Obsolescenza del sistema “e-ducativo” istituzionale vigente e spalancamento di nuovi modi emancipatori, oltre che più utili e produttivi, per i ragazzi e gli uomini di questo asintotico e ancora poco capito nuovo millennio

Quanto più l’amministrazione repressiva delle società diventa razionale, produttiva, tecnica, tanto più inimmaginabili sono i mezzi ed i modi mediante i quali gli individui amministrati potrebbero spezzare la loro servitù e conseguire la propria liberazione.”

(H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, pag. 27, ed. Einaudi, 1967)

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La parola chiave è Internet. Grazie a questa tecnica, l’uomo oggi può fare quello che ha sempre sognato di fare e cioè essere libero da costrizioni tradizionalistiche, districarsi da conservatorismi vecchi, svincolarsi dal nido culturale che lo aveva finora protetto ma limitato e finalmente divenire se stesso (sempre di più). Tuttavia oggi assistiamo a una frommiana fuga non solamente da questa possibilità, ma addirittura anche dalla minima riflessione che la metterebbe alla luce. A noi interessa sì cercare di capirne i motivi, che comunque sono abbastanza ovvi per chi abbia un po’ di cultura e sensibilità (anche se vi sono dei punti spesso oscuri che non tutti riescono a intravedere), ma ci interessa molto di più raccontare storie concrete,  storie concretamente immaginate, visto che ogni comunità esistente ed esistita lo è e lo è stata grazie allo slancio immaginativo (la teoria è la più alta forma di prassi diceva Aristotele) di simpatici uomini con delle strane idee nella testa1,  ma che d’altra parte ci e-ducano a una possibile (e anche decisamente più facile) nuova e, come sopraccennato emancipatoria, forma di vita.

Anzitutto, ma sinteticamente, dobbiamo dire perché le università in generale (o per lo meno la maggior parte dei corsi universitari) si rivelano essere non solo inutili, ma anche dannose per l’individuo attuale e per il progresso delle comunità umane odierne. Questa acquisizione, che può sembrare delle più assurde, è invece sostenuta fortemente da personalità dell’oggi più autorevoli, come ad esempio Noam Chomsky, il quale afferma in “Capire il potere”:


“Ma se uno volesse studiare i fenomeni importanti nella vita moderna, in quale università dovrebbe andare o a quale professione accademica dovrebbe dedicarsi? Non dovrebbe frequentare una facoltà economica, perché lì non si trattano questi argomenti: lì si elaborano modelli astratti del funzionamento dell’economia della libera impresa, sapete, proiezioni in uno spazio a dieci dimensioni di un inesistente sistema di libero mercato. Non dovrebbe frequentare quella di scienze politiche, perché lì si studiano statistiche elettorali, campioni di votanti e microburocrazia, per esempio il modo in cui un burocrate parla a un altro in una determinata situazione. Non dovrebbe frequentare quella di antropologia, perché lì si studiano le tribù della Nuova Guinea, né i corsi di sociologia, dove ci si occupa dei crimini commessi nei ghetti. In effetti non dovrebbe frequentare nessuna facoltà, perché nessuna tratta questi problemi. Non ci sono riviste che ne parlino. Non esistono strutture accademiche che si occupino delle questioni fondamentali della società moderna. Non è un caso che non ci sia un campo che studia questi problemi, perché se ci fosse la gente potrebbe capire troppe cose e, in una società relativamente libera come la nostra, cominciare a dare uno sbocco a questa conoscenza, eventualità che nessuna istituzione vuole incoraggiare. Non c’è nulla, infatti, di quanto ho detto che non potrebbe essere spiegato a uno studente delle superiori. Ma queste materie non fanno parte dei corsi, perché lì si studia il modo in cui le cose dovrebbero funzionare, non quello in cui funzionano davvero”;

oppure di qualche decennio fa, come il post-modernista Ivan Illich nel suo “Descolarizzare la società”2, testo a cui faremo riferimento più avanti .

Poi, spesso e volentieri le critiche (finanche le condanne) alle strutture accademiche arrivano proprio da chi vi è operante all’interno, specialmente dagli stessi professori che si rendono conto (anche se evitano magari di dirlo esplicitamente) di quanta assurdità e contraddizione viga appunto in queste cosiddette “scuole” (termine lontanissimo dal senso originario, greco di schole, aristotelico).

Essenzialmente diciamo che oggi come ormai da tempo, le università non sono altro che delle industrie di merce umana da vendere come forza lavoro ad altre industrie. Per questo motivo, in queste non si educa al pensiero, ma all’operatività e all’efficienza, si fanno interiorizzare non solo nozioni filtrate e asettiche, ma soprattutto approcci, metodi, modus “vivendi” e linguaggi dissociativi e depotenzianti, settoriali, alienanti, e per questo (mono)funzionali (data la configurazione del mondo “economico” attuale). Gli stessi in-segnanti, sono anche loro pochissimo liberi di muoversi e devono attenersi al programma che a loro volta hanno dovuto interiorizzare per ottenere la cattedra (sostanzialmente è il loro modo per comprarsi la sopravvivenza). Si fa dunque programmazione: come con delle macchine. Tramite il sofisticato e antico meccanismo divide et impera e quello della ricompensa-premio, effettivamente si assiste a una sorta di labirinto per topi, che (viste le esigenze sempre massime e sempre più alte di volta in volta nel proprio iter vitae ma pure storicamente, se ci pensiamo un attimo infatti le materie che si studiano oggi sono nella maggior parte dei casi almeno 10 volte più copiose e complesse rispetto ai tempi in cui studiava la generazione dei nostri genitori), finisce per tenere occupato praticamente 24 ore al giorno, su una determinata e pervertita frequenza, il cervello del malcapitato, che deve così diventare esattamente un idiota (dal greco idios) (e si deve sforzare in questo senso), per poter minimamente passare con successo da ogni fessura precostituita. Infatti l’esame, cosa da chiarire, non verte solo sui contenuti di una materia, ma esamina soprattutto, c’è da dirlo, il grado di interiorizzazione, la forma mentis (o de-mentis) maturata. Dunque più ci si adatta, ci si con-forma, fino a mimetizzarsi del tutto, più è facile ricevere il premio e i premi successivi. Ecco che così, in questo scenario, scompare l’umano, e nasce e si diffonde lo pseudo-umano, un eccezionale e fiero proto-tipo di robot, im-piegato, forse nell’attesa che egli medesimo (insieme agli altri suoi simili) non finisca davvero per produrne il primo modello (non è né una battuta né fantascienza), che potrà finalmente farlo estinguere con silenziosa gradualità e, magari colto da vergogna prometeica, sua stessa volontaria, servile adesione (un suicidio soltanto un po’ più attuato rispetto a quello che già si era quotidianamente riservato e per tradizione aveva voluto in maniera paternalistica riservare anche alla sua prole).

Va quindi chiarito che il “progresso” così tanto prospettato e rincorso, insegnato dal sistema scolastico attuale, altro non è che quello stesso “progresso” tecnico (noi non siamo contro la tecnica, ma contro la sua assolutizzazione) fine a se stesso che pubblicizzano le aziende e le organizzazioni multinazionali post-capitalistiche, e cioè un finto progresso, nella misura in cui non si tende a modificare, arricchire, fare uscire la cultura delle persone e la loro dimensione spirituale, affettiva, creativa, ergo propriamente umana (che non solo rimane la medesima, ma viene viziata e appiattita, resa inutile e quindi regredisce inevitabilmente nel corso del tempo in quanto non più esercitata, chiamata a manifestarsi), ma più che altro se ne modifica il vestito (piuttosto che l’habitus), gli accessori, l’aspetto, il frigorifero, il rasoio, la cravatta, le tette, l’abilità operativa (sempre però specializzata in un certo strettissimo ambito), la capacità di calcolo (piuttosto che il pensiero riflettente, critico), cosicché queste persone possano fungere da perfetti ingranaggi all’interno della macchina industriale, che li assumerà col solo scopo di sfruttarli per mantenere o aumentare la propria competitività, produttività sul mercato. Si tratta dello stesso pseudo-progresso esaltato da un sistema (anti)economico che ha preteso di poter ridurre la natura a proprio fondo disposizionale (Bestand), senza più alcun senso della misura (metron), riducendo così il pianeta e le sue risorse allo stato emergenziale e anti-ecologico che noi tutti oggi apprendiamo tristemente (e passivamente tuttavia). I valori, pertanto, si atrofizzano e annichiliscono nello pseudo-valore dei prezzi e dell’efficienza; e qualsiasi pensiero, sentimento, oggetto, viene ridotto alla mono-dimensionalità di una techne assolutizzata, della flessibilità mercantile, e perciò snaturato, prostituito, quantificato, spogliato da qualsiasi altro possibile significato qualitativo. In tal modo, anche la dimensione percettiva dell’umano muta, decade a una ingrigita, riduttiva, disincantata. Appagato dal soddisfacimento dei fabbisogni materiali e “sociali” (che nel 90% dei casi sono comunque indotti e non reali, ma sembrano tali proprio perché collettivamente interiorizzati) il tipo umano attuale, generalmente, tende ad accontentarsi di funzionare, smettendo di pensare e quindi rigettando il suo ergon originario, in senso aristotelico; infatti, animale razionale non è mica colui che esegue le mansioni poste da una sussunta razionalità esterna che lo sopravanza e lo com-prende in se stessa autoritariamente e in modo automatico, ma semmai è un individuo attivo, ermeneutico, che si chiede sulla pertinenza del problema stesso, prima ancora di domandarsi sul come risolvere un problema già dato a priori come tale dall’impianto (anche storico) in cui è capitato.

