa impertinenza di cui prima è sintomo non solo di vecchiaia ma di stasi, necrosi, malattia e quindi di morte, oltre che, anche e specialmente per questo, di massima anti-scientificità.

Vera scienza è in definitiva e fino a prova contraria, ciò che funziona.

Chiusa parentesi, per chi conosce questo sito, noi operiamo a partire da premesse scientifiche e in maniera del tutto scientifica, ovvero monitoriamo lo stato di salute del corpo (e induciamo fin dal primo eventuale passo a farlo) di volta in volta, assicurandoci che tutto si mantenga nella norma (come valori del sangue e urine accettabili, uno stile di vita sia fisicamente che socialmente nella norma, un rapporto massa magra-grassa decente e quindi anche un IMC che rientri nel range ritenuto ufficiale o che non scenda di troppo oltre il valore di 18; ecc.). Anzi, osserviamo che, se la transizione all’alimentazione fruttariana sostenibile viene eseguita in modo graduale e appropriato, addirittura tutti questi valori non solo si mantengono, ma vanno solo a migliorare nel tempo e si guarisce (come scritto nell’articolo sulla medicina cuvieriana moderna) da moltissime patologie che ancora oggi, ippocraticamente, vengono credute e considerate a “eziologia sconosciuta”, in modo del tutto primitivo e poco scientifico.

Ritornando all’affermazione del dottor Calabrese, di cui comunque abbiamo stima e rispettiamo sotto il profilo umano e parzialmente anche sotto quello professionale, conoscendo e rispettando bene i principi (sperimentali) che stanno alla base del fruttarismo sostenibile, ci si rende conto come essa possa essere del tutto esatta e sensata solo per una persona che abbia un’efficienza cellulare scarsa e uno stato generale dell’organismo con alta tossiemia/ossidazione/acidosi (da una vita di introduzione di sostanze aspecifiche da cibo aspecifico, diverso da frutta sostenibile, finanche da fattori di stress socio-ambientali), e cioè per qualsiasi persona che non abbia fatto come minimo un lungo periodo di disintossicazione e modificazione strutturale dei processi micro e macro cellulari, di modo da rendere la cellula molto più efficiente, idratata, longeva, stabile. Comunque sia, come precisato più avanti e come comunque scritto in questo sito e nei relativi libri associati (come il progetto 3m) con il fruttarismo sostenibile è addirittura del tutto possibile raggiungere sia i normali fabbisogni (minimi) calorici sia proteici sia lipidici e in generale nutrizionali di tutte le sostanze necessarie al mantenimento della salute corporea di un onnariano, specie usando frutta biologica, auto-coltivata, e coltivata bene. Tuttavia, sempre se si rispettano correttamente (ognuno con i suoi tempi e accorgimenti particolari, sempre ascoltando il proprio corpo, il senso di fame e di sete e i livelli di energia nel vivere quotidiano) le varie fasi di gradualità che garantiscono un processo di inversione tossiemica fisiologico e del tutto naturale grazie alle sostanze perfette della frutta e in particolare della mela, assolutamente tutti questi fabbisogni indotti si riducono via via in modo inevitabile, perché anzitutto gli organi non devono fare più quell’iper-lavoro (che impiega molte kcal e processi usuranti di compensazione specialmente per mantenere il ph sanguigno a 7,41 c.ca) a cui sono costretti invece per digerire, assimilare, metabolizzare, anabolizzare e catabolizzare il cibo aspecifico; e poi, man mano che le cellule (dal dna, al nucleo, al liquido interstiziale, alla membrana che ad esempio cambia assetto lipidico) diventano sempre più efficienti, idratate e hanno sempre più a disposizione le sostanze antiossidanti, alcalinizzanti, le vitamine (che hanno propriamente il ruolo di accelerare e rendere molto più economici i processi metabolici, fungono da catalizzatori), l’acqua, la fibra e le sostanze chelanti e disintossicanti non solo dalle tossine aspecifiche ma anche dai metalli pesanti accumulati da una vita (come la pectina, o l’acido malico, polifenoli, ecc.) e aiutanti ogni processo micro e macro-organico (a cominciare dalla peristalsi intestinale e a continuare con la sua graduale pulizia fino a garantire un assorbimento da parte dei villi praticamente perfetto e quindi anche un’iper-efficienza del sistema linfatico e immunitario [e pertanto pure un sangue molto più pulito e ossigenato] visto che l’80% delle nostre cellule immunitarie risiede nell’intestino e se vi è stasi, ostruzione, principalmente è da lì che inizia la malattia), muoiono in minor numero, si stabilizzano (vedi studio di Alexis Carrel) e quindi, anche per il fatto di compensazione del ph predetto (che se si rispetta l’impostazione sostenibile e non si usa quindi frutta acida rimane minimo in confronto a qualsiasi altra condotta alimentare), devono essere ricambiate in numero molto minore e subiscono meno usura e meno sconvolgimenti (vedi pure picchi insulinici da amido cotto o acidosi da eccesso proteico, radicali liberi, ecc.). Per fare un altro esempio (fra gli innumerevoli possibili) i vegani mangiano ancora anche molte sostanze anti-nutrizionali (come l’acido fitico in eccesso della crusca dei semi che chela i minerali e non ne permette un’adeguata assimilazione intestinale), o molte sostanze droganti e danneggianti i tessuti, che sono quasi del tutto assenti nella frutta sostenibile, ergo anche il fabbisogno di minerali (che comunque, se la frutta è di buona qualità, vengono ampiamente garantiti) è indotto sia da componenti antagonisti presenti nel cibo diverso da frutta, sia per il loro effetto (drogante-acidificante-ossidante) sul corpo della specie umana che è costretto a compensare (per mantenersi in vita, ricostruendosi via via, giorno per giorno) tramite le proprie riserve alcaline.

