Ecosistemica moderna (parte prima)

L’ecosistemica è la scienza che studia la totale configurazione strutturale e dinamica di un ecosistema, dal singolo micro-ecosistema fino all’ecosistema globale, relativo cioè all’intero pianeta.

L’ecosistemica moderna, ovviamente, lo fa nella maniera più approfondita, e soprattutto sfruttando tutti gli avanzatissimi strumenti e branche dell’oloscienza, a iniziare dall’ enormemente efficace incrocio dei dati di moltissime discipline scientifiche.

Un ecosistema non è altro che un sistema (ovvero un insieme ad elementi interconnessi, in questo caso ipercomplesso, formato da addirittura innumerevoli miliardi di miliardi di unità strutturali, da tutte le particelle subatomiche fino a tutti gli organismi, presenti in esso) costituito di solo 3 componenti (generali): minerale, vegetale e animale.

Equilibrio ecosistemico ed impatto ecosistemico: procedura, anche sociale, economica e politica, urgente per la salvezza della specie umana:

ecostema

Come per qualsiasi sistema materiale dell’universo, l’equilibrio ecosistemico si ha quando le predette 3 componenti, minerale, vegetale ed animale, acquisiscono una situazione di minima energia.

Entrando più nel dettaglio, in condizioni di equilibrio geologico, quando ogni specie animale e vegetale di un ecosistema è in equilibrio trofico, cioè in cui ogni specie animale e vegetale si nutre con alimenti adatti alle rispettive specie, si ha, per una sequenza di conseguenze a catena, il cosiddetto equilibrio ecosistemico.

L’alterazione di questo equilibrio da parte di una determinata causa, si definisce impatto ecosistemico (o ambientale) di quest’ultima.

Riguardo la specie umana, la variazione alimentare provvisoria avvenuta 1,8 milioni di anni fa (descritta nella sezione relativa alla Paleoantropologia moderna) per effetto della prima grande glaciazione planetaria, costituì, e costituisce ancora oggi, con le già evidenziate conseguenze dirette ed indirette, del tutto l’unica causa di impatto ambientale, ormai su scala mondiale, della nostra specie. Quindi, a rigore, assolutamente tutte le altre presunte “cause” di impatto ambientale, non sono altro che anche loro, semplicissime conseguenze indirette o meno della variazione trofica provvisoria. Quest’ultima, fino a che ha riguardato una popolazione mondiale di poche migliaia, o milioni di esseri umani del passato, ha influito decisamente solo su un piccolo ecosistema di una piccola parte del pianeta.

Oggi, però, con una popolazione mondiale che è passata da 1,5 miliardi nel 1900, ad addirittura 6 miliardi nel 2000, e 7 miliardi nel 2010, e con un ritmo di crescita ancora esponenziale, la predetta variazione trofica provvisoria ha un impatto ambientale ormai totalmente distruttivo sull’intero pianeta.

Questa variazione è diventata addirittura sistema di produzione alimentare mondiale, cioè zootecnia e agricoltura, che con il suo enorme indotto di macchinari, mezzi e risorse utilizzate, e le sue predette conseguenze dirette e indirette (che vanno a costituire l’intero quadro di impatto ambientale antropico globale), sta minacciando, persino a breve termine, l’esistenza stessa della nostra specie.

Il sistema che utilizza la natura per liberarsi di un sistema materiale, come quello umano, che la ostacola verso l’acquisizione costante di una situazione ecosistemica a minima energia, e quindi di equilibrio ecosistemico, è ovviamente l’estinzione, come ha già fatto innumerevoli volte nel corso dei miliardi di anni. Finora, dal costituire causa di disequilibrio ecosistemico, si sono salvate solo ed esclusivamente le rarissime specie che, per varie coincidenze, sono rientrate in equilibrio ecosistemico, cioè nella loro nicchia ecologica naturale.

Se la specie umana può farcela, a questo punto, può contare, oltre che sulla sua parte razionale, soprattutto e fondamentalmente sul suo “cuore”, che, insieme, sono i due elementi principali su cui può far leva per riaccordarsi al metron, alla Norma, prima della catastrofe, per riacquisire la situazione di minima energia (ergo non peccaminosa). Lo scopo di questo sito è anche e soprattutto questo.