Rimanere allora nell’alveolo di questa logica illogica, subdolamente iper-competitiva, pone palesemente a rischio non soltanto l’umanità, ma il pianeta terra, nella misura in cui se l’artificio che abbiamo costituito si stabilizza nella sua illusione (tutta americana) di star progredendo quando invece avviene tutto l’opposto, la società occidentale si potrebbe incancrenire e lo sta già facendo, fino a decadere, implodere del tutto in un abbrutimento definitivo, viste anche le potenzialità tecnico-belliche raggiunte.

Urge quindi una revisione di noi stessi, una riflessione profonda sul senso del nostro esistere e un po’ di silenzio e di ascolto, anziché la frenetica non-vita che ci ostiniamo a sostenere sado-masochisticamente e animalescamente, che ci dis-trae. Questa possibilità non la dà il sistema attuale e i suoi organi istituzionali d’istruzione in primis (se non qualche rara eccezione), ma dobbiamo crearla noi, organizzandoci in qualche maniera alternativa ai percorsi prestabiliti. Se questo sarebbe stato quasi impossibile anche solo 10 anni fa (e prima ancora del tutto assurdo per lo sfondo culturale ancora legato inevitabilmente a una logica tradizionalista-paternalista), oggi la crescita esponenziale dell’inter-scambio comunicativo e attuativo (agency) ha raggiunto quasi l’asintoto grazie specialmente al web, e questo ci permette di avere già a portata di tasca, senza che la vediamo in quanto generalmente passivi, la soluzione (e poiché anche questa tecnica la si usa ricorsivamente e viziosamente per se stessa o per altre tecniche ancora, vedi l’utilizzo s-modato [non-utilizzo nella praxis] di facebook o di altre piattaforme). La soluzione infatti richiede (già solo per essere intra-vista) attività, creatività, slancio, voglia di mettersi in gioco, sperimentare, comunicare, tendere la mano, conoscere altro, influenzare e farsi influenzare da nuove prospettive e considerare nuovi paradigmi proprio di concezione dell’esistenza, ovvero richiede tutto ciò che oggi si tende a rifuggire perché generalmente additato come “alternativo”, pauroso, temibile, disfunzionale, inutile, impertinente, puerile, infantile, rischioso, sconveniente (nell’immediato). E tuttavia, la soluzione richiede anche di costruire qualcosa e di contribuire volontariamente perché questo qualche cosa si mantenga nel tempo e cresca, essa risiede nel fondamento democratico di un nuovo approccio al reale che si esautori dal sentore comune (anche da quello che si percepisce nei cosiddetti periodi di “ferie” o nei “weekend”, sempre strettamente incastonato nel grigio disincanto), ma che possa allo stesso tempo agire efficacemente all’interno delle regole e delle leggi vigenti (visto che chi abita il grigiore, non vede eventuali fantasmagoriche ri-bellioni già in atto e già vincenti, come ne esistono in numero sempre maggiore [basta cercare]).

Non si sta parlando qui di una nuova ideologia sistematica (anche se sarebbe probabilmente migliore del nichilismo passivo e del relativismo dilaganti, o delle false ideologie della prima metà del novecento) ma semmai di idee (da idein, vedere) di volta in volta da accordare all’esperienza vissuta (erlebnis) e all’andamento comunitario, e quindi stiamo sinteticamente proponendo, mettendo alla luce, indicando una svolta democratica definitiva, che già avviene un po’ dappertutto, e che sarebbe meglio pubblicizzare in fretta perché tutti prendano coscienza della possibilità e non rimangano chiusi in gabbie mentali deleterie, e scelgano diversamente o comunque spostino la loro attenzione o la allarghino, anziché seguire un solo binario che è ormai proprio fuorviante e pericoloso per se stessi e per il benessere collettivo. I genitori in primis dovrebbero capire che le cose sono cambiate, e che vi sono alternative che sono vere e proprie opportunità di gran lunga più degne, convenienti, e nobilitanti, realizzanti i propri figli (e quindi loro stessi) rispetto all’immissione di questi nelle fatiscenti strutture da cui ci si può ormai tranquillamente (e anche vivendo molto meglio e molto più in salute) slegare. Il ricatto delle industrie (perché alla fin fine è questo che porta a fare le pseudo-scelte che solitamente si fanno) oggi si può ridurre al minimo fino pure renderlo del tutto insignificante se si collabora insieme nella direzione che intendiamo indicare, o ideare, vedere.

Ora, alla luce di quanto sopraesposto, esponiamo brevemente i punti essenziali per una rivoluzione silenziosa ed efficace, che possa nella pratica di piccoli o grandi gruppi sparsi sul relativo territorio regionale (ma, volendo, anche a distanza nazionale) riuscire tranquillamente e darci, oltre che una vita più serena e semplice, grandi soddisfazioni e orgoglio.

  1. Compra-vendita dei beni, chi, dove, cosa, come e perché:

Anzitutto, siccome noi compriamo il nostro mondo-ambiente tramite le cose che decidiamo di acquistare, e quindi finanziando un determinato, particolare tipo di manifestazione veritativa pro-posto dalle istituzioni politiche o molto più dalle imprese (che com’è ormai abbastanza evidente hanno un potere maggiore rispetto alla politica stessa, purtroppo o per fortuna), allora risulta chiaro come dipendentemente da come investiamo le nostre risorse economiche produrremo (noi collettività, donde la collettività è nient’altro che un agglomerato di individui dotati di agency) il nostro paradiso o il nostro inferno, e produrremo via via anche nuove offerte in base a cosa chiediamo. In effetti, non è solo l’offerta che influenza la domanda (manipolazione mediatica), ma ormai sappiamo bene, anche grazie alla sociologia, come avvenga un circolo di reciproco influsso. Più il cittadino si fa attivo e critico nella sua richiesta, senza lasciarsi abbindolare da molte ingannevoli pubblicità, più questo sarà attento nell’acquisto del prodotto, e più l’offerta si troverà costretta ad adattarsi alle sue richieste, per un banale motivo di convenienza e successo economico.

Quindi, con un po’ di maturità e un minimo di buon senso, dobbiamo capire come molti dei prodotti, anzi quasi tutti (specialmente alimentari), a cui siamo affettivamente legati fin da piccoli o comunque dipendenti in un modo o in un altro, non solo sono del tutto inutili, ma anche estremamente dannosi sia a livello materico, sia spirituale, nella misura in cui non solo ci danneggiano e ci alienano dal mondo reale e da noi stessi, ingannandoci e obnubilando, ma sono proprio per questo lo strumentum tramite cui le grandi organizzazioni industriali ci assoggettano e ci rendono schiavi, distratti e s-postati su un mondo che non è quello reale ma solo un trucco artificiale (quello vero è meraviglioso, e ce lo ricordiamo, si spera, di fronte a un tramonto, o a un’alba, lontani da queste necropoli che ci ostiniamo ancora a definire “città”). Allora, capire innanzitutto che bisogna rinunciare gradualmente al consumo di certe vere e proprie droghe, fare un lavoro psicologico in questa direzione critica e dignitosa, è la base per iniziare a sperimentare un assaggio di ciò che chiamiamo “libertà”, poiché ci mette nelle condizioni di organizzarci per produrre noi ciò che, per lo meno, possiamo nella situazione attuale (e che via via, man mano che si procede e lo si fa in numero maggiore verso questo atteggiamento emancipativo, potremo produrre ancora di più e meglio). Per fare qualche esempio, attualmente vi sono, per il cittadino medio, moltissimi prodotti che si potrebbe fare da sé, con-altri, riguadagnando sia economicamente che in salute ed efficacia (e molte a cui potrebbe fare benissimo a meno), come (esempi banali) i detersivi, detergenti, almeno il 40% dei prodotti alimentari (di più, minimo il 50% nel caso egli abbia a disposizione un terreno per coltivare, e oggi bisognerebbe che si tornasse alla terra, quel bene originario che ogni uomo dovrebbe avere per diritto inalienabile e che invece ci è stato sottratto dal capitale), vestiti, cosmetici, fino anche a strumenti come l’inchiostro, carta, alcuni elettrodomestici e ovviamente anche l’energia elettrica,3 ecc.

La maggiore in-dipendenza comincia esattamente iniziando a rimboccarci le maniche per spingere verso l’auto-produzione, e tutti insieme questo è facilissimo.

Nell’organizzazione comunitaria volta in tal senso, l’umano (ri)troverebbe quelle condizioni più consone alla sua natura di animale sociale e simbiotico, immerso in una dimensione di fini comuni, di amore e affetto, di tranquillità e stabilità, purezza ambientale (sicuramente maggiore rispetto alle situazioni del tutto precarie in cui ormai si trova costretto) che gli consentirebbero finalmente di esprimersi in tutta la sua creatività in attività non più definibili come “doveri” o “lavoro” (non ce ne sarebbe più di bisogno [indotto]) nel senso inteso comunemente per ora, ma (anche se al tempo stesso effettivamente molto più utili di quest’ultimo), sarebbero solo un grande “piacere”, fra l’altro spontaneo, autentico, e anche sempre più artistico anziché tecnico-mansionario-binario: grazie a questo non subiremmo per niente una regressione, ma del tutto al contrario svilupperemmo il nostro io in una forma esponenzialmente più degna e a noi accordata, aggiustata, giusta4; rispetto ai canali mono-toni e coercitivi, riduttivi fino quasi allo zero le potenzialità della nostra mente (idio-tismo) imposti da sistema capitalistico che ci in-ducono (anziché e-ducarci) automaticamente alla sfrenata competizione e a uno smodato e del tutto immorale individualismo hobbesiano, spenceriano, che oltre ad abbrutirci e farci ammalare e morire quotidianamente, ci instupidisce fino al midollo e ci rende vergognosi.