I motivi per cui il dott. Calabrese, e con lui anche la maggior parte degli interlocutori dal mondo “scientifico” attuale (perché molti altri invece sono apertissimi alle argomentazioni che trattiamo) rimangono inamovibilmente su certe posizioni è che anzitutto, proprio dalla loro posizione, non si possono permettere discostamenti anche minimi dallo status quo opinionale vigente, e poi perché come predetto, sono figli e nipoti, formati, da una tradizione meccanicista a stampo cartesiano, e considerano pertanto il corpo umano come una macchina (come risulta evidente dal loro modo di parlare e da ciò che dicono), quando invece esso è un organismo sempre irriducibile a processi binari, rigidi, di causa-effetto che possano essere individuati assolutamente onde calcolarne precisamente il giusto funzionamento. Semmai, possiamo farci un’idea generale, appunto, di una norma, una regolarità a cui si accordano, appunto, gli organi predetti che sono sempre solutamente stavolta, in costante comunicazione reciproca (condicio sine qua non della salute), e sperimentare, seguendola, accordandoci a lei, accompagnandola a nostra volta. Il corpo umano non è né un camino, né un termosifone, né un’automobile, il materiale organico è bensì vivo, cosciente e in costante procedimento, progresso intelligente e incalcolabile senza per lo meno una grandissima approssimazione. La sua quantificazione, senza considerazione per i suoi andamenti qualitativi, è sempre una riduzione che scade tecnicisticamente nello scientismo asettico (che essendo una perversione assolutizzante l’atteggiamento scientifico, diviene proprio tutto l’opposto del giusto [aggiustato] atteggiamento scientifico, che fra l’altro procede anch’esso, come la cellula disintossicata, in maniera più semplice e meno dispendiosa, proprio a imitazione del principio della minima energia che cerca sempre di seguire Madre Natura, che ci capisce). Dire che vi sono dei fissi (fissati) fabbisogni per il corpo è riduzionismo scientifico, perché questi dipendono da innumerevoli fattori concomitanti, cioè principalmente il grado di efficienza della cellula, la sua pulizia, la sua conformazione, la qualità della sua alimentazione.

