Gli Hunza

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Gli Hunza. Un popolo che ignora la malattia, è un libro di Ralph Bircher, sintesi ragionata delle testimonianze più importanti su questa popolazione, offre un grosso contributo a una ridefinizione dell’idea di progresso. Troppo a lungo abbiamo inteso per “progresso” la progressiva complicazione degli apparati tecnologici, l’aumento del reddito nazionale, l’aumento dell’età media della popolazione rispetto a epoche sorpassate e abbiamo fatto d’ogni erba un fascio, si è alimentato il mito che tutti i “primitivi” facevano una vita disperata, morivano come mosche e la loro età media superava di poco i trent’anni, in realtà queste convinzioni non sono state altro che trasposizioni della condizione sanitaria europea fino all’Ottocento come se tutte le società preindustriali soffrissero gli stessi gradi di arretratezza.

 

Qui si dimostra quanto sia infondata questa assunzione e poiché la salute, che comprende sempre non solo il corpo ma anche la felicità della gente, è un potente indicatore qualitativo del livello di progresso, si suggerisce il dubbio che vi siano popoli molto più progrediti della società industriale, pur nell’apparente povertà tecnologica.

 

“La cultura del popolo si fonda sulla conoscenza di come sopravvivere in un ambiente specifico. La natura nel suo insieme è modellata da ogni essere come la forma dell’acqua è modellata dal pesce e ciascuno dei nostri movimenti crea onde e trasformazioni. La natura è un organismo: è dappertutto. Gli occidentali cercano di rappresentarla dividendola e stendendola su una linea per esaminarla a pezzetti. Sembrano sempre -gente che sta fuori e che cerca di guardare cosa c’è dentro-. Aprirsi alla natura, abbandonarvisi, dissolversi, scorrere e riprendere forma con lei. Questo è il modo con cui si crea la nostra identità senza creare nulla. Molta gente non capisce che il mondo naturale non è un mondo libero come gli occidentali intendono la libertà. Il mondo naturale funziona secondo leggi naturali e ci sono molti cicli del mondo naturale con cui si deve vivere in armonia. Quello che bisogna ricercare è una libertà all’interno di questi cicli e di queste leggi. È una libertà che si fa fatica a immaginare e che è molto più grande di quella di cui molta gente sino ad oggi ha fatto esperienza.”

La salute, longevità (anche 140 anni), igiene e particolarissima tradizione alimentare de gli Hunza, almeno fino al 1947 quando la sovranità britannica finì e il paese fu unito al Pakistan (con conseguente arruolamento dei giovani nell’esercito pakistano) , e prima di influenze occidentalistiche (anche turistiche) degradanti le medesime, sono sempre state (ancora oggi) fonte di grande meraviglia e ammirazione da parte delle personalità che hanno avuto la fortuna di accostarsi a questo popolo, e degli studiosi in generale. Ovviamente, così come l’alimentazione di un’altra civiltà poco considerata ma paragonabile per estreme simiglianze, la Caraì-Guarani sudamericana, il regime alimentare era (ed è ancora) quasi totalmente privo di fonti animali, frugale, integrale, prevalentemente crudo, privo di sale ed esiguo, basato principalmente su frutta (in particolare le rosacee albicocche, che vengono anche essiccate e conservate per il periodo invernale), verdura, noci, e cereali integrali come orzo, miglio, grano saraceno, pochi legumi. Inoltre pare che oltre a mangiare pochissimo (addirittura un solo pasto al giorno, con consumo quasi esclusivo di albicocche durante la giornata piena di lavoro e fatica rigorosamente all’aria aperta, negli orti), viste le condizioni climatiche avverse degli inverni, gli Hunza siano stati soggetti, periodicamente nel corso della loro storia se non annualmente, a lunghi digiuni. L’alimentazione della civiltà Caraì-Guarani, similmente, consta di un’abbondanza di verdure a foglia verde come spinaci, e poi tuberi, frutta (si considera di grande importanza che questa giunga a maturità perfetta, e questa viene rigorosamente consumata “ad ogni pasto”) come ananas e altre varietà tropicali, zucche, noci, e pochissime leguminose. “Il latte e i suoi derivati mancano completamente; la “carne” (cioè la selvaggina) rappresenta un rarissimo complemento occasionale, ma è quasi sempre evitata. Gli alimenti allo stato crudo costituiscono il regime stabile e quotidiano e si compongono di erbe varie, teneri germogli e grano appena spigato.” Sembra che l’unica malattia conosciuta (almeno prima della comunque breve crisi in tal senso degli anni 50 dovuta alla corruzione da noi indotta) sia la vecchiaia, pressoché unica e ‘tardivissima’ causa di morte, tra l’altro, di questi “prodigiosi, allegri, equilibrati, resistenti, armoniosi, intelligenti, sereni e saggi individui”.

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