Dobbiamo perciò individuare, ricordare, pensare quelli che sono, poi, i nostri diritti essenziali, iniziando da quelli che similmente Aristotele, nell’etica nicomachea (ma anche molti altri sia prima che dopo di lui fra cui anche Platone) definiva “beni primari”, che sentiamo di dover avere garantiti a priori e non prostituiti, ottenuti, comprati dalla relazione sudditante con enti terzi alla nostra comunità affettiva, amicale.

Questi beni sono anzitutto quelli che ci fanno come minimo sopravvivere e in condizioni decenti: cibo (reale, salutare, e non droga), acqua, un riparo, un terreno, la “possibilità di starsene tranquilli” per citare Thoreau.

Mi compiaccio di immaginare uno Stato che alla fine possa permettersi d’essere giusto con tutti gli uomini, e di trattare l’individuo con rispetto come un vicino; uno Stato che inoltre non consideri in contrasto con la propria tranquillità il fatto che pochi vivano in disparte, senza immischiarsi nei suoi affari e senza lasciarsene sopraffare, – individui che abbiano compiuto tutti i loro doveri di vicini e di esseri umani. Uno Stato che desse questo genere di frutto, e lo lasciasse cadere non appena fosse maturo, preparerebbe la strada ad uno Stato ancora più perfetto e glorioso, che pure ho immaginato, ma che non ho ancora visto in nessun luogo.”

(H.D. Thoreau – “Disobbedienza Civile”)

Ma la cosa veramente importante da interiorizzare, arrivati a questo punto, è che non è affatto il bene in sé che ci deve essere garantito, anzi, questo noi non lo vogliamo e non lo dobbiamo ottenere a priori, bensì sono le condizioni che ci rendono capaci di produrcelo e garantircelo da noi che dovrebbero esserci date per diritto dalla struttura sociale.

La nostra libertà sta proprio nell’essere liberi di crearcela (libero arbitrio). E in effetti, oggi finalmente noi (italiani, europei, occidentali) siamo in queste condizioni, parzialmente o totalmente e più o meno a seconda della risposta dell’altro da noi e della collaborazione reciproca. Ma comunque, anche a livello individuale, abbiamo molta più libertà di quanto immaginiamo, specie in un mondo dove ormai gli spostamenti spaziali, ma anche il movimento delle idee e delle informazioni sono estremamente facilitati da un apparato infrastrutturale efficiente e sempre più economico, alla portata di tutti, anche del lavavetri che incontriamo al semaforo sotto casa (cosa che non ha precedenti in tutta la storia dell’umanità).

Ma quindi? Chi detiene il potere, attualmente, economico, sulla nostra esistenza? O meglio, da chi ci rendiamo dipendenti, schiavi, costringendoci a vivere una vita di lavoro impiegatizio e precario (per poter essere stipendiati), comprando i loro prodotti e quindi aderendo inevitabilmente a un ricatto, al preaccennato circolo vizioso che ci soffoca sempre di più? Ma soprattutto, ci importa davvero saperlo? Certo, ci è utile venire a conoscenza che, comunque sia, le varie micro-entità sparse (filiali) non rispondano che a entità di numero veramente esiguo e con un enorme potere economico, come dimostra ad esempio questa immagine, per rimanere in ambito alimentare:

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ciò che ci preme davvero fare, però, a parte, ovviamente, smettere di acquistare da qualsiasi marca suesposta, è evitare del tutto di mettere piede in un supermercato o centro commerciale se non per andare, al limite, esclusivamente nel reparto ortofrutta.

Inoltre sarebbe opportuno:

-Acquistare solo prodotti locali, o nazionali, meglio se a km0, certificati come biologici o biodinamici (marchio UE), nei mercati o nei negozi che se ne riforniscono. Al limite, se importati, che siano solo frutti che non crescono o non sono ancora coltivati nella nostra regione/nazione.

Coltivarsi sempre di più, nei limiti del possibile, il cibo (dalla frutta agli ortaggi, alle verdure, fino ai tuberi, cereali, legumi, ecc.) e scambiarlo con amici, parenti che si applicano pure in tal senso (ma questo lo vedremo meglio più avanti).

Per chi non avesse un terreno, ormai vi sono molte alternative già create e altre creabili: terreni abbandonati ottenuti in concessione dal proprio comune per svolgere attività di aggregazione sociale che abbiano come base comunque il ritorno alla terra, l’insegnamento dell’agricoltura e delle tecniche più efficaci e sostenibili di quest’ultima (vedi il sinergico, il biodinamico5, ecc.). Spesso c’è la possibilità di affittarne a un costo anche conveniente una porzione, e potersi dedicare per lo meno alla coltivazione di verdure e ortaggi. Per i meno esperti o novizi, si può contare sul supporto di un tutor o comunque di qualcun altro con più esperienza nello stesso ambito e nella medesima realtà, ricordandoci sempre che l’unione fa sia la forza che la costanza nel tempo e il piacere, la serenità, la soddisfazione (al limite, comunque, internet offre tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno, anche con video-tutorial, senza escludere comunque che possiamo e dovremmo personalmente sempre sperimentare e personalizzare la tecnica, man mano che si diventa bravi). Mangiare qualcosa di appena colto e da sé coltivato è qualcosa di meraviglioso, che si capisce solo quando lo si è esperito in prima persona (oltre che essere estremamente più salutare e nutriente, ove poi la certezza di non aver utilizzato sostanze potenzialmente o sicuramente dannose per la nostra salute, e anche grazie a una pre-analisi del terreno utilizzato, star certi più o meno della sua minore contaminazione [specialmente da metalli pesanti]). Inserirsi in queste realtà poi, ci fa tornare in sintonia con le piante, con la natura, stare finalmente all’aperto per buona parte della giornata, è una cura vera e propria sia per la nostra mente sia per il corpo. Se ci si organizza bene, e dopo che si è acquisita una tecnica e una conoscenza adeguata, la fatica sarà sempre minore fino a scomparire totalmente nella piacevolezza dello stare in armonia con gli altri e la terra, e inoltre anche quando dovessimo faticare inizialmente, appunto in un contesto, sfondo di fini comuni e speranze per un nuovo futuro (percepibile anche e specialmente nella condivisione e nella diffusione mediatica, sul web in primis, della nuova tendenza ri-voluzionaria e finalmente, a differenza del passato, del tutto non-violenta ma semmai intelligente e silenziosamente umile), questa sarebbe una fatica sacra ed incomunicabile a parole.

« Agli antipodi della mente, noi siamo più o meno completamente liberi dal linguaggio, fuori del sistema del pensiero concettuale. Di conseguenza la nostra percezione degli oggetti possiede tutta la freschezza, tutta la nuda intensità delle esperienze che non sono state mai verbalizzate, mai assimilate alle morte astrazioni. »

(Aldous Huxley)

Opportunità del genere sono date ad esempio (e potrebbero essere date altrove allo stesso modo di come si sono date in questo caso) da Oltreverde Codifas in Sicilia6; dal progetto Orti Urbani dell’associazione Italia Amica7; per non parlare poi di veri e propri eco villaggi che iniziano a sorgere o sono già esistenti, funzionanti e autonomi8, sul territorio italiano ( e non solo)9.

– È essenziale, infine, dedicarsi tutti insieme e in maniera efficace alla diffusione sul web della propria verità quotidiana, in modo tale da pubblicizzarla (cosa che sta avvenendo sempre maggiormente negli ultimi anni coi canali youtube e i blog), termine brutto, meglio dire evocarla seducendo (platonicamente) qualsiasi utente si trovi a fare ricerca in proposito.

Ogni blog, video, sito che facciamo, curiamo, è un filtro di realtà, un universo che anche noi stessi nemmeno conosciamo appieno e le cui potenzialità vanno oltre le nostre medesime intenzioni. Il gioco ci gioca, dobbiamo pertanto sempre scegliere di giocare, senza mai tirarci indietro paurosamente, perché se siamo onesti e coerenti non abbiamo nulla da temere, anche nell’eventuale fallimento, qualcosa di essenziale lo avremo lasciato, anche in negativo (aufebhung). Questo è il metodo più veloce e più semplice, e senza precedenti storici come predetto, per progredire davvero (culturalmente, spiritualmente e matericamente, e non solo tecnologicamente: è l’azione, la prassi che ci nobilita e ci fa splendere, con-muovere, non solo il livello di efficienza e di complessità dello strumento con cui la compiamo).

2) Servizi di cui usufruire, chi, dove, cosa, come e perché

Il mito della caverna platonico è un’illusione linguistica dia-bolica, in senso wittgensteiniano, in realtà non c’è bisogno di rientrare, perché non esiste alcun “dentro” e alcun “fuori”.