Successivamente il dtt. Calabrese afferma che la mela “non ha molti minerali fondamentali: il calcio; lo zinco; il ferro”. Speriamo volesse intendere che questi minerali sono presenti in maniera così minimale da essere (ipoteticamente) irrilevanti, perché la mela de facto contiene tutti questi minerali (e anche tutti gli altri), come si può vedere da qualsiasi tabella nutrizionale (ricordando che comunque, a seconda del tipo di coltivazione e dello status di salute del melo, questi ultimi possono variare in quantità, anche di molto). Al melariano che abbia raggiunto una pulizia e un’efficienza corporea adeguata, comunque, le quantità di ferro, zinco, e calcio contenute mediamente nelle mele, bastano e avanzano per il mantenimento e per il minimo ricambio di cui necessitano le sue cellule (inevitabilmente, in questo articolo ripeteremo spesso questo concetto fondamentale: “il segreto” dell’alimentazione perfetta è la quantità minima e la qualità massima del cibo). Inoltre, la mela, grazie alle sue sostanze perfette e alla sua strutturazione, garantisce un assorbimento eccezionale proprio di ognuno di questi minerali (an apple a day keep the doctors away, si suol dire), il concetto rivoluzionario dell’approccio cuvieriano moderno (del tutto scientifico, molto di più della presunta “scienza” oggi vigente) sta proprio nel comprendere come conti di più la qualità olistica del cibo (sia nell’orchestra totale delle sue componenti, sia poi nella relazione col materiale organico della specie che lo mangia, che nel caso dell’uomo e della mela, o al limite frutta sostenibile, è di specie-specificità, anche a livello quantistico, specularità, ottenuta in milioni di anni di co-evoluzione simbiotica) piuttosto che la sua quantità ingerita.

Tralasciamo volontariamente commenti sulle reazioni del pubblico e sulle affermazioni del conduttore Sottile e dell’ospite Giampiero Mughini, entrambe supportanti (com’è ovvio, di questo non ci si deve affatto sorprendere, visto che pure Galileo Galilei, Gesù Cristo, Lao Tzu, Nikola Tesla, Gandhi, Giordano Bruno, e tutti i pionieri mai esistiti, nel loro periodo erano considerati dei fuori di testa, pazzi, pericolosi e da condannare) la figura di Calabrese, presentato come autorevole rappresentate ufficiale della “scienza” in antitesi, invece, a una pre-suntamente definita “scuola di pensiero” pericolosa, che sarebbe quella del fruttarismo sostenibile, che ci fanno solo sorridere. Queste sono comprensibili sulla base della loro evidente ignoranza o conoscenza settoriale o, come quella di quasi tutte le persone, parzialistica, affidabilista e acquisita su principio di autorità dalle fatiscenti università odierne, nient’altro che oramai industrie di merce umana programmata da dare in pasto ad altre industrie, lontanissime dall’originario concetto di Schole aristotelico. Costoro non hanno sviluppato lo sfondo di competenze adeguate per intuire il quadro d’insieme dei fenomeni, non hanno un pensiero critico e indipendente (che sarebbe dis-funzionale per il sistema “economico” post-capitalistico), perché purtroppo non sono mai stati e-ducati in tal direzione, anzi, al contrario la loro “formazione” di una vita, a iniziare da quella infantile (sia nella sua sostanza che nel suo modus operandi) ha previsto l’esatto opposto, per garantire funzionalità, operatività binaria, settoriale e appunto “specializzata” nell’apparato tecnico-industriale dell’oggi, che prevede principalmente azioni-non-azioni, ovvero mansioni, ergo non vere e proprie persone agenti (dunque dotate di agency, autonomia, libertà), di cui farebbe volentieri a meno, ma, vista l’ esigenza meccanicista, pseudo-io automatizzati.

