I Testimoni di Malon

Ovvero il frutto-melarismo in mezzo al guado


Avviso: il presente articolo ha il solo ed esclusivo scopo di spronare con affetto tutti gli amici fruttariani affinché il fruttarismo affondi le sue radici nel rigore del pensiero, e giammai nel fanatismo delle credenze religiose.

Uno spettro si aggira tra le terre d’Occidente: il malonismo.

Il malonismo rappresenta la punta avanzata del fruttarismo da supermercato, partorito dopo ultradecennali leucocitosi postprandiali. Infatti nel capitolo storico di ascendenza popperiana il fruttarismo e i suoi nemici, se nella retroguardia vi si trovano sfruttaliani,(ri)tardo-igienisti e cose del genere, nella avanguardia (sic!) abbiamo i profeti di Malon, ma anche addirittura il pranismo idiopatico.

I Testimoni di Malon, in particolare, hanno una alimentazione rigorosa in pratica si nutrono solo di malon, visto che come ci dice già il nome, malon significa il frutto. Effettivamente del frutto migliore si tratta, ma per poterne verificare la potenza salutistica sarebbe necessario nutrirsene solo se colto illibato e maturo dall’albero, lontano dalla civiltà, immersi nella natura incontaminata e sotto il caldo sole tropicale[1]. Viceversa il melarismo nel cuore nero della civiltà assume aspetti paranormali, ovvero diventa malonismo.

Ora, però, i seguaci di Malon presi dall’ecstasy mistica per la prole della rosa rossa hanno riadattato appunto il tutto alla tristezza dei nostri tempi; così i malon ingurgitati daimaloniani devono essere assolutamente stagionati, duri ed acerbi come marmo frigio, sotterrati in camera iperbarica, rinfrescati nel bancofrigo algida, profumati con arbre magique. Solo allora le nostre cuspidi bunodonti potranno degnamente saggiarne la bontà miracolosa.

Per ca(r)pirne le soprannaturali virtù, ovviamente, non ci si dimentichi dell’operazione di cosmesi con i prodotti del beauty-case firmato M(al)onsanto, di cui già l’ostetricoltore ha provveduto, sin dal concepimento, a nutrire gli alberi dimaloni.

Attenzione però, i primi tempi di esercizio del malonismo prevedono delle mitiche zuppe e pozioni a base di maloniconcentrati e dinamizzati (ed accuratamente pesati e bilanciati) che promettono di sostituire per fama quelli dell’Erbalife attualmente in voga, per quanto riguarda il nome della futura linea si è già pensato naturalmente aMalonLife.

Il consumo della malon ha anche una tempistica semplice ma rigorosa, la si mangia sul far del tramonto, ovviamente quello equatoriale, e comunque prima dell’inizio dellaChampions league. In assenza di equatore reale consultare quello virtuale, consumando la propria malon davanti all’interfaccia del senza-faccia.

Il rito malonico si celebra rigorosamente in luoghi urbani o posturbani consacrati come Templi: la cantina della nonna, il seminterrato di papà, nei sottoscala della subUrbia o nei giardinetti comunali avvolti dal sacro fumo del barbecue del vicino e dalle onde del campo di punto zero del prossimo fast food. Il tutto immortalato da immancabili selfie e benefiche radiofrequenze.

Il malonismo, a differenza della senza dubbio immondanecrocoprofagia, promette come premio l’immortalità, se non quella di tutto il corpo almeno quella cellulare. L’unico problema rimane che se è vero che le cellule diventano immortali il resto, o comunque ciò che rimane, di solito va all’aceto (di malon, ovviamente) in 48 ore.

Tra le statistiche mondiali sul malonismo i seguaci portano le testimonianze (inde)fesse di un giovane carrozziere, di un ferrotranviere e di un portalettere in pensione praticanti il malonismo da tempo immemore (nel senso che non se lo ricordano, visto che hanno perso la memoria) e che possono documentare, almeno gli ultimi due, che tutto è sempre arrivato a destinazione, ed in orario.

Infatti, in linea di massima i maloniani come malonianihanno vita breve come le rose, infatti spesso poche settimane di culto intenso e mistico sono sufficienti per ri-approdare alle beneamate braciole, pizza ai quattro formaggi e bucatini all’amatriciana. Si dà il caso, comunque, che spesso il malonismo si porta dietro di sé un vecchio vizio, che lo eredita dal fruttarismo gigolò, ovvero quello di essere infingardo, ossia ciò che si afferma a parole si nega con i fatti. Magari nel kebab notturno.

Prima di chiudere segnaliamo l’importanza, per vedere gli effetti sperati, di mangiarsi solo i maloni con bollino, nel senso che bisogna mangiarseli con tutto il bollino che si è caricato quantisticamente di energia malonica (si tratta insomma di un bollino quantico).

Ovviamente il malonismo non è la tappa finale della loro evo(locu)luzione ma sono tutti in attesa, ovviamente dell’illuminazione pranica (da salotto), al riguardo vi è già un acclarato maestro pronto ad instradarli, detto Spillarz, visto che spilla quattrini donando prana alla marinara.

Dopo essere stato troppo serio, vi saluto con un po’ di ironia, vi ho detto tutto questo solo per credere in me veramente ed amarmi fino fondo. Ma soprattutto per dirvi che amo essere amato principalmente da spiriti liberi e liberi pensatori.


                                                              Mr. Stark



[1] E’ arcinoto che la mela (così come qualsiasi altro frutto) sviluppa appieno il suo potere nutrizionale e vitale solo se mangiata matura appena colta dall’albero, non trattata in nessun modo, e cresciuta spontaneamente (e non per innesti, incroci, ecc.) nel proprio habitat naturale. Al riguardo già più di un secolo fa il celebre chimico agrario G.W. Carver pronunciò parole definitive. Diffidare dalle imitazioni.

[Fonte]

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