La salvezza del sistema materiale chiamato specie umana dipende, quindi, solo ed esclusivamente dal ricollocarsi immediatamente in una condizione a-peccaminosa ecosistemica, in cui cioè ogni unità strutturale di ogni individuo della nostra specie, dalla nostra materia non barionica alle nostre cellule, ritorni in sintonia con i sistemi particellari esterni.

In termini più semplici, come abbiamo accennato, la salvezza del sistema materiale umano globale dipende dal reinserirci nella nostra nicchia ecologica naturale, operazione per la quale, visto che fortunatamente l’equilibrio post-glaciale si è ricostituito, è del tutto sufficiente, come elemento causale, quacquisire il nostro ruolo biologico, ecosistemico, naturale: quello di componente animale della disseminazione zoocora.

Più avanti spiegheremo meglio il significato e l’estrema importanza scientifica di questo nostro ruolo naturale ecosistemico; per il momento diciamo che per ottenerlo è del tutto sufficiente il riassetto trofico dell’intera specie umana, il riassetto dunque del modello naturale fruttivoro, in particolare malivoro, della nostra particolare specie, strutturatosi, come abbiamo visto, in numerosi milioni di anni, con priorità sociale, economica e politica assoluta ed urgentissima, prima che sia troppo tardi.

Oltre le scelte personali immediate, che sono altrettanto fondamentali anche per dare una direzione di marcia da subito, in termini ancora più pratici serve una politica mondiale, partendo anche da direttive, o addirittura risoluzioni dell’ONU, di conversione industriale, assolutamente contemporanea, del sistema di produzione alimentare mondiale, e del settore urbanistico mondiale.

Più precisamente, serve una conversione industriale alimentare immediata dalla zootecnia (carne animale e prodotti animali) alla carpotecnia (da καρπός = frutto), e, allo stesso tempo, serve una conversione industriale urbanistica immediata, dall’urbanistica non sostenibile (la rete insediativa delle primitive ed energivore città) all’urbanistica sostenibile.

Impatto ecosistemico ed impatto etico del consumo di carne e pesce: un massacro giornaliero di centinaia di milioni di persone a quattro (o diverso numero di) gambe, catastrofico sul piano della nostra unica salute, dei miliardi di persone umane che muoiono per fame, e del nostro unico pianeta:

Per produrre “carne”, e tutti i prodotti di origine animale, bisogna prima produrre una quantità enorme di vegetali da dare da mangiare all’animale, dalla sua nascita, ogni giorno, per molti mesi o anni, fino alla sua uccisione e macellazione del cadavere (ad esempio un bovino mangia una quantità in peso pari a quella che mangiano ben oltre 12 uomini), oltre che la quantità immane di risorse necessarie per la relativa agricoltura (nel nord del pianeta, addirittura oltre l’85% dell’agricoltura produce per l’allevamento), (acqua, petrolio, macchinari, manutenzione, veterinaria, farmaci, fertilizzanti, antiparassitari, anticrittogamici, personale addetto, sua stessa alimentazione, ecc.) e tutto ciò va moltiplicato per gli innumerevoli miliardi di animali che vengono massacrati ogni anno (e questo, vedremo essere causa diretta di morte per fame di miliardi di persone umane nel mondo).

Proprio per questo motivo dobbiamo sprecare i predetti addirittura più di 4,5 miliardi di ettari di territorio mondiale sui soli 5 direttamente disponibili per la nostra specie, invece di goderceli e senza distruggerli come adesso, potendo stare in comodissimi e larghi ecovillaggi di stupende e modernissime eco-villette con giardino, invece di vivere letteralmente uno sopra l’altro, in scomodissimi e orrendi palazzoni delle primitivissime cosiddette “città”.