Siccome abbiamo fatto riferimento finora solo all’aspetto produttivo, o per meglio dire al primo piccolo passo che ci renderemmo tutti essere un dovere da compiere oggi se avessimo un minimo di cultura non in-segnata, ma di buonsenso e pensiero critico autonomamente sviluppati (e-ducati) poiché essenzialmente intrinseci alla nostra natura umana e riguardo cui, per il fatto che non siano eventualmente e-venuti in qualche maniera, dobbiamo solo incolpare noi stessi, i quali di fronte a domande e intuizioni e spontanee manifestazioni della nostra giovane o pure anziana (non è mai troppo tardi) mente abbiamo soppressole o fattele sopprimere dall’esterno; è il momento di occuparci di un altro piccolo grande passo che urgerebbe palesemente intorno all’ambito ancor più importante, che è quello culturale, a cui preaccennavamo però ancora una certa distanza. Questi punti 1) e 2) saranno comunque approfonditi più avanti. Diciamo semplicemente una verità innegabile e cioè che abbiamo la sensazione che l’attività pratica, il negotium, è oggi dominante sulla teoria (nel senso antico di theorein, cioè “festa”) e quindi sull’otium e sul pensare, come anche sull’aistheis (sentimento, sensazione) medesima visto che non si può scindere affatto, baumgartenianamente, la conoscenza dalla sensazione ma anzi v’è una gerarchia che vede la seconda in cima al (o al centro del) impero della mente. In realtà, le due cose non sono una più importante dell’altra, ma, anche con Aristotele (la teoria è la più alta forma di praxis), non sono neanche due cose diverse, ma siamo noi a concepirle come tali, visto che la nostra autocoscienza deve essere dia-bolica a fini organizzativi. Quindi la teoria è, precisamente, la pratica; e la pratica è, precisamente, la teoria. Il dominio dell’una sull’altra è solo l’ombra, l’apparenza alla nostra dimensione coscienziale della nostra maggiore o minore scelta di non scegliere, proiettata all’esterno, o meglio sulle nostre percezioni di quest’ultimo, anche se queste ultime già di per se stesse lo modificano profondamente, in accordo a quanto si è visto grazie alla fisica quantistica. La pratica è il nostro mondo-ambiente, e come pratichiamo, noi diveniamo, via via, sempre più assestandoci nel caso di una pratica a un modo, o sempre più mutando nel caso di un altro modo di praticare. Non è allora per niente strano, ma è strano non farlo, pensare che noi siamo il nostro pensiero e che il nostro pensiero è quello della nostra comunità e della nostra tradizione, sebbene l’individuo possa sempre con reminiscenza ri-tornare alla norma divina e cioè a quella regolarità di andamento che orchestra la musica del mondo diveniente, chissà, forse eternamente. Dio, infatti, fa scomparire le orme sulla sabbia, ma lascia l’orma intera della sabbia, il suo colore, la sua geometria, e le sacre brezze che spostandosi su di essa ci aiutano a ricordare, o meglio a ri-accordare e ri-accordarci come intera specie. E cos’è anche l’intera specie se non un insieme di orme a sua volta? Esiste, allora, una pratica che è pseudo-tale, che non pratica affatto, ma si fa praticare dalle circostanze o da altre pratiche; questa è la scelta della non-scelta che adoperiamo ogni qualvolta diciamo di si al precostituito, e ci prostituiamo sottomettendoci a regole irregolari rispetto alla reminiscenza predetta (le sacre brezze), e che non osiamo minimamente mettere in discussione per paura, o per godimento autoritaristico, o per condizioni meramente fisiche che crediamo essere importanti, quando invece non lo sono a un’attenta analisi che tenga effettivamente e anche razionalmente (nella maniera più asettica pure, possibilmente) appunto conto del lungo termine. Infatti, noi pensiamo addirittura di agire in maniera razionale e la nostra illusione primaria è quella di concepirci perfino come società estremamente razionale, quando invece non è affatto così, visto che da un lato la bontà è la più alta forma di intelligenza (e oggi ci chiediamo, anche inconsciamente forse, nel sonno sicuro, dove sia finita), e dall’altro l’intelligente è ciò che sta fra (e com-prende) l’alfa e l’omega, e non fra la lambda e la teta. Noi contiamo pochissimo, in poche parole, e nel far questo (intenzionalmente) abbiamo in fronte il velo di Maya, che ci siamo deliberatamente fabbricato, cucito. Se è vero che dietro ogni istituzione vi sono comunque delle persone, e quindi dei mondi e delle opportunità altre che sorgono ed effettivamente, se ora calcoliamo, incalcolabili, è anche vero che ogni istituzione attuale si presenta più che mai, tramite le persone, in forme sì gestaltiche, ma ridotte alla propria natura artificiale e quindi pseudo-naturali, ergo ogni risultato della gestalt di queste non è mai veritativo, nemmeno alla lontana, ma è sia nel suo in sé e sia nel suo in quanto (sia ermeneutico che apofantico) uno pseudo-sé, un fantoccio, un jest da s-velare e da denunciare a gran voce, e al quale dal principio mai iniziarsi, perché fonte di veleno. Non si tratta infatti di stanze abitabili, ma la caverna oggi è già una gabbia d’acciaio, e bisogna proprio, una volta usciti o mai entrati, starsene alla larga, a qualsiasi condizione: questo è l’atto coerente, questa è la pratica teoretica e la teoria praticata, questa è intelligenza: pre-veggenza e prevenzione di una malattia che si vede già arrivare anche al buio, di notte. Dis-trarsi è trarsi nel mezzo di queste situazioni, quindi la vera vita è fuori dalla distrazione e cioè addentro all’uber, tanto odiato e nel profondo invece amato, auspicato, quell’uber del nodo che ce lo fa vedere finalmente come tale, quella distensione e quella semplicità che al nodo non appartengono, e che paradossalmente servono e a costituirlo e a scioglierlo, a seconda di come scegliamo noi.

Ma come fare? Come facciamo a scegliere la scelta vera, se questa non rientra fra le opzioni del precostituito? E però, lo abbiamo detto già, scegliere davvero non significa scegliere la scelta di qualcun altro, ma di inventare un’altra scelta e sceglierla, e che questa scelta, inoltre, se scelta da altri, sia esattamente la scelta di poter sceglierla o meno, e quindi risulti una scelta sempre propria, e non di terzi! E qual è questa scelta se non la costituzione di una realtà istituzionale che garantisca il diritto alla vita e alla sopravvivenza e ai beni primari senza porre nel mezzo il limite di un modo operandi-scegliendi? Il precostituito lo è stato da altri, che non erano da noi così dissimili. Perché allora non postcostituire, e come abbiamo visto e vedremo questo è estremamente possibile specialmente oggigiorno senza precedenti storici, la nostra stessa libertà? Siamo davvero così instupiditi, stancati, distratti da accontentarci di vivere morendo per la morte invece di vivere morendo per la vita e quindi, propriamente, vivere anziché trascinarci (mai di nostra volontà) reciprocamente in circolo vizioso senza fine (nei due sensi possibili della parola)? Io non credo. Inventarsi la scelta, in definitiva, vorrà poi dire (ma molto dopo, quando con esattezza l’uomo smetterà di accorgersi di se medesimo) non avere più idea di cosa sia una scelta.

L’essere umano capace solo di obbedire e non di disobbedire, è uno schiavo; chi sa soltanto disobbedire e non obbedire è un ribelle (non un rivoluzionario): costui agisce mosso da collera, da delusione, da risentimento, non già in nome di una convinzione o di un principio”

-Erich Fromm-

Con Thoreau, abbisognamo di disobbedire civilmente, ma nella misura smisurata in cui l’occidente s’è posto strutturalmente, nella sfrenatezza individualistica, nel ricatto sociale che spalleggia ed è spalleggiato dalle spalle, o dalle spallate brutali dell’ipercompetitività assurda e idiota, nel dominio imperialistico della nuova babilonia che sono gli USA e i paesi europei e anche orientali e mondiali che oramai presentano, e debbono farlo forzatamente per rimanere vivi, un certo marchio, una certa costituzione predatoria; nel conformismo che heideggerianamente è oramai un mimetismo, in quello che è ormai morfeismo totale, c’è proprio bisogno di rivoluzione (termine astronomico che indica il ritorno alla norma, al metron, e quindi alla nostra vera natura e ai nostri reali fabbisogni). Poi, cosa significa “civiltà”, in un’anticiviltà schiavista come la nostra? Perché solo un cretino potrà credere che ci troviamo in demo-crazia, visto che il demos mondiale, rincretinito appunto dal vino e dai jest neobabilonesi, s’è svenduto per questi ultimi e ora a imperare è colui-che-non-è ossia la mano invisibile del super-mercato, la vetta vuota, iniqua, della piramide sociale che tutto vede e tutto controlla e ordina, questa bestia che infondo è solo la produzione del nostro collettivo no al kierkegaardiano, al salto innocente con cui le creature vengono alla vita, alla fede, alla meraviglia di fronte a un essere che viene chiamato ad esserci proprio da questo approccio originario. Questa rivoluzione ora noi sappiamo che sarà tanto più efficace quanto meno violenta e quanto meno ribelle, ma c’è da chiarire qualche cosa che purtroppo viene ad oggi oscurata dall’estremistica e relativistica accusa di estremismo quando ci si vuol invece porre nella virtus che sta nel medio, invece, ovvero: non è ribelle allontanarsi da una città, se quella città alza muri fra i cuori dei fratelli, ma è propriamente un atto rivoluzionario, anche se poco socratico. Ma l’Atene di ieri è forse la grande mela (marcia) di oggi? Un organo malfunzionante è lungi dall’essere simile a un organo canceroso! Bisogna che andiamo via, a stare, anziché stare ad andarcene ogni giorno. E dove? Dove andremo? Chiedete voi. E io rispondo: a casa. Andiamo a casa. La nostra casa è quel posto mooreiano e harendtiano che è sempre vicino a casa nostra. Quindi, non è qui, e non è nemmeno là. È lì… E una volta arrivati lì, non è lì, ma è là. Finché alla fine tutto il mondo sarà la nostra foresta e regneremo sugli enti e le creature come guardiani, come padroni gentili e non come dissennati distruttori, dominatori. Vige enorme differenza fra l’esser difensori e l’essere egemoni.

