Ecosistemica moderna (parte quarta)

Ecosistemica alimentare umana

L’enorme distruttività del sistema di produzione alimentare mondiale attuale è potenziata anche da due delle sue stesse conseguenze: l’esiguità di territorio coltivabile e, specialmente, rispetto alla enormità della popolazione attuale a livello ecosistemico globale, la mancanza letterale di spazio fisico, da cui derivano anche il massacro giornaliero per fame, la quasi totalità delle guerre (sono tutt’ora molte decine nel mondo) o le pericolosissime tensioni internazionali attuali, la tremenda crisi urbanistica anche con i milioni di morti nelle bidonville specialmente del sud del mondo, ecc. è dovuta ad un motivo molto semplice: il pianeta è vasto ma la superficie di territorio coltivabile è piccolissima (specie rispetto alla enormità della popolazione attuale).

Infatti, sui 51 miliardi di ettari dell’intero globo, tolta la superficie coperta dal mare, rimangono solo 15 miliardi di ettari di terre emerse; di questi ultimi, sottraendo la superficie coperta dai ghiacci, dai laghi, dai fiumi, la superficie del territorio montuoso scosceso o roccioso, dei deserti, delle foreste, del territorio non coltivabile, e di quello costruito (cioè la somma di tutte le città del mondo ed i restanti sistemi urbanistici, le infrastrutture, fino al fabbricato rurale singolo), rimangono solo meno di 1,3 miliardi di ettari di territorio coltivabile, i quali sono già al massimo dello sfruttamento addirittura intensivo.

Modello alimentare onnariano: per 7 miliardi di persone onnariane non basterebbero 7 pianeti

L’innaturalità del modello “alimentare” onnariano è stata finora applicata fondamentalmente solo fino a 1,2 miliardi di persone (principalmente nel nord del pianeta), ma se fosse adottato anche dai restanti 5,8 miliardi di persone (principalmente nel sud del pianeta), non basterebbero 7 pianeti per nutrire la specie umana.

Basterebbe anche solo questo semplice dato di fatto per dimostrare che la specie umana non è “onnivora”: perché non solo il modello alimentare onnariano non è sostenibile, ma addirittura è ecosistemicamente impossibile.

Identico discorso vale anche per il modello alimentare vegetariano, per quello vegano e per quello vegano crudista: adottati da 7 miliardi di persone, non solo non sono sostenibili, ma appunto impossibili tecnicamente.

Modello alimentare vegetariano: per 7 miliardi di persone vegetaiane non basterebbero 6 pianeti

Infatti, per un sistema di produzione alimentare naturale destinato a 7 miliardi di vegetariani, visto anche che servirebbe un numero ancora superiore di bovini da latte, anche per i formaggi, e di galline ovaiole, sia per il loro maggiore consumo sia per l’estensione di questi prodotti al 65% della popolazione mondiale che oggi non riesce ad averne l’accesso, non basterebbero 6 pianeti.

Modello alimentare vegan: per 7 miliardi di persone vegan non basterebbero 4 pianeti

Per un sistema di produzione alimentare naturale destinato a 7 miliardi di vegan, che si possono nutrire anche di “carne vegetale” o di qualsiasi altro prodotto o sottoprodotto animale fatto con vegetali, come ad esempio derivati del glutine di grano, del glutine di farro, derivati della soia, ecc. i quali nel loro insieme dimezzano solamente la necessità di territorio mondiale rispetto alla zootecnia, ed a cui vanno aggiunti legumi, cereali, semi oleosi, e tutti i tipi di verdure, oltre che frutta, non basterebbero 4 pianeti*

Modello alimentare vegan-crudista: per 7 miliardi di persone vegane-crudiste non basterebbero 2 pianeti:

Per un sistema di produzione alimentare naturale destinato a 7 miliardi di persone di vegan-crudisti, che si possono nutrire oltre che di tutti i tipi di frutta, anche di tutti i tipi di verdura, semi oleosi, semi germinati e germogliati, ecc., non basterebbero 2 pianeti.

