I delfini costretti al sonno uniemisferico alternato

Non abbassare mai la guardia può aver giocato un ruolo determinante nell’evoluzione

I delfini sono vigili anche quando dormono: per poter respirare, affiorando in superficie, e monitorare l’ambiente circostante, evitando incontri ravvicinati con predatori affamati. Secondo una ricerca pubblicata su PlosOne, l’importanza di non abbassare mai la guardia può aver giocato un ruolo determinante nell’evoluzione di questo comportamento. I delfini, infatti, dormono con una sola metà del cervello alla volta e un occhio aperto. Hanno, cioè, sviluppato quello che viene definito «sonno uniemisferico alternato»: quando un emisfero cerebrale mostra il tracciato elettroencefalografico tipico del sonno, l’altro emisfero presenta quello della veglia, e viceversa.SENTINELLE INSTANCABILI – Dallo studio, condotto da Brian Branstetter della National Marine Mammal Foundation, è emerso che i delfini possono rimanere all’erta fino a quindici giorni consecutivi, senza alcun segno di affaticamento. Questi maestosi animali sono dunque sentinelle incrollabili. E, anche mentre dormono, riescono a scandagliare l’ambiente con i loro biosonar. I delfini, infatti, sono animali ecolocalizzatori: emettono cioè dei suoni (clic) e, ascoltando gli echi di ritorno che rimbalzano da ciò su cui si imbattono, possono individuare e stimare la distanza di oggetti, prede e predatori. A causa della visibilità scarsa nelle acque marine, l’ecolocalizzazione è fondamentale infatti per orientarsi, cercare il cibo o scampare a eventuali pericoli.

SAY E NAY – Lo scienziato ha testato la capacità di due delfini della specie Tursiops truncatus, Say (una femmina di 30 anni) e Nay (un maschio di 26), nel monitorare l’ambiente circostante attraverso l’ecolocalizzazione e segnalare la presenza di oggetti. Dopo cinque giorni dall’inizio dell’esperimento, condotto nella baia di San Diego in un recinto galleggiante, i due animali erano attenti e in grado di rilevare con successo presenze estranee nel loro ambiente (in realtà si trattava di presenze simulate, ottenute dalle registrazione degli impulsi di ecolocalizzazione emessi dai delfini e dalle registrazioni degli impulsi di risposta modellati su un reale bersaglio fisico). In particolare le prestazioni di Say sono state impeccabili anche dopo quindici giorni: anche dormendo, è riuscita a monitorare l’ambiente circostante, mantenendo un comportamento vigile attraverso l’ecolocalizzazione. «Non sappiamo per quanto tempo ancora avrebbe potuto eseguire correttamente il compito, ma in 15 giorni non ha mai perso un colpo», sottolinea Branstetter, secondo il quale le migliori prestazioni della femmina sono riconducibili a una maggiore esperienza (Say aveva partecipato a due precedenti studi, mentre Nay solo a uno) ma anche alla motivazione: «Say sembrava essere altamente motivata ​​e desiderosa di partecipare a questo studio: produceva spesso strilli di vittoria ogni volta che individuava un target positivo». Insomma, i delfini hanno una capacità estrema di controllare costantemente il proprio ambiente per giorni e giorni, senza interruzione. «Del resto», spiega il ricercatore, «se dormissero come gli animali terrestri, potrebbero annegare, non riuscendo a nuotare e ad affiorare in superficie per respirare. E se abbassassero la guardia durante il sonno, sarebbero facili prede. È una questione di sopravvivenza». Non a caso, i delfini scelgono in modo selettivo il loro habitat, preferendo quelli dove la presenza di squali è più bassa, e tendono a muoversi in gruppi più numerosi se ci sono troppi squali nei paraggi, perché più efficace sarà il rilevamento del pericolo in agguato.