Come vedremo meglio più avanti, tra effetti diretti ed indiretti, solo ed esclusivamente per dare da mangiare alle mucche ed i restanti animali da allevamento di tutto il globo, abbiamo dovuto e continuiamo sempre di più a distruggere le nostre foreste, a provocare ed accelerare la tremenda desertificazione, a provocare l’effetto serra e le relative catastrofi climatiche sempre più gravi e sempre più generalizzate; a provocare la strage giornaliera per fame nel mondo, ecc. oltre che, di conseguenza (come abbiamo visto), ad inventarci letteralmente, anche con i restanti prodotti vegetali diversi da mele e frutta, assolutamente tutte le cosiddette malattie, che provocano enormi sofferenze e fra-intendimenti e ostruzioni e tensioni in miliardi di individui.

Inoltre, perfino la produzione di pesce determina, oltre che la distruzione dei relativi ecosistemi acquatici, anche ed ormai soprattutto la distruzione degli ecosistemi proprio sulla terraferma. Attualmente, infatti, dopo la distruzione quasi totale degli ecosistemi marini specialmente costieri fornitori di pesce, la produzione prevalente di pesce su scala mondiale si è spostata, ed in aumento esponenziale, sulla terraferma, in una zootecnia ittica che produce pesce da vasche artificiali e con mangime purtroppo prodotto proprio dalla terraferma, produzione alimentare per animali acquatici da allevamento che si va in modo devastante ad aggiungere alla già massacrante produzione alimentare per gli animali terrestri da allevamento. Quindi, oggi, e sempre più velocemente, anche la produzione di pesce consuma territorio addirittura sempre più enorme di superficie di terraferma medesima.

Ovviamente, oltre il massacrante impatto ambientale (parallelo a quelo salutistico, sociale ed economico), c’è l’assolutamente inaccettabile impatto etico, soprattutto per una psicologia di primate fruttivoro come quella della nostra specie, per il massacro giornaliero dei miliardi di animali terrestri e acquatici, che, esattamente come noi, hanno la capacità di soffrire.

Ad esempio, la sofferenza per la morte per asfissia del pesce quando viene separato dall’acqua (muore proprio per mancanza di ossigeno, visto che le sue branchie lo possono prendere solo dall’acqua, che ne è addirittura più ricca dell’atmosfera stessa) è precisamente quella che prova un uomo quando qualcuno gli afferra la testa e gliela tiene forzatamente sott’acqua in una vasca da bagno; l’uomo, per cercare di divincolarsi e far riemergere il capo, cerca anche disperatamente di agitare tutta la sua parte posteriore, proprio esattamente come fa un pesce quando sbatte la coda per cercare istintivamente di ritornare in acqua.

Ovviamente, nell’impatto etico del consumo di carne e pesce va aggiunto anche il gigantesco numero di piante (che ormai, come vedremo meglio, è dimostrato scientificamente essere esseri viventi del tutto senzienti esattamente come noi) che vanno uccise per essere date in pasto ai suddetti animali d’allevamento (fatti riprodurre forzatamente in numero estremo proprio per essere mangiati).

Impatto ecosistemico ed impatto etico del consumo di uova: l’impatto etico è addirittura 3 volte superiore a quello di carne e pesce:

Per quanto concerne il consumo di uova, vale lo stesso identico discorso fatto per carne e pesce.

Riguardo l’impatto etico, invece, esso è addirittura 3 volte superiore. Infatti, mentre quando si mangia carne si uccide un animale, quando si mangia pesce si uccide un animale, quando si mangiano uova si uccidono 3 animali.

Questo avviene semplicemente perché per produrre un uovo ci vuole una mamma gallina; ma, sia per il contadino singolo, sia per l’allevamento biologico, sia per l’allevamento convenzionale, succede che dopo i soli due anni di età la gallina comincia a produrre meno uova, quindi, calando il guadagno economico relativo, non è più sostenibile economicamente pagare il mangime della gallina predetta, la quale viene immediatamente uccisa ( un animale che in natura vivrebbe fino oltre 10 anni).

Ed è un primo animale ucciso.