Per sapere o scoprire che cos’è la vita vera, bisogna che ci allontaniamo dal tossico grigiore sottile e subdolo della matrix, di questo fosso tenebroso, da questa caverna ipermodernizzata e comfortevole , dai nonluoghi augeiani, da questo deserto di leoni disperati, dalla pseudo medicina che ci ammala, dallo pseudocibo che ci invecchia e ci inganna e ci scava, dal riduzionismo di ogni iter pseudonobilitante quando invece è riduttivo l’uomo a una sola dimensione se non azzerante lo stesso. Dobbiamo ricercare innanzitutto dentro di noi il posto che andremo ad abitare, perché solo così potrà avvenire praticamente. La nostra weltanschaung è la nostra dimora attuale, passata e futura. Dobbiamo disinstallarci dall’impasse mentale di chi è cementificato su ritmi deleteri e appiattiti, allontanarci per salvarci, per produrre un canto nuovo e evocare l’essere in feste (theorein) totalmente differenti dall’apparente “normalità” della posata, passiva, incallita, ruvida e disincantata quotidianità dell’homo intossicatus, che conosciamo bene in prima persona. Di fronte alle parole che evocano l’essere, di fronte al symbolon magico che pone a esserci l’ulteriorità, le perle del cielo, il vigliacco si spaventa scongiura la dimensione che è propriamente dell’umano: quella sacrale, poetica, artistica, costui non la ri-conosce, e anziché quindi esserne riconoscente, proprio non la vede e così la calpesta, ignaro e ignorante. Andiamo via da costoro, che vogliono rimanere incatenati, il sacrificio infatti è degno solo se v’è un minimo feedback positivo da parte di chi vogliamo liberare, già troppi uomini infatti hanno mostrato la strada, e per questo sono stati uccisi, bruciati, crocefissi, umiliati e torturati nelle membra e nell’animo. Tutto è stato già scritto. Tutto è stato già indicato, e per poter scrivere ancora qualcosa di nuovo, per poter indicare e sperimentare l’alba, dobbiamo adesso solamente varcare quella soglia, scegliere di poter scegliere e far scegliere10, andare oltre le colonne d’ercole, a trovare, con harendt , nuove e familiarissime isole di sicurezza, poiché invero più procediamo, più ci riconosciamo, nella misura in cui è a casa, appunto, che stiamo tornando, dal naufragio nel nichilismo e nella notte del mondo. Andiamo a risentire cos’è davvero la vita, come essa si poserà sui nostri palmi di mano aperta anziché continuare a tentare di acchiappare a pugno chiuso quella piuma che è la verità e che costantemente ci sfugge, a noi occidentali figli di cartesio e di dea “ragione”, quella dea sterile che s’è chiusa all’arte filo-sofica ergo ermeneutica per eccellenza che coglie l’uomo e gli enti nella loro massima oscillazione e dunque sa sempre di mai sapere, imprigionandosi nello specialissimo e specialistico handicap, nell’autistica tracotanza, presunzione di poter tradurre (alfa e omega escluse, ma anche molte altre nel mezzo) e fissare il mondo in un ipotetico “dato” scientifico (“che sa”), il quale già nel momento in cui si “ottiene” proprio con questo approccio, lo si è fatto divenire qualcos’altro di totalmente differente, heisenberghianamente e heideggerianamente. L’inferno è un gioco mentale, è la configurazione standard wallaciana che porta al suicidio e ci inganna nella trappola dell’egoico e dell’antropocentrismo, della paura immotivata e assurda di, banalmente, muoverci e quindi (davvero) progredire.

Vero progresso non significa credere che un progresso sia già avvenuto.”

-Kafka-

Da chi dobbiamo farci e-ducare allora? Rivolgendoci ai giovani, ma anche agli adulti e ai più anziani, nessuno escluso, perché non è mai troppo tardi per nessuno, come predetto. Dio per-dona tutti. Starcene ancora nei compartimenti stagnanti dell’alveare d’acciaio? Cos’è la passività se non il presunto “dovere” che non abbiamo mai voluto abbandonare ? Noi non siamo ancora tornati virtuosi saggi, fanciulli cosmici eraclitei e nietzschiani, ma si vedono ovunque solo cammelli e leoni, ma anche zebre, lupi, volpi, tartarughe e conigli, dov’è finito l’uomo? Deve nascere un altro bambino, e noi siamo tenuti a evocare, preannunciare e profetizzare il presepe del mondo che sarà, anche e specialmente grazie a questa nostra immaginazione, reminiscenza, a questo slancio, a questa aperturalità in cui decidiamo di abitare, senza paura di esserci sempre, nel qui e ora, in tutta la nostra fragilità e vulnerabilità, ma felici sotto la pioggia sporcata dagli incoscienti. Il “tu devi” è magari diventato solo un “tu vuoi”, chi non lo vede è cieco, ma chi vede ancora più in là dell’orizzonte che oramai, grazie all’asintotico sviluppo dello zeitgeist (genius saeculi ) è già in fronte al più isolato degli uomini, si accorge che il “tu vuoi” ha nietzschianamente da tramutarsi nel “tu, io, noi, essi, giocano”. E dunque che si giochi questa nuova partita, perché la precedente è terminata, ma non solo la partita è terminata, è finito anche lo spazio-tempo di quel determinato gioco, che abbiamo capito essere ormai, con Wittgenstein, un gioco che non vale la pena di giocare, uno pericoloso, perché intrappolante e vizioso, insensato (nella sua presunta illimitatezza esso non aveva neanche direzione, e niente che non sia direzionato può avere un senso) e mortale, un brutto scherzo, che abbiamo capito essere passato di moda, come tutte quelle mode che passano velocemente e harendtianamente come le buone o le cattive maniere a tavola (vedi nazismo, fascismo, comunismo, ecc.). Siamo ora alle porte di una nuova era, in cui giocheremo e godremo con maggiore coscienza e accordo alle norme naturali, e potremo in tal modo improvvisare di più e molto meglio e con molta più efficacia la canzone che siamo e che vogliamo esprimere e che qui, ad oggi, siamo costretti o a reprimere o a filtrare con strumenti perversi e stonati, dissonanti e dissennati. Da chi allora farci condurre? Chi è venduto dove ci porterebbe se non nel bel mezzo di un mercato in cui Dio è morto? Dove risorge il Sole se non a Oriente?

Chi o cosa se non il silenzio mistico potrà e-ducarci? Troppe parole abbiamo ingurgitato e vomitato. Troppe frequentazioni-fantoccio. Abbiamo cercato troppe etichette da sovrapporre alle nostre membra, per poi appunto prostituirci e perderci invero negli angoli bui del mondano, i “centri” di commercio. Basta allora con l’idea che siamo scatole, basta con l’idea che si debba obbligatoriamente passare tramite strutture che reputiamo naturali e abbiamo svelato essere snaturanti e disadattanti, urge disobbedienza civile alla techne dell’inciviltà che allo stesso nostro modo, i nostri e altrui figli dovranno subire. È dura vedere la luce del Sole che, fuori, ci brucia la pelle e ci fa piangere, come quando si nasce, ma le giustificazioni che la nostra fisiologia appone, per natura (visto che il nostro organismo abbisogna certamente di stabilità ed equilibrio psico-fisico per stare in salute, di coerenza) alle pratiche tradizionali vanno ora riconsiderate e messe in discussione, cautamente e con gradualità, ma questo va certamente fatto, e se ascoltiamo bene, sentiremo la dissonanza, la scordatura, e se vogliamo essere kalokagathoi, non potremo che disobbedire a un “tu devi” che ci sta stretto o ci schiaccia o ci abbruttisce. Se vogliamo e ci vogliamo bene, non vorremmo mai sottoporre a catene i nostri fratelli. Giacche e cravatte, valigette e trabocchetti, profumi, sono il travestimento di un antieroico clown, esteta, che dietro alla maschera è appunto truccato, e sotto al trucco ha un’altra maschera ancora. Non c’è niente dietro a ciò che rincorriamo con ossessione e violenza e a-patia, l’impianto, l’apparato occidentale si è esaurito, con Bergson, nella sua spazializzazione statuaria, e adesso è il giocattolo del fanciullo cosmico che lungi dall’essere impertinente, è la nuova e antica saggezza mistica e innocente, soluta anziché ab-soluta come la verità che tentava di definire l’approccio metafisico occidentalistico tanto criticato da Ludwig Wittgenstein. Questo viaggio ha da essere fatto in modi alternativi a quelli che ci impone la mano invisibile di colui-che-non-è, e cioè ha da essere realmente un viaggio, dobbiamo camminare con le nostre gambe, e zoppicare se necessario, invece di stare fermi e passivi in una automobile che gira e rigira viziosamente, errante, in un a-temporalità che potrebbe essere nietzschianamente infernale, animalesca in senso plessneriano perché chiusa nella circolarità, quando invece l’umano si caratterizza per la rottura della linea, per la sua posizione eccentrica, per il suo libero arbitrio, la sua libertà di modificare il ritmo, di influenzare la regolarità, di accordarvisi o meno, al Disegno che già ha sempre e mai e cioè fuori dal tempo e dallo spazio incluso tutto, comprese tutte le nostre scelte e a noi pare impossibile concepirlo nella misura in cui siamo anche noi spaziotemporali, ma possiamo intuirlo e sfiorarlo perché comunque rimaniamo, proprio in quanto creature libere, simili a Lui e similmente a lui possiamo agire, cantare, nel Verbo, e paradossalmente e con virtuosa coerenza, finalmente perfino fuori dal Verbo, nell’era dello Spirito che vediamo già arrivare e che molti hanno già iniziato ad abitare.