Melarismo (e, al limite, fruttarismo): non solo è assolutamente l’unico modello alimentare sostenibile su scala globale, ma lo è esclusivamente se la popolazione mondiale non cresce ancora di molto:

Dunque, anche la scienza moderna dell’ecosistemica più avanzata arriva alla stessa identica conclusione di tutte le altre scienze: solo ed esclusivamente col modello alimentare melariano**, si può tecnicamente (e naturalmente) nutrire tutta la attuale popolazione mondiale, specialmente se si considera anche lo spazio minimo necessario non solo per la coltivazione diretta, ma anche lo spazio psicologico-vitale assolutamente essenziale solo per la specie umana, sempre a patto, ovviamente, che la popolazione mondiale non aumenti ancora di molto.

Siccome non si può passare indifferenti sopra il cadavere di un bambino (anche 1 solo, non 40.000 al giorno come oggi stesso, entro stasera, per il solo esclusivo fatto di utilizzare ancora “cibi” del tutto incompatibili con la nostra specie), soprattutto se a farlo siamo ognuno di noi (e non più un orribile dittatore baffuto), e ancora soprattutto quando sappiamo esattamente cosa non fare per evitarlo (non comprare mai più “cibi” aspecifici per l’uomo), scegliendo il melarismo (o, al limite fruttarismo), (ovviamente con la gradualità descritta nell’apposita sezione di questo sito), scegliamo, quindi, di non partecipare assolutamente, nemmeno minimamente, anche a questo orrendo massacro giornaliero (muore, per esclusiva colpa nostra personale, una persona ogni due secondi); basterebbe, ancora una volta, solo ed esclusivamente questo, per sentirci, se abbiamo ancora un cuore da qualche parte, non in obbligo di farlo, ma di farlo con piacere (anche kantianamente, con volontà autonoma e non eteronoma).

Carnivorismo, granivorismo, erbivorismo, ed analoghi, sono relazioni interspecifiche predatorie, che, proprio per la precisissima scienza ecosistemica, sono in graduale estinzione; sul pianeta rimarrà solo la relazione interspecifica simbiotica ovvero quella fruttivora:

Il fatto che tutti i “modelli alimentari” tranne il melarismo (o entro certi limiti il fruttarismo) siano del tutto ecosistemicamente impossibili per la specie umana, non stupisce gli scienziati in quanto proprio l’ecosistemica moderna, ad esempio, lo scienziato Howard Thomas Odum e tutti i congressi mondiali, hanno evidenziato chiaramente che tutti i sistemi di predazione, e tutte le relazioni interspecifiche analoghe, sono completamente in estinzione naturale, cioè non per cause umane, ma per semplici motivi di entropia.

Questo vuol dire che l’intero pianeta, con tutte le sue specie animali (compreso quella umana che sta solo in fase di riassetto ) e vegetali, si sta evolvendo velocemente verso un unico tipo di relazione biologica interspecifica: quella simbiotica, cioè, in maniera definitiva, di tipo fruttivoro.

Sembra come se sia la natura stessa che si ribella al concetto di uccisione, o danneggiamento, in fase alimentare: tutto ciò che uccide o danneggia lo fa addirittura estinguere.

Quindi, per semplicissime questioni scientifiche entropiche (legate anche al principio fisico della minima energia), su questo pianeta rimarrà solo chi è in simbiosi (cioè in aiuto reciproco) con tutte le altre specie animali e vegetali, in particolare i primati fruttivori compresa la specie umana, ma, sempre per motivi entropici, solo la parte di essa che procede velocemente verso il fruttarismo e poi melarismo.