Ma la mamma gallina va immediatamente sostituita con un’altra gallina, quindi vengono incubate delle uova per farne nascere un’altra, ma c’è un problema: ovviamente il 50% delle uova danno figli maschi, degli stupendi e tenerissimi pulcini, che non si possono nemmeno far crescere per farli diventare carne perché la razza è solo ovaiola e non è “buona” come carne, quindi tutti i pulcini maschi vengono trucidati, di solito triturati vivi per farne mangime.

La figlia femmina, altro stupendo e tenerissimo pulcino, invece, dopo il tempo appena sufficiente per una accrescimento veloce, viene costretta a sostituire la mamma appena uccisa, e, quindi, dopo altri due anni di sofferenze, privata della libertà come macchina da uova, viene anche lei immediatamente uccisa.

Anche la figlia della mamma gallina, quindi, viene uccisa: terzo animale ucciso.

Quindi, mangiare uova significa esattamente uccidere addirittura 3 animali: la mamma e tutti i suoi figli.

Altro dato fondamentale: produrre un uovo non fecondato è un’altra ennesima enorme violenza nei confronti della mamma gallina; in natura, come per qualsiasi altro uccello, non esistono uova non fecondate. Per produrre uova non fecondate le galline sono letteralmente costrette a non vedere mai un gallo per tutta la loro vita. È esattamente come costringere una donna a non vedere mai un uomo per tutta la sua vita.

Un altro dato essenziale: produrre uova ogni giorno è l’ennesima violenza nei confronti della gallina. In natura una gallina, come tutti gli altri uccelli, produce uova solo ed esclusivamente 1 volta l’anno: in primavera (ed esattamente nel periodo in cui il gallo è fecondo, quindi, in natura, non esistono assolutamente uova non fecondate).

Infatti, per stravolgere la loro delicatissima fisiologia, per fargli cioè deporre innumerevoli più uova di ciò che per loro è naturale, sia il contadino singolo, che l’industria, biologici o meno che siano, danno loro da mangiare molto più di quanto che mangerebbero in natura, oltre a farle muovere il meno possibile proprio per bruciare meno kcal, anche col solo recinto del contadino.*

In particolare la gallina è una specie bipara o tripara: cioè nel suo nido produce solo ed esclusivamente un totale di due o, al massimo, tre uova (sempre assolutamente una e una sola volta all’anno) che cova, con l’accuratezza che può avere solo una mamma, per 21 giorni, dopo i quali nascono i relativi 2 o tre figli, i pulcini.

Stesso identico analogo discorso vale per la produzione di uova di qualsiasi altra specie animale (tacchini, struzzi, ecc).

Impatto ecosistemico ed impatto etico del consumo di latte ( e suoi derivati): l’impatto etico è addirittura 4 volte superiore a quello di carne e pesce:

Riguardo l’impatto ecosistemico del consumo di latte e suoi derivati, vale, ovviamente, ancora lo stesso identico discorso fatto per il consumo di carne e pesce.

Per quanto concerne l’impatto etico, invece, esso è addirittura superiore 4 volte. Come prima, infatti mentre quando si mangia carne si uccide un animale, quando si mangia pesce si uccide un animale, quando si beve latte , o si consumano derivati, si uccidono addirittura 4 animali.

Il motivo è molto semplice: per produrre latte ci vuole una mamma mucca; ma, come sopra, sia per il contadino singolo, sia per l’allevamento biologico, sia per quello convenzionale, succede che dopo i soli due o tre anni di età, la mucca comincia a produrre meno latte e quini, calando il guadagno economico relativo, non è più sostenibile economicamente pagare il mangime… Conseguenza: uccisione della mucca immediata (un animale che in natura vive fino oltre 30 anni.

Ed è un primo animale ucciso.

Ora, come tutti i mammiferi, la mucca produce latte solo dopo che nascono i suoi figli, i vitelli, quindi per la semplice sostenibilità economica relativa alla stessa enorme quantità di cibo che deve ingerire, deve essere costretta per tutta sua (pur breve) vita ad essere, addirittura del tutto continuativamente, incinta: ora, come sempre, il 50% dei figli sarà maschio, e siccome non potrà mai produrre latte, all’età di appena 4 mesi, il figlio maschio viene immediatamente ammazzato.

Ed è un secondo animale ucciso.