PERICOLI IN MEZZO AL MARE – Non sono però solo gli attacchi degli squali a mettere in pericolo i delfini. I 100 milioni di tonnellate di plastica dispersa in mare alterano l’ecosistema e fanno inevitabilmente pesare la loro presenza sugli organismi marini. Anche nell’area protetta del Santuario dei cetacei, lingua di Mediterraneo che si estende fra Toscana, Sardegna settentrionale, Liguria e Costa Azzurra, la presenza di microplastiche è allarmante: il valore medio di 0,62 particelle di microplastica per metro cubo è simile a quello riscontrato nelle isole di spazzatura che galleggiano nell’oceano Pacifico. Secondo una ricerca condotta all’Università di Siena, le microplastiche impattano pesantemente sul plancton e quindi, a cascata, sugli organismi marini. In particolare, è emerso che la balenottera comune, specie a rischio di estinzione, è contaminata in modo preoccupante dagli ftalati, i derivati più nocivi della plastica che hanno la capacità di interferire sulle capacità riproduttive. I ricercatori, coordinati dalla professoressa Maria Cristina Fossi, hanno provato che gli ftalati presenti nel plancton vengono metabolizzati e possono avere effetti tossici sui cetacei. Ne hanno rilevato, per esempio, alte concentrazioni nell’adipe sottocutaneo di quattro balenottere comuni su cinque ritrovate spiaggiate lungo le coste italiane.

Simona Regina

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U. Veronesi sulla cancerogena “carne”

LE PAROLE DI  U. VERONESI
“La carne è cancerogena ed è anche causa di quasi tutte le malattie degenerative”. 
I SALUMI CAUSANO CANCRO IN UNA PERSONA SU TRE
La ricerca scientifica dà sostegno alle parole di Veronesi.

 

È il caso, ad esempio, di uno studio della Keck School of Medicine, secondo il quale l’alimentazione di carne lavorata sarebbe alla base di varianti genetiche, causa di cancro al colon-retto. 
La ricerca, presentata alla conferenza annuale della American Society of Human Genetics, a conti fatti il più grande meeting di genetisti al mondo, sostiene infatti che cibarsi di carne rossa e lavorata, quali sono ad esempio gli insaccati, salsicce, wurstel, mortadella, prosciutti crudi e cotti, salami, zamponi, stimola una variazione genetica che causerebbe il cancro al colon-retto a una persona su tre. 
La ricerca dimostra inoltre che l’alimentazione di verdure e di frutta è alla base di un’altra variante genetica specifica che sembra ridurre per analogia il rischio di tumore del colon-retto.

Più batteri che cellule nel corpo umano? Non è vero

FONTE

Sfatiamo il mito che vuole i primi in forte prevalenza. Il bilancio tra microbi e cellule nel nostro corpo è sostanzialmente alla pari. Tranne quando andiamo in bagno…

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I globuli rossi costituiscono il tipo di cellule presenti in maggior numero nel corpo umano.|VISUALS UNLIMITED/NATURE PICTURE LIBRARY/CONTRASTO

Che il nostro organismo sia popolato da un numero esorbitante di batteri è cosa nota, ma spesso si sente dire che, nel corpo umano, il numero di microrganismi superi di 10 volte quello delle celluleDimentichiamocelo: in base a uno studio israeliano e canadese, si tratta di uno dei tanti “miti” sul corpo umano che è bene sfatare.


9 bugie sul corpo umano


I NUMERI REALI. Secondo i calcoli di Ron Milo e Ron Sender del Weizmann Institute of Science di Rehovot (Israele) e di Shai Fuchs dell’Hospital for Sick Children di Toronto (Canada), il rapporto tra cellule e batteri è più probabilmente di 1:1, ossia tanti batteri quante sono le cellule. In un uomo “medio” (20-30 anni di età, 1,70 m di altezza per 70 kg di peso), ci sono circa 30 trilioni di cellule e 39 trilioni di batteri (un trilione equivale a mille miliardi).

 

MA SE VAI AL BAGNO… In altri casi il rapporto tra microbi e cellule può anche essere di 2:1 (con i batteri sempre in maggioranza), ma poiché la maggior parte dei batteri dimora nel tratto intestinale, “ogni defecazione può capovolgere il rapporto in favore delle cellule“, si legge nell’articolo.