La mela è il frutto filogeneticamente più evoluto: frutto a struttura ricettacolare:

Solo una piccola precisazione botanica: per questioni di semplice dinamica evolutiva vegetale, nei milioni di anni, la (formazione e) struttura di un frutto polposo è passata dall’ingrossamento dell’ovario di un fiore, all’ingrossamento del ricettacolo di un fiore (che richiede, infatti, minore energia, anche biofisica, per la pianta). Quindi, l’evoluzione delle specie vegetali ha fatto passare da frutti ovarici (più primitivi), a frutti ricettacolari (più evoluti)***

Nel taxon filogenetico delle rosacee più evolute, il passaggio dela struttura carpica (cioè del frutto) da ovarica a ricettacolare, avvenne principalmente proprio nel periodo (qualche milione di anni fa) e zona in cui parallelamente (per coevoluzione) l’evoluzione animale ha fatto passare da alcuni primati antropomorfi a specie umana. In altri termini, la specie umana si è coevoluta solo ed esclusivamente con i frutti ricettacolari (in particolare con quelli del taxon filogenetico più antico del Malus , il melo, il cuo frutto costituisce anche l’esempio filogeneticamente più evoluto di frutto ricettacolare).

In parole più semplici, così come la specie umana è la più evoluta (sempre per i motivi di minima energia) a livello animale, parallelamente, i frutti ricettacolari sono i più evoluti a livello vegetale.

Ecosistemica insediativa umana; pianeta Terra: transizione da una rete mondiale di città ad una rete mondiale di ecovillaggi fino a una società naturale:

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Tornando all’ecosistemica generale, l’intero ecosistema mondiale è quindi alterato fondamentalmente proprio dall’attuale innaturale (aspecifico per l’uomo) sistema di produzione alimentare globale (che, come abbiamo visto, costituisce ampiamente anche il primo mercato mondiale), che, con l’intero suo indotto, diretto ed indiretto, genera l’intero modello di sviluppo (capitalistico) non sostenibile che attualmente è operativo su scala globale.

Quest’ultimo è semplicemente strutturato e distribuito in tutto il pianeta sotto forma di una fortemente primitiva (cioè ad alto consumo e addirittura spreco di energia) rete mondiale di città (le quali sono insediamenti umani del tutto non sostenibili, o sistemi urbanistici analoghi, come cittadine o paesini).

Per “cambiare il mondo” (che sta diventando sempre di più “salvare il mondo”)****, c’è quindi, come prima delle suddette fasi, solo ed esclusivamente una sola via possibile: creare e poi infoltire, da parte di tutti, ognuno di noi, una rete mondiale parallela di insediamenti umani sostenibili chiamati ecovillaggi (cioè villaggi ecologici), (anche iniziando dal circondario di ogni città medesima), che poi, esistendo contemporaneamente al modello di sviluppo capitalistico insostenibile (rete mondiale di città), determinerà una situazione di “competizione pacifica” e stimolante tra i 2 sistemi di rete insediativa globale che, come in tutti i fenomeni naturali, anche intraspecifici, evolverà in una “selezione naturale” negativa della rete insediativa meno evoluta (che, per definizione, è quella che consuma e spreca più energia), quindi, ovviamente, di quella estremamente non sostenibile (capitalistica, cioè la rete mondiale di città), la quale gradualmente si estinguerà travasando lentamente la sua popolazione nel GEN e smaltendo, col tempo, i sistemi urbanistici cittadini, che saranno sempre più residuali, fino gradualmente a scomparire.

La seconda ed ultima fase, per “cambiare il mondo”, è quella relativa alla società naturale globale, di cui, come predetto, parleremo.

Cambiare il mondo” non solo è molto semplice ma è addirittura fantastico: è sufficiente che ognuno cambi il “proprio mondo”, cioè, come primo passo, fondi il proprio ecovillaggio

Arrivare a tutto ciò è molto semplice: è sufficiente che ognuno di noi cominci a fare un ecovillaggio (ovviamente, in primis, a vantaggio di se stesso).