La figlia viene, invece, subito costretta a sostituire la mamma uccisa, e, quindi, dopo altri due o tre anni di sofferenze, provata della libertà come macchina da latte, anche la sua vita viene stroncata: terzo animale ucciso.

Ma per produrre continuamente latte per due o tre anni, la vacca madre iniziale deve essere forzata a fare almeno 3 figli e, quindi, anche il terzo figlio, se maschio verrà ucciso a 4 mesi, se femmina verrà uccisa a 2 o 3 anni.

Ed è un quarto animale ucciso.

Quindi, bere latte (o consumare i suoi derivati) significa esattamente uccidere addirittura 4 animali: la mamma e tutti i suoi tre figli.

Altro dato fondamentale: in natura, nessun mammifero produce assolutamente mai più latte di quello strettamente necessario alla propria prole (per il semplice principio a-peccaminoso della minima energia strutturale.) Far produrre anche una sola goccia di latte più di ciò significa un’ennesima grande violenza: costringere la mamma mucca a nutrirsi in modo del tutto innaturale per la sua specie; per esempio, ad un erbivoro, adatto esclusivamente ad erba fresca, viene data erba secca, molto più concentrata e quindi patogena, o peggio semi, di gran lunga più concentrati e quindi molto più patogeni, come grano o soia, o ancora di molto peggio e, ovviamente (è proprio il chaos boschiano nel secondo riquadro del suo famosissimo trittico del giardino delle delizie, di cui parla anche Di Caprio ne l’introduzione al documentario “Before the Flood”), di conseguenza, ammalandosi, gli vengono somministrati farmaci che si ritrovano poi automaticamente sempre anche nel loro latte prodotto. Al figlio viene dato addirittura solo latte artificiale e, quindi, cresce malato.

È esattamente come se lo facessero ad una donna e a suo figlio.

Altro dato fondamentale: anche solo il fatto di essere costretta a restare continuamente incinta per tutta la sua vita, è un’altra, ennesima violenza per la mucca. (esattamente come lo facessero a una donna).

Altro dato: il solo fatto di dover prendere il latte ad una mucca, significa dover effettuare la più grave violenza in assoluto che possono ricevere una madre e suo figlio: essere allontanati forzatamente l’uno dall’altra, anche per un solo istante. Ciò avviene addirittura per sempre. Il figlio non vedrà mai più sua madre, e viceversa. È inoltre notissimo come, infatti, dopo che gli è stato strappato il cucciolo, anche la mamma mucca cerchi disperatamente suo figlio, con lamenti e movimenti estremi, per anche moltissimi giorni dopo l’evento.

Stesso identico discorso vale per il latte (ed i suoi derivati) di capra, di pecora, di bufala, di asina o di qualsiasi altro mammifero.

Impatto ecosistemico ed impatto etico del consumo di miele: l’impatto ecosistemico mette a rischio addirittura la specie umana

Per poter produrre miele, la specie umana deve costruire dei veri e propri altri allevamenti animali, costituiti, tra l’altro, da un insieme di arnie, ovviamente artificiali. Per poter sottrarre il miele alle api, è necessario porle, quindi, in condizioni per loro del tutto innaturali, in un alloggio totalmente artificiale chiamato appunto arnia, invece che nella loro nicchia ecologica naturale alloggiativa, costruita da loro stesse, chiamato alveare.

L’impatto ecosistemico di tutto ciò può essere purtroppo gravissimo anche per noi. Infatti in condizioni di totale artificialità ed addirittura di sovraffollamento, come qualsiasi altra specie animale in condizioni simili, le api si ammalano spesso, e, proprio per il sovraffollamento, con una velocità enorme di propagazione delle malattie; sempre più spesso, inoltre, le epidemie delle api sono diventate talmente incontrollabili che ormai avvengono addirittura su scala mondiale, ed essendo le conseguenti morie sempre più alte, ultimamente si rischia davvero l’estinzione della loro specie.