Le alternative al precostituito, la strada del cuore,

dal “io voglio ciò che devo” a “io gioco quel che sento”:

Il motivo per cui oggi ci troviamo tutti ad aver intrapreso il piano B (rispetto a quello A dell’organizzazione cooperativa e democratica) individualista sfrenatamente e competitivo, predatorio, è il medesimo che sta alla base di ogni simile processo fin dai primordi della vita: la rinuncia e la paura della ricerca del Vero, e dell’amore autentico, a quella aperturalità originaria propria della specie homo, caratterizzante tutti noi nel profondo che ci fa riflettere, pensare, ricercare coerenza e dialogo (insieme, reciproco) volti al ripristino della norma divina. Quando si alzano muri e si rinuncia alla stessa vita (perché è questo che si fa, quando ci si acquieta, ci si adagia, ci si rassegna) avviene esattamente la morte, la decadenza, la dis-sonaza dalla musica del mondo reale (e non dall’artificio-fantoccio) visto che la ricerca è infinita, data l’immensità della Verità. In-fatti, le persone percepiscono le porte di confine fra una dimensione veritativa e la susseguente come assurdità da rifuggire, come fossero qualcosa di definitivo e dunque ne sono impaurite. È esattamente come se un bambino rinunciasse di nascere per la prima volta, perché s’illude che la nascita sia qualche cosa di terminale, quando invece è solo l’incominciamento del viaggio, che avrà migliaia e infinite altre porte. Che cos’è l’handicap se non questo summenzionato impasse??

L’amore, se si limita alla famiglia, o alla specie, è sempre criminale. Dio pone la spada fra il padre e il figlio, nella Bibbia, quando uno dei due abbia rinunciato all’amore per il vero, alla ricerca onesta della verità.

Inutile poi portare rancore e biasimarci per l’eventuale disallontanamento reciproco. C’è un amore che va oltre quello egoista o specista, per il quale è necessario, proprio per non incancrenirci e invecchiare e appassire e decadere a modo di come si diceva sopra, s-foderare la spada per legittima difesa dall’andamento follemente appiattito, relativista, conformista, scetticista, dissonante e patetico della massa.

Bisogna che ammettiamo di essere stati “formati” a una maniera che è disumana nella maggior parte dei casi, perché i modelli imposti dalla struttura post-capitalistica e neoliberista difficilmente nutrono ciò che, come predetto, è la dimensione reale della persona vera e cioè una non specializzata e tecnico-mansionaria ma oloparadigmatica e creativo-artistica. In questo senso, siamo stati viziati a una stupidità riduzionista e ridotta, confinante, limitante, a ciò che “mentale” non è affatto visto che la vera mente è il cuore e la più alta forma di intelligenza è quella positivamente emotiva; ma andrebbe detto, semmai, a ciò che è esclusivamente “cervellotico”. Inoltre e di conseguenza, la maggior parte della convinzioni infuseci sono proprio la nostra gabbia, nella misura in cui, searlianamente dicendo, sono la -costruzione di quella realtà “sociale”- che poi abitiamo e che è un mondo oggettivamente sempre interrelazionato (e sulla base di questo, mutevole di continuo) alla nostra soggettività, alle nostre credenze; esse sono tutti quei pre-giudizi che ci inducono a mantenere una certa modalità d’approccio e di giudizio nei giorni, una certa elaborazione, e una certa azione pratica. Per lo meno il 60% di questo avviene automaticamente, perché la nostra biologia prevede un certo adattamento, e determinate configurazioni standard vengono definitivamente fissate per motivi certamente funzionali, tuttavia fino ai 25-30 anni rimane una certa capacità di ricablaggio, come dimostrato dalla psicologia e dalla psichiatria, in cui possono avvenire i cosiddetti “periodi critici” (sempre meno frequenti man mano che l’età avanza fino a scomparire totalmente oltre una certa soglia). Ma quello che è abbastanza palese è che il pensiero critico non viene generalmente proprio incoraggiato, figuriamoci e-ducato, e questo per motivi sia secondari (tempistico-pratici) sia primari: allo status quo (volente o nolente) interessa (e questo perché la domanda che poniamo provoca una risposta tale, entrambe derivanti dall’interiorizzazione di credenze pervertite) una merce umana che sia il più possibile funzionale, efficiente, flessibile, ma robotizzata (non persone indipendenti ma appunto dipendenti); importa che una certa parte della coscienza e della mente stia in stallo e ai comandi, e che poi magari tutto il resto funzioni egregiamente, ergo si potrà avere benissimo un Leonardo da Vinci o un Galileo, come di sicuro oggi è, che però lavora come analista di fondi speculativi; o un Freud che prescrive prozac a un Giacomo Leopardi che se ne sta solitario e strafatto nel suo appartamento a giocare a World of Warcraft e a fumare erba anziché scrivere poesie perché costretto a una “maturità” scientifica ed a una famiglia e a frequentazioni precarie e avvilenti ma soprattutto competitive e a-patiche e dis-tratte; Debussy a X-Factor, e così via. Tutto questo avviene però, va chiarito per proseguire a quello che stiamo per trattare, a causa sempre di una scelta, visto che oggi come non mai, è quest’ultima a mancare davvero, perché volendo, avremmo tutta la capacità e la possibilità emancipativa e manifestativa non solo di Giacomo Leopardi o di Freud o dei Led Zeppelin, ma molta di più. Il potere che abbiamo (almeno noi, piccola fascia medio-borghese della piramide sociale, l’unica in grado di poter cambiare il mondo visto che, come sempre, ma solo se lo vogliamo noi, in medio stat virtus: la sommità è troppo corrotta da proprio potere e ciò che sta in basso non ha né il potere né un minimo di cultura… Infondo siamo noi a ad avere quindi, ma solamente in quanto potenzialmente società organizzata e non come massa conformata, in mano le redini del giuoco) è enorme, ma proprio per questo motivo, i piani alti (volontariamente, coscientemente o meno, visto che l’ultimo piano non è umano, ma, come preaccennato, proprio non è) ci mantengono distratti e cablati solo su determinate frequenze, e non ci fanno percepire la vita vera e le infinite possibilità emancipative; inoltre il vero problema è che un grande potere comporta una difficoltà di amministrazione, e troppe opzioni portano a un’immobilizzazione e a una confusione anche quando eventualmente se ne sia intrapresa una, perché la capacità di filtrare e di mantenere una coerenza di fondo, in una realtà che ha esponenzialmente aumentato i suoi input (grazie specialmente ai new media) si riduce di molto anche in chi abbia una forte personalità e una solida base culturale. L’estrema esemplificazione strumentale, paradossalmente, ha prodotto uno stallo spirituale e teoretico, ergo anche pratico nella specie umana del nuovo millennio, che dunque per fare un banale esempio, finisce per scegliere quel che comunque la massa (perché di massa si può e si deve ormai parlare) tende a fare: quasi sempre il peggio. Hai per caso tutto il mondo virtuale in tasca? Posta i tuoi selfie su Facebook e sentiti soddisfatto, per oggi. Hai molto denaro? Per oggi vai alla serata in discoteca e consuma il tuo drink. È chiaro che, se tutti fanno come (con Heidegger) si fa, cessa proprio anche la capacità di lontanamente immaginare di poter anche, a sua volta, ideare qualcosa di non-dato e ci si stabilizza in modo passivo su Affari Tuoi, F1, Champions League, cinema, palestra, corsa al parco, shopping al centro commerciale, “università” (oggi anche e specialmente questa è un altro jest, solamente un tantino più elaborato), “studio”, week-end coi parenti, “ferie”, e tante altre ombre in senso platonico; dimenticandosi che forse, così, siamo già da sempre ancora solo dei cavernicoli perché siamo adattati a un’illusione, e crediamo che progresso significhi il nuovo modello di forno a microonde della samsung per cuocere quella stessa carne che cuocevano su dei tizzoni i nostri antenati di migliaia di anni fa; invece di smettere, ad esempio, di mangiarla e seguire una dieta totalmente o prevalentemente vegetale10. Progresso non significa compiere i medesimi abomini o le medesime stupidità vestiti in altro modo e con strumenti e in circostanze diversi; progresso significa modificare atteggiamento e habitus, credenze, convinzioni, tradizioni e anche sperimentare in tal senso verso ciò che soddisfi davvero quelli che sono i reali fabbisogni dell’uomo, ri-conoscendo via via quelli che invece sono solo indotti o dagli enti terzi di cui prima (lobbies, corporations, fino poi a politici, vescovi, preti, istituzioni scolastiche, genitori, ecc.) o da noi stessi che acriticamente ci lasciamo con inerzia disincantare e distrarre dall’unico vero saggio e maestro che sia mai esistito a livello universale: il silenzio mistico e l’amore e il senso di appartenenza e di simbiosi che si prova una volta sperimentatolo.