È ovvio che, siccome l’ecovillaggio deve essere prima di tutto (come dice la parola stessa) “eco”, quindi ecologico, cioè naturale (in senso locale e globale), (altrimenti è del tutto peggio di una stessa città, in quanto occuperebbe più territorio per abitante della città, addirittura comprendendo tutta la sua devastante impronta ecologica), non può che essere basato, come abbiamo visto essere del tutto fondamentale, che su un sistema di produzione alimentare e alimentazione delle persone assolutamente melariana (o, al limite, fruttariana) sia per la propria salute, sia per la stessa vita delle altre persone del resto del mondo, oltre che quella di tutte le altre specie animali e vegetali.

Inoltre, solo ed esclusivamente in questo modo, per la cosa più importante in assoluto, e cioè l’autosufficienza ed autoproduzione alimentare, il lavoro è praticamente nullo e, quindi, ecocompatibile e sostenibile anche a livello psicologico per tutta la vita.

Sostenibilità dimensionale di un ecovillaggio (locale e globale). L’inquinamento-effetto peggiore: l’inquinamento dimensionale:

L’inquinamento dimensionale è, quindi, proprio il primo tipo di inquinamento-effetto che non solo non deve assolutamente determinare un ecovillaggio (essendo, per l’appunto, “eco”), ma è addirittura proprio il primo tipo di inquinamento-effetto in assoluto che un eco-villaggio deve del tutto combattere. Ciò consente anche di superare il primo e più grande ostacolo per fondare un ecovillaggio: il costo del terreno.

Come abbiamo visto nel capitolo relativo alla paleoantropologia moderna, da 1,8 milioni di anni fa, la prima forma di inquinamento sull’intero pianeta, detta appunto inquinamento-causa, è proprio l’inquinamento alimentare.*****

Cioè, l’origine, e quindi causa di ogni altra forma di inquinamento su questo pianeta, è stata proprio esattamente la nostra variazione alimentare, forzata e provvisoria, post-glaciale, verso una alimentazione inadatta.

Dunque, essendo l’inquinamento alimentare proprio l’inquinamento-causa di tutti gli altri al mondo, detti inquinamenti-effetto, passiamo ora a vedere quali sono gli inquinamenti-effetto principali, che addirittura anche le Nazioni Unite (ONU), specialmente la Commissione per lo Sviluppo Sotenibile, stanno da decenni cercando in tutti i modi di contrastare, sempre con la speranza finale di eliminare.

L’inquinamento-effetto più massacrante in assoluto per l’intero pianeta è l’inquinamento dinemsionale. Esso è proprio il primo effetto della “alimentazione” umana aspecifica, che porta ad aumentare gravissimamente, appunto, le dimensioni territoriali necessarie per il sistema di produzione “alimentare” mondiale non adatto alla nostra specie.

Infatti, se per il sistema di produzione alimentare specie-specifico per la specie umana, cioè quello melariano (o al limite fruttariano), serve una data dimensione territoriale, per qualsiasi altro sistema di produzione “alimentare”, come abbiamo visto, serve una dimensione territoriale che va, più esattamente, dalle oltre 5 volt superiore (nel caso del sistema di produzione vegan-crudista) alle oltre 20 volte superiore (nel caso onnariano).

E tutto questo senza nemmeno calcolare sia l’indotto produttivo che i bisogni indotti relativi che portano il fabbisogno dimensionale territoriale minimo, per i suddetti sistemi di produzione “alimentare” aspecifica, a livelli di moltissimo più alti.

Di conseguenza, come predetto, per gli oltre 7 miliardi di persone (al 2010, ed in rapidissima crescita) non basterebbero oltre 2 pianeti per un sistema di produzione alimentare mondiale vegan-crudista, fino a non bastare per niente ben oltre 7 pianeti per un sistema di produzione alimentare mondiale onnariano.