Commentiamo invece le illazioni del  chef Alessandro Circiello, anche lui, purtroppo, seppur nel suo ambito, perfetto esemplare di cieca rappresentanza tradizionalista e conservatrice (e lo si vede specialmente dal tipo di trasmissioni in cui viene ospitato, che poi sono le medesime del sig.  Giorgio Calabrese, a cominciare da Porta a Porta). Lui sostiene che con la sola frutta non si possano sviluppare ricette molto creative, o dai gusti diversi e soddisfacenti senza scadere nella monotonia. Premettendo che comunque, un organismo disintossicato, sano, in salute (e quindi a papille gustative disintossicate) gode e si soddisfa al massimo proprio solo col suo cibo specie-specifico e rifugge qualsiasi altro di diverso (la mela, che fra l’altro è l’unico cibo al mondo a lasciare il suo sapore, guarda caso, nel cavo orale della specie umana più a lungo rispetto a qualsiasi altro cibo, tramite l’azione dell’acido clorogenico; o altra frutta sostenibile); c’è da dire inoltre che anzitutto, l’unico modo che l’uomo ha sempre avuto (come anche sostenuto giustamente da Massimiliano Gaetano) per insaporire ciò che sennò farebbe letteralmente schifo o risulterebbe appunto insipido ovvero il “cibo” aspecifico come carne, carne di pesce, farine di semi, semi, radici, fogliame (i quali fra l’altro necessitano di essere per forza trasformati in modo dispendioso e poco sostenibile sia dal punto di vista economico che come risultato nutrizionale finale [nel caso del fogliame tramite anche storici innesti per rendere più tenera la foglia coriacea]), è stato quello di condirlo abbondantemente con la frutta (pomodoro, olio d’oliva, melanzane, peperoni, avocado, zucchine, ecc.). Poi, come da ricettario presente su questo sito e da possibile sperimentazione personale, con la frutta, frutta grassa, frutta ortaggio, è possibile grazie alla carpotecnia (di cui Gabriele Ceracchini parla nell’intervista) riprodurre non solo i piatti della tradizione, comprese le farine, ma renderli anche di molto più gustosi in confronto; e tramite le innumerevoli combinazioni sia quantitative che qualitative fra la varietà di specie di frutti che la natura ci mette a disposizione per poi fare eventualmente pure dolci, burgers, arancine, fino a kebab, piadine, spaghetti, pasta, sushi, lasagne, “patatine”, bevande, “cioccolata”, gelati, crackers, biscotti, torte, frittate, spiedini, gnocchi, ecc. (vedi ricettario), la cucina fruttariana è non solo la più gustosa e la più evoluta al mondo, ma potenzialmente la più varia dal punto di vista proprio gustativo. C’è da considerare, poi, che all’interno della specie di un frutto ve ne sono di varietà innumerevoli (come nel caso delle cucurbitacee, o delle solanacee, avocado, olive, mango, pere, ecc.), e poi, relativamente al terreno di coltivazione e della particolare zona, altitudine, clima, il medesimo frutto, anche della medesima varietà risulterà (a papille gustative disintossicate sempre, del fruttariano) sempre avere la sua peculiarità gustativa, a differenza invece del pane di semi, delle farine comuni, della pizza comune, della carne, dei latticini, che hanno mediamente, sempre tutti un sapore simile, noiosissimamente monotono. Il motivo per cui le persone oggi trovano addirittura insapore la frutta (cosa comunque abbastanza rara, perché anche in uno stato di malattia, il corpo manda segnali chiari e inequivocabili, di freschezza, ricostituzione, e piacere al primo morso), è perché hanno un organismo così alterato da percepire (tecnicamente, percepiscono molto di meno) il reale in maniera altrettanto alterata, e dunque, proprio per questa loro in-sensibilità, hanno bisogno di stra-condire le loro pietanze ad esempio con sale, pepe, peperoncino che non sono affatto saporiti ma agiscono allo stesso modo in cui farebbe una fiamma su un callo che ha perso la sua capacità di sentire. A conclusione, sentiamo di dover dire che, come descrive bene Aristotele nella “Etica Nicomachea”, il pervertimento provoca piacere per gusti disgustevoli, la rettitudine e la salute per quelli davvero buoni. Il fatto che per le persone sia piacevole e tradizionale, ad esempio, bere il vino o bevande alcoliche (che sono tecnicamente frutta marcia liquida), indipendentemente da quanto possa essere antica questa tradizione, è dato da un vizio pervertito, indotto da una protrazione nel tempo, tant’è che se si fa assaggiare del vino a un bambino questo inizialmente si ripugna, per poi, se lo si fa ripetutamente, assuefarsi per il contraccolpo compensatorio prodotto da ogni sostanza alterante il nostro organismo, ovvero, banalmente, per l’effetto-droga (specialmente bio-chimico) potentissimo di qualsiasi cosa diversa da cibo specie-specifico.