Quindi, studiare ad esempio la storia alla maniera in cui si fa oggi (ma anche ieri, vedere la concezione nietzschiana della storia: andrebbe approcciata creativamente, ergo non nozionisticamente), è deleterio, perché rigetta le menti in un passato che, vista la velocità esponenziale del progresso tecnico, scientifico, e quindi (potenzialmente) anche attitudinale e habituale dell’odierno, risulta completamente obsoleto, e più lo si evoca (specie alla maniera del precostituito, anche perché tutti i docenti sono per la maggior parte all’altra sponda dell’abisso che v’è tra le vecchie e le nuove generazioni) più si fuorviano menti; non solo, le si cementifica e quindi annienta: si (s)formano effettivamente operatori della morte, anziché della vita, certamente funzionali e perfettamente funzionanti nel sistema occidentale (terra del tramonto, con Jaspers, ma anche con Oswald Spengler), ma allo stesso modo di come “funzionano” i robot11. Per tornare veramente quei “noi” che non abbiamo mai potuto, dobbiamo fare un lavoro psicologico in primis, una continua terapia che riesca a fare ritornarci quel che siamo davvero, rielaborando i “noi” che invece sono frommianamente pseudo-noi indotti dalla dimensione dell’umwelt che viviamo quotidianamente da ormai troppo tempo, purtroppo; in secundis (e conseguentemente) sulle strutture e-ducative e sulla prassi quotidiana. Plessnerianamente questo è possibile, visto che l’umano si caratterizza per la sua capacità autocoscienziale e per la sua posizione eccentrica rispetto a se medesimo: possiamo, quindi, sempre guarirci e diventare ciò che siamo, conoscere noi stessi, i nostri reali fabbisogni, i nostri limiti che ci permetterebbero la vera infinitezza promessaci dalla Madre (e che è “descritta” pure nella Genesi) e non l’illimitatezza-fantoccio in-cosciente della società ultracapitalistica. Attuare una nuova condotta di vita ed esserci molto di più, nella misura in cui individuiamo l’Essere reale (e non quello fittizio/puppet), che la Madre ha pre-visto che dovessimo scegliere di s-velare, e scegliere di manifestare. Un’attività (non una disciplina, quindi) che davvero, da sempre ha aiutato (a iniziare dai giainisti fino ad ogni movimento spirituale autentico mai esistito su questo pianeta) in questo senso è la filosofia. Wittgensteinamente (e anche heideggerianamente) infatti, noi siamo ne la stanza del linguaggio, ma siamo anche la stanza, ergo, possiamo, grazie allo strumento-specchio che Madre Natura ci ha dato (per motivi anche biologici di autoconservazione), dis-velare sempre quel qualcosa che mai cessa e mai cesserà di vigere: la norma, la regolarità su cui tutto muove e si estende, la chiave di volta su cui procede persino l’andamento, il divenire einaudico del genoma di ogni viv-ente, quell’a-tempore che permette la danza della vita e della non-vita. Sia chiaro però che per filosofia intendiamo non quella incastonata fra cattedre, aule-anfiteatro e mura accademico-universitarie, perché il vero pensiero non si compra e non si vende a mo’ dei prostituti sofisti e come a causa della corruzione è finito per accadere sempre peggio fino ad ora, ma quella “originaria” che è terminata (il resto ha ogni tanto solo qualche scintilla di verità) con Platone e Aristotele, e che inizia in realtà con le orientali speculazioni ayurvediche addirittura risalenti a 7.000 anni or sono; anzi, crediamo che la filosofia si sia sempre praticata (e non poteva che essere così, visto che noi nasciamo in una condizione di aperturalità rispetto all’Essere, abbiamo per così dire avuto il “lasciapassare” sull’intuizione dell’ousia degli enti e per questo motivo ci possiamo autodefinire anche “animali simbolici”) da quando è nato il genere homo “sapiens” (di non essere sapiente affatto, socraticamente).

Ma, ora, diciamo finalmente quello che è vero e che è stato velato dall’azione pervertita dell’umano in tutti questi secoli: la filosofia nasce laddove vi è un problema sentito, ovvero la domanda sorge sempre solo ed esclusivamente da una conditio socio-ambientale discorde (e lo sarà sempre) dall’utopia della perfetta co-rispondenza fra Essere ed Esserci (diverso, ad esempio, è mordere una mela da un cheesburger). Dunque, più sorge la domanda e siamo svegli (perché se non sorge non lo siamo), più noi siamo lontani nell’hic et nunc. Il “perché del perché” ci aiuta a essere di nuovo uomini, fintanto che, di volta in volta, festeggiamo (theorein) più appropriatamente il Regno, in maggior sintonia, simbiosi. Nessuna creatura, in un ipotetico stato di beatitudine, si domanderebbe proprio un bel niente… È la lontananza da Iddio a farci costantemente aggiustare. Tuttavia, che aggiustamento è il disincanto da Natura e pure la Sua totale distruzione, degradazione, il Suo devasto, e il cosiddetto “lavoro” (che genera altro lavoro e che è peccato, visto che nessun’ entità naturale (in salute) tende a lavorare di più ma disperatamente vuole sempre solo ed esclusivamente economizzare il più possibile, dagli organismi non viventi a quelli viventi e alla loro costituzione organica, fisiologica, anatomica, generalmente strutturale) della nostra (magari necessaria in negativo, hegelianamente, ma ormai obsoleta) tradizione occidentale? V’è solo canto soave e serafico, in Paradiso, e non c’è alcun “pensiero” inteso come calcolo o come sistematico-razionale. E allora dovremmo cantare, la verità si posa su chi agisce e opera extra-metodicamente, invero solo la poesia e l’arte riescono a trasmettere verità di tipo assoluto, perché evocano proprio ethos, stanze, da poter abitare nel di volta in volta dell’esistenza di ogni generazione che seguirà, e che (erlebnis), husserl/heideggerianamente potrà a suo modo, sempre peculiare e unico celebrare. Già Nietzsche aveva ri-visto quanto suddetto, e tuttavia egli ha rappresentato l’apice dell’approccio tracotante occidentalistico: l’ultimo leone, prima dei “nuovi filosofi” che non solo lui medesimo preannunciava, ma anche molti altri come Bertrand Russell (in particolare parlando di L. Wittgenstein). Ma, con Aristotele, la vera arte (e la filosofia vera è arte) potrà avvenire liberamente solo in condizioni in cui ci saremo il più possibile, a nostra volta, accordati a tal punto da finalmente tornare all’originaria innocenza e quindi alla pulizia (beato chi pulisce il proprio abito/habitus), districati dall’originale peccato e dall’ereditarietà karmica della colpa; dai fabbisogni indotti (da pseudo cibi ad esempio e pseudo-terapie sia spirituali, culturali che proprio farmaco-logiche [farmakon= veleno], [vs. la vis medicatrix naturae]), quando avremo soddisfatto i bisogni primari (reali, appropriati alla nostra costituzione anatomo-fisiologico-spirituale) o trovato-costituito strutture insediative finalmente intelligenti e non come questi bacati agglomerati, necropoli (ostruite e appunto mortali, dove la “vita” viene ridotta a condizioni indegne, carcerarie e dove ci si dimentica della stessa intelligenza, ergo non la si rimpiange e anziché tentare risolvimenti ci si adagia nell’alienazione. Dal momento che non e-siste alcun fuori e alcun dentro, gli insediamenti umani sono la manifestazione di ciò che è essenzialmente il nostro habitus, che a sua volta determina il materico individuale e collettivo, viziosamente o virtuosamente).

La via del cuore è allora quella che ci co-mmuove, che ci seduce, che è con-vincente, come ad esempio convincono e hanno con-vinto e sempre con-vinceranno i precetti, i comandamenti, i pilastri (sempre in comune, approssimativamente) di tutte le forme spirituali/religiose/ filosofiche del mondo:

-Mi impegno ad astenermi dall’uccidere e dal far del male agli esseri viventi.

-Mi impegno ad astenermi dal rubare e dal prendere ciò che non ci è stato dato.

-Mi impegno ad astenermi dal far danni con una condotta sessuale irresponsabile.

-Mi impegno ad astenermi dal mentire, dall’offendere, dai pettegolezzi e dalle calunnie.

-Mi impegno ad astenermi dall’abuso di sostanze inebrianti come l’alcol o droghe che causano negligenza e perdita di coscienza.

(I 5 precetti del buddhismo, bastano questi)