Quindi, è proprio l’inquinamento dimensionale, cioè il catastrofico aumento di fabbisogno e sfruttamento territoriale dovuto ai sistemi di produzione “alimentare” non adatti a noi a provocare tutti gli altri tipi di inquinamento.

Un eco-villaggio, proprio perché la sua parola inizia esattamente con “eco”, deve adottare da subito un sistema di produzione alimentare finalmente adatto alla specie umana, cioè melariano (o al limite fruttariano), anche per non causare sia questo catastrofico inquinamento dimensionale (eccesso di fabbisogno e sfruttamento territoriale anche per la sola “alimentazione”), e sia tutti i conseguenti inquinamenti-effetto predetti, che costituiscono, a rigore, proprio tutti i problemi dell’intero pianeta, e che agiscono sia a livello locale che mondiale.

Di conseguenza, la prima cosa che deve prevedere un ecovillaggio (oltre l’alimentazione naturale) è di occupare la minima quantità di territorio possibile.

È ovvio poi, che ciò, oltre a dare la possibilità stessa di presentarsi come eco-villaggio, abbassa anche enormemente i costi iniziali di acquisto del terreno, che, normalmente, è proprio il primo ostacolo in assoluto che si presenta immediatamente davanti a qualunque gruppo di amici che lo voglia fondare.

Altro grandissimo errore è quello di prevedere unità abitative personali non di dimensioni naturali, cioè minime (visto che in mezzo alla natura è vivibile specialmente la parte esterna), che costringono a riscaldamenti attivi anche a legna che richiedono terreno ulteriore solo per quest’ultima, mentre per unità abitative di dimensioni naturali (il minimo, come vedremo) non solo è sufficiente un riscaldamento passivo (semplicemente aumentando la coibentazione), ma, anche nel caso si volesse utilizzare della legna, è del tutto addirittura sovrabbondante la legna di scarto della potatura minima del frutteto.

È anche ovvio, oltre alle dimensioni minime del terreno ed unità abitative, anche il fatto, contrariamente alla vita classica di “campagna”, che dividere il costo in una decina di parti (è fondamentale che siano uguali, per non creare disuguaglianze e quindi “gerarchie” psicologiche, dannosissime anche se involontarie), abbassa di moltissimo tutti i costi iniziali.

Tramite la scienza ecosistemica possiamo anche avere i parametri dimensionali ideali e massimi di un ecovillaggio:

Come abbiamo visto, il pianeta è grande, ma la superficie antropizzabile (cioè vivibile dalla specie umana) è relativamente molto piccola per gli oltre 7 miliardi di abitanti della Terra. Il pianeta ha 51 miliardi di ettari, ma, tolta la superficie coperta dai mari arriviamo subito a soli 15 miliardi di ettari.

Tolte poi le superfici predette, quelle coperte dai ghiacci, dalle catene montuose rocciose, dalle foreste, dei deserti,ecc. Arriviamo, infine, a relativamente pochissimo territorio, proprio appena sufficiente per installare una rete di eco-villaggi mondiale che possa contenere anche tutti gli oltre 7 miliardi di abitanti del pianeta: meno di 3,5 miliardi di ettari utilizzati attualmente come pascolo.******

Per capire quanto la superficie mondiale è relativamente molto piccola per contenere ecologicamente la specie umana, bisogna tenere presente che, considerando solo i 7 miliardi di persone attuali, per avere una distanza tra un ecovillaggio e l’altro (in ogni direzione) pari almeno al diametro medio di un ecovillaggio stesso (per consentirne almeno la minima vivibilità), occorre anche rendere antropizzabili anche tutti gli attuali deserti ed inglobare tutte le superfici forestali all’interno delle zone inter-ecovillagiche, fino ad ottenere proprio tutti i circa 12 miliardi di ettari perfettamente disponibili per l’intera rete mondiale.