Questa cosa sarebbe drammatica anche per la nostra specie: come abbiamo visto infatti la nostra salute di specie fruttivora, dipende totalmente dalla presenza di frutta su questo pianeta, cosa che a sua volta è garantita solo dall’impollinazione dei relativi fiori, e quindi dalla presenza stessa delle api. Alterare anche solo minimamente il loro equilibrio naturale, significa poter arrivare facilmente a perdere definitivamente la nostra salute e subito dopo, tra molte sofferenze, la nostra vita; poi anche la nostra intera specie.

L’impatto etico del consumo di miele è, poi gravissimo per la stessa vita delle api.

Come già spiegato nella sezione de la fisiologia comparata, il miele non è altro che il perfetto analogo del latte dei mammiferi, cioè il cibo dei cuccioli di ape. Di conseguenza, prendere il miele ad una mamma ape ha lo stesso identico impatto etico, sopra descritto, del prendere il latte ad una mucca.

Inoltre, anche le api, come in maniera analoga tutte le altre specie viventi, in natura, non producono assolutamente mai una sola goccia di miele in più che non serva strettissimamente ai loro cuccioli (soprattutto per l’estremo consumo di energia necessaria per produrlo), sempre per lo stesso principio della minima energia. Quindi, ogni volta che consumiamo del miele, oltre che a danneggiare decisamente la nostra salute, stiamo togliendo letteralmente di bocca il cibo a tutti i cuccioli di ape (costringendo, come vedremo, la mamma ape ad una ricerca urgentemente e forzatamente disperata di altro nettare da trasformare in miele).

Quando mamma ape deposita il miele nel suo alloggio, lo fa solo ed esclusivamente per dar da mangiare a suo figlio.

È la stessa identica violenza che si commetterebbe, esattamente, come se ad una mamma della nostra specie si togliesse forzatamente il latte dal seno proprio un attimo prima dello stupendo atto di darlo al proprio bambino, e ogni volta che il latte di riformasse, ri-sottrarlo forzatamente. E questo per tutta la durata dell’allattamento, che per l’ape dura addirittura oltre un quinto della sua vita intera.

Ma con un aggravante enorme: l’ape, contrariamente a una donna, non produce il nutrimento del suo piccolo, il miele, se prima non ha faticosissimamente volato su numerosi fiori, ogni volta più lontani, per incamerare il relativo nettare, per poi, ancora con fatica, tramutarlo in miele e ritrasportarlo, con un volo di ritorno molto più faticoso perché appesantito da nuovo carico di miele, fino all’arnia. L’ape, infatti, che in natura produce con moltissima fatica pochissimo miele, ogni volta che le viene tolto, proprio per salvare la vita di suo figlio, deve ricominciare da capo tutto il suo faticosissimo lavoro di innumerevoli viaggi verso i fiori per incamerare nettare, dentro la sua apposita sacca, dai fiori sempre più lontani; per poi ancora ricominciare, ancora una volta, tutta la faticosissima trasformazione del nettare in miele. Una volta esausta per essere stata costretta dall’uomo ad un lavoro ripetuto due volte, l’uomo le ritoglie il cibo di suo figlio, ancora una volta. Tutto ciò si ripete in continuazione, nelle arnie, addirittura per tutta la vita dell’ape.

Non si potrebbe commettere violenza maggiore sulle api.

L’alta determinazione indotta di malattie e l’altissima mortalità indotta nella specie delle api dipende principalmente da tutto ciò, quindi proprio dal consumo stesso di miele, cibo per insetti, da parte della nostra specie impazzita.

Stesso identico discorso vale per tutte le altre produzioni sottratte alle api. Dalla pappa reale alla cera d’api, ecc. tra l’altro, tutte sostanze adatte specificatamente agli insetti, e, di conseguenza, assolutamente dannose, anche solo al contatto, per la specie umana.

NOTE:

*in natura,quando la gallina ha la sua dovuta e sacra (come per tutti noi esseri viventi) libertà, essa, nutrendosi solo ed esclusivamente delle cose che sceglie, non solo introduce moltissime meno calorie, ma addirittura le brucia immediatamente perché, proprio essendo libera, si muove anche addirittura per km, vola sugli alberi e scende da loro anche più volte al giorno.

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