 

ALL’ORIGINE DEL CLICHÉ. Siamo insomma ben lontani da quella stima di 10:1 compiuta nel 1972 dal microbiologo Thomas Luckey, un’analisi che ha goduto di decenni di fortuna ed è stata ampiamente ripresa in ambito scientifico.

 

I ricercatori hanno provato a ricalcolare il numero di cellule e batteri del corpo umano servendosi di un colossale archivio di articoli scientifici, analisi del DNA ed esami in risonanza magnetica per stimare il volume di ogni organo. Le tecniche oggi disponibili permettono stime piuttosto precise, come si vede nel grafico qui sotto, pubblicato da Nature.

 

La stima del numero di cellule presenti nel corpo umano (in alto) e la loro massa (in basso). Come si vede, la maggior parte delle nostre cellule è costituita dai globuli rossi, ma la maggior parte della massa cellulare è dovuta alle cellule di grasso e a quelle muscolari. | SENDER, R., FUCHS, S. & MILO/NATURE NEWS

 

STIME TROPPO GENEROSE. Una delle ragioni dell’errore di Luckey è la sovrastima dei batteri intestinali. Il microbiologo aveva trovato una quantità di microbi pari a 10 elevato alla 11ma in un grammo di feci, che distribuita su un canale – quello digestivo – della capienza di un litro, portava a una stima totale di un numero di microbi pari a 10 alla 14manel tratto digerente. Ma le stime di Luckey sui batteri delle feci erano troppo alte, afferma il nuovo studio; inoltre, la maggior parte dei microbi fecali si concentra nel colon, il tratto terminale dell’intestino, che ha un volume di soli 0,4 litri.

 

LE CORRETTE PROPORZIONI.Questi calcoli sembrano suggerire che il rapporto batteri-cellule è, nel corpo umano, all’incirca di 1,3:1, con un discreto margine di errore. Non è detto che vi siano conseguenze pratiche, ma, comunque… buono a sapersi

Orrorin tugenensis

Orrorin Tugenensis:

Pushing back the hominin line

The Kenya Palaeontology Expedition (KPE) report in December 2000 the discovery of what is almost certainly a new species of hominid at Kapsomin in Kenya’s Baringo district; see the BBC news story; for background, see family trees. The excavating team includes Martin Pickford from the KPE and Brigitte Senut from the Museum of Natural History in Paris. The remains have not yet been dated, but they were found in found in six-million-year-old rocks. They include a left femur, pieces of jaw with teeth, isolated upper and lower teeth, arm bones, and a finger bone; the excavations are ongoing. Preliminary analyses suggest the hominid, the size of a chimpanzee, was an agile climber and that it walked on two legs when on the ground. The tentative date of six million years indicate a date very close to the common ancestor of humans and chimpanzees, although this date may now need to be pushed back.

The find was published by Senut et al. in January 2001 (see bibliography below). The authors report the recovery of remains of an early hominid from four localities in the Lukeino Formation in the Tugen Hills, Kenya. Radioisotopic age determinations from lavas underlying and overlying the Lukeino Formation and from crystals from the sediments themselves indicate an age of ca 6 million years for these hominids. The Lukeino hominids are thus the oldest known members of the family (Pickford & Senut, 2001).

The find comprises thirteen fossils belonging to at least five individuals. “The femora indicate that the Lukeino hominid was a biped when on the ground, whilst its humerus and manual phalanx show that it possessed some arboreal adaptations. The upper central incisor is large and robust, the upper canine is large for a hominid and retains a narrow and shallow anterior groove, the lower fourth premolar is ape-like, with offset roots and oblique crown, and the molars are relatively small, with thick enamel.” (Senut et al., 2001). A new genus and species is proposed: Orrorin tugenensis.