Solo in questo modo possiamo avere a disposizione, per fondare un ecovillaggio medio di una decina di persone (o nuclei familiari), un massimo assoluto di 0,5 ettari (mezzo ettaro, pari a 5000 metri quadri) a persona (o a nucleo famigliare), (tra area personale e comune), parametri dimensionali, questi, che sono validi per tutti gli abitanti del pianeta.

Ovviamente, di questi 5000 metri quadri a nucleo familiare, mediamente circa 4000 sono per la parte personale (o familiare),e mediamente circa 1000 a nucleo sono per l’area comune; quindi, una decina di persone (o nuclei) che mettono insieme mediamente circa 1000 metri quadri ognuna, formano un’ottima area comune di circa un ettaro.

Questi parametri dimensionali sono quelli ideali per lo spazio vitale (alimentare e psicologico) di un individuo (o nucleo famigliare), ma al tempo stesso sono anche assolutamente i massimi possibili per la sostenibilità dimensionale (di superficie territoriale occupata), sia su scala locale che su scala mondiale.

Visto che la sostenibilità dimensionale è, come abbiamo visto, proprio la prima forma di sostenibilità ambientale (ovviamente dopo quella alimentare, a cui però è strettamente legata), sia a livello locale che globale, e che allargarsi anche solo di pochissimo avrebbe effetti disastrosi sull’intero pianeta (estensione immediata ad anche tutte le predette forme di inquinamento-effetto), la primissima cosa da fare quando si progetta un eco-villaggio (oltre a prevedere l’alimentazione a noi consona) è proprio quella di non superare mai i suddetti parametri dimensionali.

NOTE:

*Senza nemmeno contare sia che la popolazione mondiale è in continuo aumento esponenziale, e sia che, esattamente al contrario, il territorio coltivabile mondiale sta diminuendo alla velocità enorme di molti milioni di ettari l’anno, principalmente per il fenomeno di erosione dei suoli, (dovuto alla semplice agricoltura), e per i processi di salinizzazione, (dovuti alla semplice irrigazione).

**o, entro certi limiti (visto che i frutti “commestibili” sono numerose migliaia, di cui moltissimi anche di piante singole gigantesche), fruttariano.

***Precisiamo che prima della botanica moderna, i frutti ricettacolari sono stati del tutto erroneamente detti, in gergo botanico antico “falsi frutti”, e ciò è avvenuto solo perché i frutti ovarici, avendo passato tutte le epoche primitive precedenti, sono rimasti, ovviamente, in numero superiore; è come se, dopo la conquista della postura eretta da parte della nostra specie, avessimo chiamato l’uomo “falso animale”, solo perché gli animali a quattro zampe, avendo passato tutte le epoche primitive precedenti, sono rimasti, ovviamente, in numero superiore).

****cioè arrivare ad una società sostenibile (= GEN, Global Ecovillage Network, rete mondiale di ecovilaggi), e poi, ad una società naturale (=GNS, Global Natural Society, società naturale globale, di cui parleremo più avanti)

****** Anche la parola “inquinamento” deriva all’origine dalle parole antichissime “kun” e “gnoj”, che significano rispettivamente “puzzare” e “putrefazione”, che è, come predetto, esattamente la prima e peggiore conseguenza del cibo non adatto alla nostra specie, il quale, contenendo sempre una quantità proteica maggiore rispetto a quella specie-specifica per l’uomo, giunge sempre, nel nostro organismo, anche parzialmente, appunto ad una decomposizione anaerobica protidica, detta appunto putrefazione (a sua volta da “puteo”, che significa proprio “puzzare”

******per gli animali da allevamento, che oggi sono presenti sul pianeta in numero enormemente innaturale, proprio perché sono continuamente riprodotti forzatamente per la vendita di prodotti animali; il restante 1,3 miliardi di ettari coltivabili va lasciato per l’aumento esponenziale della popolazione, di cui una parte, a volte costretta, potrebbe, almeno provvisoriamente, rimanere nelle città o paesi

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