Otium cum dignitate

È diventato pensiero comune che il lavoro sia un “valore”; se accettiamo questa logica, risulta ovvio che chi vuol lavorare, ovvero accedere al “valore”, debba pagare. 

Ed è proprio su questa linea che si muove oggi il mercato del lavoro.
Se invece determinassimo la nostra vita, il nostro tempo, come “valore”, allora risulterebbe ovvio che chi lavora dovrebbe essere  ricompensato per il tempo perduto; così come dovrebbe accadere che chi lavora lo faccia il meno possibile, perdendo meno “valore/tempo” possibile in questa pratica lavorativa.
È una questione di imposizione di una chiave di lettura della realtà, dove le logiche umane vengono stravolte da logiche funzionali al sistema, se esistono modi di dire quali “il tempo è denaro”, “il lavoro nobilita” mentre “l’ozio è il padre dei vizi”. 

Una lunga propaganda retorica per farvi accettare che l’essere schiavi salariati in un mondo capitalista rende bene, mentre le vostre esistenze si perdono tra uffici, frustrazioni e nevrosi. 

Riprendere possesso del proprio tempo è il primo gesto di ribellione che si possa fare. 

La libertà nasce dall’essere padroni del proprio tempo e, anche, dall’oziare.

La rivoluzione inizia con l’ozio.

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