Scordiamoci di scordarci

psichiatra

 

Viviamo in una “società” che ci fa credere di essere malati, quando spesso la maggior parte delle “patologie” non sono altro che una maggiore sensibilità alle cose, una maggiore delicatezza d’approccio ad esse e ritmi differenti dalla frenesia. Una cellula sana ha un metabolismo nettamente diverso da una cancerosa. Sostengo con una certa convinzione che esattamente almeno quasi tutte le “malattie” psichiche facenti parte del DSM siano, del tutto al contrario, un lampante segnale di benessere e di uno stato meno “incallito” del soggetto, se lo si paragona al tipo presunto “normale”. Oggi più che mai si ha paura di manifestare la nostra dimensione emotiva, e si fa fatica a filtrarla nell’apparato tecnico-mansionario che è ormai diventata la società globale a-patica e sentimentalmente appiattita (o decaduta in negativo). Ritengo essenziale che si faccia una volta per tutte chiarezza sullo stato di paura in cui siamo costretti e che ci sta facendo precipitare sempre più verso la vera malattia, forse una delle poche che siano reali e che invece non compare sul DSM: il conformismo e l’annullamento dell’io, l’insicurezza (a volte totalmente disarmante) e l’incapacità di pensiero critico, la dipendenza dal consumo, la freddezza, l’aridità, la sfrenatezza. Sembra proprio che addirittura, proprio ricercare la salute (ovvero allontanarsi, fuggire da certe pratiche e dimensioni percezionali quotidiane indignitose e disumanizzanti e ricercare alternative, crearle, proporle, viverle, concepirle), sia additato come comportamento schizoide, pericoloso e dannoso per sé e per gli altri cittadini. Io credo che questo vizio sia semmai dovuto, nella sua essenza, alla corruzione dilagante e che permea oramai fino al midollo il mondo ultra-capitalistico attuale, che è esso stesso, in primis, malato e, essendosi eretto assolutisticamente ad unità di misura (della stessa natura), considera di conseguenza pervertito tutto ciò che è effettivamente disfunzionale alla sua stessa perversione dalla norma divina (metron), come la salute (quella vera). Deviare da una deviazione non è perversione, ma significa iniziare a smettere di zoppicare con gli zoppi, e a volerlo disimparare, scordare. L’invenzione delle patologie psicologiche e anche di molte propriamente psichiatriche è derivata o da un preconcetto (quello preaccennato) distorto, o comunque da un’imposizione più o meno cosciente, da un “alto” in verità infimissimo, di una presunta “normalità” che non solo è estremamente dubbia, ma a un’attenta analisi completamente infondata, vista l’evidenza del grave degrado ecologico e certamente quindi mentale mondiale al quale siamo “grazie” a questa credenza tragicamente approdati. Le performance, le attività ma soprattutto le modalità in cui sembra ovvio debbano oggidì essere svolte dalla popolazione, sono un’amputazione, una riduzione, una minimizzazione e quindi un’umiliazione dell’umano. Quest’ultimo, proprio come ben romanzato da molti autori del passato (fra i quali è doveroso citare A. Huxley e G. Orwell, ma come anche indicato bene da molte riflessioni della scuola francofortese e, infine, perfettamente delineato da G. Anders e da Heidegger), nell’eventualità in cui si discosti dal “gioco mentale”, dalla mono-frequenza del precostituito, dal “si” (assolutizzato) heideggeriano che vige autoritariamente grazie alla democrazia di un dèmos sottomesso e rinunciatario della propria agency e delegantela ad enti terzi detentori dei mezzi produttivi (lobbies, corporations), finisce per essere troppo autentico e appunto più umano per i gusti disgustevoli e per la tradizione sacrilega, per l’habitus e la weltanschaung dei suoi vicini, colleghi, “amici”, allo stesso identico modo in cui storicamente l’imperialismo occidentale, il colonialismo, hanno sempre disgustato, oltre che temuto e violentato in maniera paranoica e puerile neri, mulatti, gialli, indiani, cubani, ebrei, omosessuali, e in generale out-groups, “mostri”, ipotetici nemici esterni, terroristi. In questo senso, la dittatura attuale è di tipo mentale, non a caso si fa oramai “programmazione” e non vera e-ducazione, a iniziare dall’infanzia fino alle “università” che di universale hanno ben poco e si sono invece completamente tramutate in industrie di merce umana da vendere al grande mercato di nuova babilonia. Nella tirannia della visione, illusione, “sogno” umwelt post-moderno, ovvero dell’interiorizzazione (spesse volte automatica) di indubbi e poco o per nulla dubitati pregiudizi e stereotipi, credenze, può avvenire, com’è avvenuto e come continua a succedere, innanzitutto il disincanto dal mondo della vita autentica (lebenswelt) e in secundis l’incantamento alla dimensione fittizia delle ombre artificiali. Ecco che allora si scambia la salute con la malattia e viceversa, e si sospende il proprio flusso vitale e la personale esperienza (erlebnis) per mimetizzarsi nella mortale an-estesia, rinunciando sia a conoscere e dunque anche a sviluppare il proprio sé che rimane quindi infantile, atrofizzato, schiacciato e incapace di auto-gestione, comprensione, ideazione, creatività, finanche sentimento, finendo così nel limbo dell’inerziale passività nichilistica, nella delega, e con Nietzsche, ne la vecchiaia del mondo. Il motivo per cui molti sani “impazziscono” è perché la loro indiscutibile originalità e autenticità e il loro potere magico non trova una dimensione adeguata al suo accrescimento, ma solo fessure mono-dimensionali in cui dover lacerarsi, smembrarsi, modellarsi, distruggersi, appunto insanarsi forzatamente. In realtà, siamo tutti spezzetati; forse, con Fromm, il disadattato è più degno di noialtri, moralmente e pure psicofisicamente, perché almeno è rimasto integro, anche se non ha trovato nessuno che potesse curare la forma, l’atto della sua magia, e dunque lei è dovuta accrescersi nella goffaggine tipica di ogni solitudine.

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