Per quanto riguarda il discorso sulla stagionalità dei cibi, questo ha poco senso nella misura in cui anche la specie umana, che ha vissuto per 60 milioni di anni (prima dell’arrivo del periodo glaciale iniziato c.ca 2 milioni di anni fa) solo nella sua nicchia ecologica kenyiota in fascia dunque equatoriale, è una specie fuori-stagione, vive in serra, si deve vestire, coprire, e deve modificare tecnicamente l’ambiente circostante per renderlo il più simile possibile al proprio originario. Siccome l’ambiente (umwelt) include anche e primariamente il fattore trofico, allora allo stesso modo di come noi stessi abbiamo bisogno, per sopravvivere, di stare in una serra, anche il cibo di cui ci nutriamo e di cui abbiamo bisogno e che è più salutare per noi, se l’ambiente non lo permette in modo naturale per questioni di clima, dovrà essere prodotto a sua volta in una serra. Infatti, è molto più salutare un frutto sostenibile cresciuto in serra (che manterrà comunque tutte le sue proprietà strutturali, nutrizionali, sfatando dunque il mito che il cibo di serra ben coltivato abbia troppo da invidiare a quello “di stagione”) rispetto a una qualsiasi altra componente ecosistemica “di stagione” diversa da frutta sostenibile. Inoltre, la mela è un frutto che si trova, e si raccoglie tutto l’anno (a seconda della varietà, vengono coperti praticamente tutti i mesi dell’anno, compresi quelli estivi, con una lievissima carenza, al massimo, nel mese di Agosto), e quindi è sempre di stagione, anche perché è quello con la più alta capacità (rispetto anche a tutti gli altri frutti) di mantenimento nel tempo, di conservazione anche di tutte le sue proprietà nutritive (e se la vitamina C si degrada lentamente, per un eventuale melariano basta mangiare un quantitativo di mele di poco maggiore per raggiungere questo fabbisogno, che è comunque minimo, lo ripetiamo, sia di base nella nostra specie, sia specialmente nei fruttariani e nei melariani; o al limite appunto basterebbe aggiungere altri frutti di stagione per risolvere immediatamente l’eventuale problema).

Sottolineiamo poi che il fruttarismo sostenibile non prevede l’utilizzo della cosiddetta “frutta secca”, perché non è frutta quella che effettivamente viene ingerita, ma trattasi di semi oleosi, dalle noci, alle arachidi, alle nocciole, al cocco.

Per precisare altre affermazioni del dott. Calabrese, va aggiunto che la mela contiene tutti gli acidi grassi essenziali (omega3 e omega 6), fra l’altro, guarda caso, proprio nella proporzione ideale e perfetta riconosciuta dalla nutrizione ufficiale che garantisce la salute e cioè in rapporto reciproco rispettivamente di 1:4. Inoltre, essa contiene tutti gli amminoacidi essenziali  e anche quelli non essenziali. Il discorso semmai, andrebbe fatto sulla quantità, ma per le motivazioni suesposte, questo ha poco senso se viene fatto apriori dallo status particolarissimo del reale individuo.