Iniziamo allora ad analizzare, proprio la cosa più immediata che facciamo: mangiare. In particolare, cosa mangiamo. Il riduzionismo scientifico, ancora una volta, devia le menti e opera in maniera disgustosa, detto semplicemente, nella misura in cui c’è poco di “scientifico” nel ficcare il naso nelle mutande di Dio, e molto di ripugnante (oltre che alienante e costoso), e molto di deviante (propriamente dalla vera conoscenza, che in natura è più effettiva quanto più vi si arrivi senza artificio, ma in maniera semplice ). Diciamola tutta subito, l’umano si è convinto di poter tradurre il mondo in calcolata quantificazione, in fondo disposizionale a cui ricorrere ogni qual volta lo desideri, e poter indossarlo, continuamente rimodellandolo e “aggiustandoselo” addosso. Ovviamente, tutto questo era fin dall’inizio assurdo, e infatti ha generato problemi ergo lavoro ergo altro lavoro ancora (a partire dal peccato originale). La struttura odontologica, fisiologica, istintologica, anatomo-fisiologica (ecc.) dell’uomo è esattamente malivora, non è fruttivora, non è frugivora, né tanto meno “onnivora”, e senza molti giri di parole questo fatto ce lo si dimostra lampantemente e banalmente facendo una settimana a sole mele rosse Stark (alternando con giorni con frutta alcalinizzante a maggior contenuto di potassio e calorie come avocado, banane, per garantire una detox efficiente). Ve lo dirà Madre Natura, a settimana passata, la Verità. Non c’è nient’altro da aggiungere, e se non lo si vede (ancora), vuol dire che si vuole permanere legati e ingabbiati e far rimanere nelle medesime condizioni anche tutti gli altri nostri fratelli, a lavorare con il sudore della fronte, visto che, come ormai sappiamo tutti, le leggi del karma non perdonano, ciò che uccidi ti uccide, dato che non esiste un dentro e un fuori: come se una cellula del pancreas decidesse di ucciderne una del fegato, o come avviene nelle malattie autoimmuni. Il frutto del peccato non è mai stato la mela, ma il fico (come dipinge Michelangelo ne la “cacciata dal paradiso” ne la Cappella Sistina). Il fruttarismo (che non poteva che svilupparsi come mono-trofico, visto la mono-tonia e la peculiarità del nostro ecosistema originario kenyiota, prima che tutto venisse scombinato con quel solo atto di disubbidienza: effetto domino) è la manifestazione pluricellulare e macroscopica di quel principio alla base della vita stessa, del tutto simbiotico, che è il ciclo H (ciclo dell’idrogeno: H2O + CO2←→O2 + C6H12O6 ) che addirittura è stato seguito da sempre da tutti gli organismi monocellulari per più di tre miliardi di anni sulla Terra, prima che si sviluppassero le forme di vita pluricellulari. Queste ultime, per poter arrivare a una manifestazione totalmente riassestata sul principio della minima energia strutturale (ergo potenziale immortalità [la vita non è scontata, la morte dovrebbe esserlo? Tutto tende alla vita e l’invecchiamento è una malattia come le altre, vedere esperimento Alexis Carrell], e totale adaequatio al Vero) sono dovute necessariamente passare dalla devianza predatoria (del tutto inefficienti e con un enorme costo biologico, strutturalmente dicendo), fino a che non si è giunti, 60 milioni di anni fa circa, ai primati (manifestazione pluricellulare della componente eterotrofa) e gli alberi da frutto (manifestazione pluricellulare della componente autotrofa), in perfetta simbiosi.

La soluzione per finalmente potersi emancipare dagli enti terzi di cui prima, per quanto riguarda i beni primari di cibo e acqua, è seguire le informazioni su come transitare gradualmente almeno alla fase alimentare vegana MDA-3 o MDA-4 spiegata nella sezione sulla “dieta” nel presente sito; ovviamente (e questo è possibile a tutte le età), bisognerà puntare sempre come minimo al fruttarismo sostenibile e infondo alla vera alimentazione umana delle origini e cioè il melarismo, sia per facilitare tutti i processi predetti, che garantirsi anche la felicità e la salute massime.

L’organizzazione, fra l’altro, è più facile se si ha un organismo più efficiente e più disintossicato, e con una prevalenza neurotrasmettitoriale indolamminica anziché catecolamminica (non possiamo mica essere così idioti da pretendere poter andare contro le leggi della biofisica… La jihad si… Ma fino a un dato punto.)

Vista la riduzione dei fabbisogni indotti dall’alimentazione merdariana, l’alimentazione fruttariana o al limite (ma molto limitato) vegana MDA (vedere la sezione relativa nel presente sito) garantisce una estrema facilitazione nella produzione comunitaria e nell’interscambio del cibo. Basterebbe che piccole comunità umane rispettivamente di 30, 40 persone fino anche 100 si organizzassero democraticamente e indipendentemente e producessero in grande, ognuno nel proprio terreno, uno, due, tre degli alimenti previsti nelle fasi alimentari suddette. In questo modo avverrebbe una sorta di vera e propria gift-economy, senza l’utilizzo del denaro.

Pinco ha un avocadeto (già un albero puà arrivare a produrre 50 kg di frutta);

Panco ha il meleto Stark;

Pallo ha un plataneto;

Pallino ha zucchine e fichi;

Zinco ha i pomodori e l’uliveto;

Zanco ha un’ampia distesa di meravigliosi alberi di loto;

ecc. ecc.

Si crea un gruppo su un social network (possibilmente diverso da facebook, ad esempio Diaspora) dove ci si possa tenere aggiornati al riguardo, ed ecco che dal nulla, finalmente, si è creata la prima comunità umana troficamente indipendente.

È evidente che questo meccanismo, poi, potrà essere valido anche per tutti gli altri beni, in maniera graduale e grazie alla tecnologia di cui disponiamo. Ma come minimo, all’inizio, il primo passo da compiere non dovrà essere che quello appena esposto qui.

A livello “educativo”, diciamo che il “sapere” è già da sempre al sicuro in noi, ristabilita una certa riaccordatura con la norma, infatti, anche l’istinto dell’umano ritorna alla sua bellezza/funzionamento accettabile o totale e tutto l’apparato tradizionale dell’istruzione, che costantemente faticando e con scarsissimi risultati nella storia ha dovuto e deve ancora operare per cercare di contenere e aggiustare proprio il pervertimento e la devianza materico-psico-logica, dovuti essenzialmente alla pratica sado-masochistica del predatorismo. Finché uccidiamo, lavoreremo e moriremo. Più sbagliamo, più dovremo lavorare per vivere. Più ci puliamo, più il sapere, il logos, lo pneuma, il soffio vitale fluirà spontaneamente in tutte le nostre membra e nel nostro spirito, e vi saranno saggi più saggi di qualsiasi altro, senza aver bisogno di passare dal processo della confezionatura ed etichettatura vigente da secoli ormai e sempre più plastificato. Non esisterà più alcuna nozione da dover sapere e si riconoscerà il fatto che tutto è energia e si trasforma indipendentemente dal finire spazializzati su manoscritti-ombra dell’io vero: tutt’altra cosa sarà stato Platone da come ci è stato filtrato con quei pezzi di albero morto su cui, chinati, per decenni abbiamo dovuto alienarci per cosa? Per niente, per non-vivere. Ovviamente, proprio Platone è un caso a parte, così come tutta la letteratura artistico-filosofica o anche scientifica nel senso vero del termine come Galilei, Leonardo, Newton, ecc. Oggi esiste ben altra spazzatura su cui le persone vengono costrette a impazzire, come manuali di economia, giurisprudenza, enormi tomi di anatomia, fisiologia, biochimica, del tutto as-solutamente inutili nella misura in cui la natura ha da sempre fatto le cose molto semplici, e non avremmo bisogno, in una società sostenibile, che solo di un millesimo di tutto questo, e se dovessimo ristabilire una società finalmente naturale, non ne avremmo più bisogno del tutto e ogni attività si evolverebbe verso un canto spontaneo e solamente artistico, colmo di felicità e vigore, o di delicata e serafica dolcezza. Vivremmo vere skolè aristoteliche e in tutta calma, sincerità e aperta attenzione autentica alle cose, e mai più nella distrazione riduzionistica e volta alla produzione della produzione fine a se stessa.

Finalmente avremmo abbondanza gratuita di cibo vero (luce trasmutata in meravigliosi, profumati, colorati e geometricamente perfetti sacchetti nutrizionali); di Sole, di amore, di ossigeno, e scopriremmo per la prima volta cosa significa davvero vivere, visto che nessuno lo ha mai saputo, se è nato nel Kali Yuga e non ha mai disintossicato il proprio corpo a fondo. Ci si e-ducherebbe a vicenda alla musica del mondo, spontaneamente e mai più schiavisticamente. Crollerebbero tutti i pregiudizi e tutto tornerebbe uno, e non ci vergogneremmo mai più dell’essere nudi. Noi medesimi diverremmo l’ arte che potenzialmente siamo sempre stati, senza bisogno di doverne fruire indirettamente dalle ombre di cui cerchiamo invano di saziarci in queste città-mostro dell’odierno, augiano, deserto gelido, nichilistico e tenebroso.

Ma, l’alba è di là da venire, inesorabile.

Ivi sta la nostra pazienza, e la nostra speranza, ergo la forza della nostra iniziativa creativa, il nostro cammino silenzioso e santo.

Note:

1. Vedere l’intuizione di fondo di Benedict Anderson nel suo Comunità immaginate

2. http://comune-info.net/wp-content/uploads/2014/07/Descolarizzare.pdf.

4. https://www.youtube.com/watch?v=UEgeclH3kyo

5. Molto interessante in proposito è la biografia di Masanobu Fukuoka: nato nel 1914, è il padre della agricoltura naturale o del non fare, come lui stesso la definisce, poiché l’obiettivo della sua ricerca è sempre stato ridurre al minimo gli interventi dell’uomo sui processi naturali. Ha studiato microbiologia in Giappone e ha iniziato la sua carriera come scienziato del suolo, specializzandosi nelle patologie delle piante. A 25 anni però ha cominciato a mettere in dubbio i preconcetti della scienza dell’agricoltura. Quindi ha deciso di lasciare il suo posto di ricercatore scientifico per tornare nella fattoria della sua famiglia sulla isola di Shikoku nel Giappone del Sud per coltivare mandarini. Ha così iniziato a dedicare la sua vita allo sviluppo di un sistema di agricoltura biologica ed ecocompatibile in concorrenza con l’agricoltura industriale; e il suo libro La rivoluzione del filo di paglia”. A lui s’è ispirata anche Emilia Hazelip, fondatrice appunto della libera scuola dell’agricoltura sinergica e della permacultura. È possibile visitare il sito dell’associazione della promozione sociale di questo metodo di coltivazione: http://www.agricolturasinergica.it/;

acquistare il suo libro o comunque trovare riassunti i principi su molti siti internet attinenti.

6. http://www.codifas.it/

7. https://www.youtube.com/watch?v=rRokQzaMtF8

8. http://www.eticamente.net/40192/ecovillaggi-in-italia.html

9. http://gen-europe.org/

10. https://it.wikipedia.org/wiki/Se_niente_importa

11. Vedere L’uomo è antiquato di Gunther Anders

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