Il medesimo discorso vale anche per l’acqua da introdurre: il fabbisogno idrico di una persona comune, che mangia “poco ma di tutto” (quasi come se fosse un bidone della spazzatura, anziché un organismo con delle proprie, particolari anatomia e fisiologia da rispettare) ammonta a più di un litro d’acqua al giorno, sia perché il cibo aspecifico ha una configurazione troppo sostanziosa rispetto al materiale umano, e quindi abbisogna di molta diluizione sia al momento dell’ingestione sia nella sua dispendiosa utilizzazione e smaltimento, sia perché sottrae acqua all’organismo quasi fosse una spugna (vedi l’amido dei semi, in particolare quelli glutenici); ma sia perché, ancora, esso è ossidante ed acidificante e crea una necessaria condizione compensatoria tale per cui le unità strutturali del corpo che sono state alterate e rese inefficienti (in particolar modo le proteine) hanno da essere ricambiate continuamente (e costantemente reintrodotte in una certa quantità: effetto-droga) e per questo funzionamento principalmente linfatico si abbisogna di molta più H2O.

La frutta sostenibile invece, come ben detto da Massimiliano e Gabriele, non solo (se si segue l’impostazione alimentare sostenibile, raggiunta con la dovuta gradualità) riduce al minimo queste compensazioni, perché, al di fuori della mela rossa che è ph-inalterante, tutti gli altri frutti sostenibili sono solamente di poco acidificanti nel caso della frutta dolce e solamente di poco alcalinizzanti nel caso dei fruttortaggi e grassi; ma appunto nutre e idrata già si per se medesima, per la sua percentuale di acqua di molto maggiore e quindi, man mano anche che il corpo si va disintossicando, basta e avanza a soddisfare il fabbisogno idrico delle cellule, questo anche nel caso dei melariani. Al di là di quanto appena detto, comunque, nell’eventualità che un fruttariano o melariano abbia sete (molto raro dopo un lungo periodo detox di sola frutta sostenibile), egli deve certamente introdurre acqua, rispettando il chiaro messaggio sintomatico dell’organismo.

Parliamo adesso del fabbisogno proteico e della presunta scientificità della credenza (che è invece ai limiti della superstizione) sulle cosiddette “proteine nobili”. Innanzitutto, chiariamo che non è affatto dimostrato scientificamente (per come lo si vorrebbe dimostrare con l’approccio riduzionista odierno), questo vero e proprio mito, ma trattasi solamente di ipotesi generalmente accettata nell’ambiente scientifico, praticamente, per moda (e anche, si crede, per convenienza) e per delle osservazioni sperimentali che però non hanno chissà quale nesso di causa-effetto; ergo tirare in ballo questa credenza, per qualsiasi medico, nutrizionista o scienziato che dovesse essere coerente col suo rigoroso modus operandi (ai limiti dello scientismo), risulta pienamente (auto-)contraddittorio. Ancora, il corpo umano viene qui paragonato a una sorta di giocattolo da assemblare. Rimandiamo, in proposito, per chiarire la questione e sfatarla, all’articolo ad essa relativo, di cui comunque riportiamo un brevissimo estratto:

“- Occorre anzitutto rammentare che i dieci aminoacidi “essenziali” furono dichiarati tali in seguito a sperimentazioni effettuate da W.C.Rose, dell’Università dell’Illinois, sui topi bianchi partendo dal presupposto che i fabbisogni di questi rosicanti siano “eguali a quelli dell’uomo”. Il che non è vero, dato che già in condizioni normali il loro biochimismo fisiologico è lontanissimo da quello umano: come si vedrà fra poco, gli animali, oltre a reagire alle sostanze chimiche in modo assai diverso dall’uomo, presentano livelli di sopportazione differenti e differenti parametri di intossicazione.”

(Prof Armando D’Elia – “Miti e realtà nell’alimentazione umana”)

Ora, ammettendo anche (per assurdo) che fosse vera l’ipotesi sulla “proteina nobile”, e senza tenere in considerazione il discorso sui fabbisogni indotti, il dottor Calabrese si sbaglierebbe ugualmente quando si oppone vivacemente, intorno ai minuti 17:00-18:00 del video, a un Max Gaetano che, ancora giustamente, afferma che il fabbisogno proteico umano può essere soddisfatto da introduzione giornaliera di avocado e zucchine. A dimostrazione di questo, invitiamo i lettori a visitare uno dei siti di nutrizione più affidabili che si possano trovare sul web: http://nutritiondata.self.com/.

Abbiamo inserito, nella ricetta (sezione “my recipes”) 700g di zucchina (corrispondenti a 3 zucchine di medie dimensioni) e 550g di avocado (corrispondente a 2 avocado medio-piccoli, o a uno molto grande) e abbiamo ottenuto il seguente risultato nutrizionale:

avocado e zucchine

Come si può vedere, non solo otteniamo ben 20g di proteine (come minimo, approssimando per difetto, infatti le tabelle di questo sito danno 2g di proteine per l’avocado ogni 100g, quando invece sappiamo che l’avocado arriva anche al 4% proteico [vedi questa tabella http://www.my-personaltrainer.it/alimentazione/avocado.html%5D, e la zucchina anche al 3% [vedi quest’altra tabella http://www.my-personaltrainer.it/tabelle-nutrizionali/ZUCCHINE-BOLLITE.htm%5D: dunque arriveremmo ben oltre i 30g, approssimando per eccesso), ma dal riquadro in basso a destra notiamo con sorpresa che il cosiddetto (ipotetico) “punteggio chimico” di queste è altissimo, addirittura superiore a quello di altri alimenti di origine animale e molto vicino a quello (di 130) dell’uovo (che è considerato il massimo raggiungibile e infatti viene usato proprio come parametro di riferimento.)

uovo vb

Aggiungendo le proteine assunte mediamente con l’altra frutta (sia quella dolce che quella ortaggio) si arriva, se lo si vuole, e anche magari essiccando o frullando zucca, pomodori, platano, ecc. pure ad assumere dai 40g a oltre 50 g di proteine al giorno, solo ed esclusivamente con la frutta. Ma sappiamo che questi non sono per niente necessari, e che nella pratica fruttariana sostenibile una persona di 70 kg ha invece bisogno di massimo 15g, e che questo fabbisogno indotto si riduce ancora drasticamente nel metabolismo perfetto del melariano, che nella fase m1 ha bisogno di soli 5g pro die, e nella fase m2 di solo un grammo pro die, fino a sfiorare quasi lo 0, poiché ormai l’assetto cellulare è stabilizzato e il ricambio quasi del tutto ridotto all’assenza.

Va detta un’altra cosa: nella frutta le proteine si trovano spesso già divise in tutti gli amminoacidi, senza bisogno che sia il nostro corpo (dispendiosamente e dannosamente per la produzione di acido da scissione delle macromolecole proteiche, come avviene con il cibo aspecifico) a dover “romperle”. Inoltre, esse sono da considerarsi ad alta capacità assimilativa e a massima efficienza, nella misura in cui trovandosi nell’acqua della frutta, vengono digerite e assorbite benissimo (se si rispettano le giuste associazioni alimentari, ovviamente) e, s’intuisce quindi, anche in maggior numero rispetto a quelle di alimenti molto più densi e richiedenti una digestione oltre che più prolungata e sempre compromessa, difficoltosa ed inefficiente.

Sul fabbisogno indotto vitaminico, in particolare della vitamina b12 a cui accenna Giorgo Calabrese, che è un problema serio da mai sottovalutare, rimandiamo alla parte finale di questo articolo, da leggere con attenzione; ricordando che la vitamina b12 non è per niente propria del mondo animale, ma in natura viene prodotta dai batteri presenti sulla buccia della verdura e della frutta non lavate. Inoltre, la sua carenza, generalmente, non è data solamente e principalmente da un’ insufficiente introduzione tramite la dieta (tranne nel caso in cui si mangino quantitativi proteici giornalieri esagerati, come possibile solo nei regimi alimentari diversi da fruttarismo sostenibile) ma da microbiota intestinale alterato e quindi da un’inefficienza del fattore intrinseco che è molto frequente in genere in quasi tutte le persone che mangiano “di tutto”.

La superficie della buccia della mela, lo precisiamo, quando appena colta dall’albero e osservata al microscopio elettronico, presenta una microflora batterica molto variegata che la popola fino nei suoi micropori più “profondi”, e presenta vitamina b12. Comunque, come detto in altri articoli, è sempre essenziale monitorare nel tempo i livelli di questa vitamina e i livelli ematici dell’omocisteina (visto che la frutta che si compra viene quasi sempre lavata, modificata per motivi, regolamentazioni commerciali). Nel caso fossero alterati, questa vitamina essenziale va ovviamente integrata.

Sulla glicolisi e il metabolismo della mela, rimandiamo a questo articolo.

In conclusione, è vero, con Max Gaetano, che alla facoltà di medicina non si studia scienza della nutrizione e l’esame di anatomia comparata è stato tolto ormai da molti anni. Due cose, se ci riflette anche per due secondi, assurde, sconvolgenti e gravissime, oltre che anti-ippocratiche per eccellenza, visto che almeno, Ippocrate considerava e conosceva bene la gravità dell’alimentazione per la salute.

cuvier anatomia comparata

Inoltre, è in egual modo vero che dai tempi dell’esimio professore Georges Cuvier, conosciuto e famosissimo in tutte le facoltà scientifiche (tranne che a medicina), specialmente a scienze biologiche per la sua centrale rilevanza proprio nel loro stesso sviluppo, in quanto fondatore dell’anatomia comparata (quindi non un intellettuale a casaccio, come vorrebbe in maniera del tutto inappropriata, irrispettosa e sconclusionata far passare Giampiero Mughini al minuto 14:00-15:00) nessuno ha ancora confutato la sua dimostrazione scientifica (appunto tramite comparazione con le altre strutture viventi pluricellulari) che l’uomo non ha una struttura anatomo-fisiologica onnivora, ma l’ha frugivora. Infatti la pratica onnariana non ha fondamenti scientifici, ma unicamente tradizionali e tradizionalmente necessitati da condizioni ecosistemiche a noi improprie a cui ci siamo dovuti adattare (negativamente) dopo le recentissime glaciazioni (se consideriamo i tempi evolutivi della storia umana, di gran lunga maggiori: 60.000.000 di anni contro 2.000.000). Pertanto, specie oggi che finalmente l’uomo si è stabilizzato su tutto il territorio globale e può (anche se lo può fare purtroppo ancora solo una parte dell’umanità, che per questo ha un’enorme responsabilità in questo senso verso i suoi fratelli, vista l’insostenibilità per 7 miliardi di individui di un sistema economico ancora schiavo della zootecnia e del sistema di produzione innaturale e dispendiosissimo, oltre che inquinante, del cibo aspecifico) decidere cosa mangiare, cosa coltivare e cosa comprare, finanziare, può in una sola parola scegliere; questa pratica innaturale e anti-scientifica inizia a vacillare e a essere messa in dubbio, in un periodo storico che pare essere il più accordato, se vi si pensa, a un riassestamento graduale verso l’eqvilibrium, a una ri-voluzione, ri-bellione del tutto non violenta e silenziosa.

Per il video di risposta di Max Gaetano e Gabriele Ceracchini seguire questo link.

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