The authors note that the molars of Orrorin are smaller than those of Australopithecines and are closer in size to those of Ardipithecus. “The anterior teeth, upper incisor and canine, as well as the lower P4 are less hominid-like and more ape-like, being closer in morphology to teeth of female chimpanzees. The molar enamel is thick. Another important feature is the relatively great depth of the corpus mandibularis, which is an archaic feature among hominids. Compared to later hominids, it seems that small jugal teeth relative to body size would be a primitive feature, inherited from the common ancestor of African apes and hominids, and retained in the Homo lineage. If this is so, then Australopithecines would have progressively developed megadonty — large jugal teeth and relatively small bodies. The postcranial evidence suggests that Orrorin tugenensis was already adapted to habitual or perhaps even obligate bipedalism when on the ground, but that it was also a good climber. Many scholars have considered that the earliest hominids were small animals; the femur and humerus of Orrorin are 1.5 times larger than those of AL 288.1, probably equivalent in size to a female common chimpanzee, indicating that the ancestor may have been larger than previously envisaged.” (Senut et al., 2001). 

The authors conclude that on the basis of dental and postcranial morphology, it appears that Orrorin belongs to the hominid lineage, which was already present 6 million years ago. They suggest this confirms the hypothesis that the divergence between apes and humans took place prior to 6 million years ago, and probably between 9 and 7 million years ago, as they show in the diagram to the right. In this diagram, Ardipithecus ramidus is the ancestor of Pan and the Australopithecines an extinct line — a view at odds with the view of most paleoanthropologists (cf. family trees and Ardipithecus ramidus). For an impression of the early discussion, see Michael Balter, Scientists Spar Over Claims of Earliest Human Ancestor, Science 291 5508 (23 Feb 2001): 1460-1461 (full text, external).

L.C. Aiello and M. Collard (2001), Our newest oldest ancestor? Nature 410 (29 Mar): 526, applaud the find but question the interpretations, as reported in ScienceWeek:

Aiello and Collard “point out that the announcement of the Orrorin find has caused considerable stir, partly because the deposits of the Tugen Hills are being prospected by two competing groups of researchers, and partly because Orrorin is claimed to be approximately 6 million years old. This makes Orrorin 1.5 million years older than Ardipithecus ramidus, the oldest previously recognized candidate for the earliest hominin. Orrorin’s apparent age falls within the molecularly determined range of the last common ancestor between humans and the African apes.”

“Aiello and Collard point out that the great age of Orrorin does not seem to be in serious question. The geology of the Lukeino Formation is well known; the volcanic tuffs in this formation have been securely dated at 6.2 to 5.6 million years old by radiometric techniques; and there is little doubt that the specimens come from the Lukeino Formation sediments. But Aiello and Collard suggest that it is difficult to have the same confidence in the conclusions of Senut et al about human evolutionary history, since they adopt a scheme that contrasts sharply with prevailing ideas and that glosses over many areas of controversy and uncertainty.”

“Aiello and Collard point out that at least 13 known hominin species from Africa existed before Homo erectus, and that currently in consensus among most paleoanthropologists are only the following ideas concerning the main evolutionary paths: a) There are 5 hominin genera (Ardipithecus, Australopithecus, Paranthropus, Kenyanthropus, Homo). b) The large-toothed and massive-jawed genus Paranthropus represents a dead-end branch” (cf. hominoid taxonomy).

Aiello and Collard conclude,

It… appears that cranial and dental anatomy does not necessarily mirror molecularly determined phylogenies in modern primates, which casts considerable uncertainty on anatomically based evolutionary trees. For now, at least, it is probably best to avoid naming ancestors, and maintain a simple division: that between hominins of archaic aspect (Orrorin, Ardipithecus, Australopithecus — including Paranthropus — and Kenyanthropus) and hominins of modern aspect (Homo sapiens and the remaining species of Homo).

Source: ScienceWeek 13 July 2001.

Contacts 

Leslie C. Aiello, University College London, UK 

Martin Pickford, Chaire de Paléoanthropologie, Prehistoire du College de France, GDR 983 et UMR 8569 du CNRS, 8 rue Buffon, 75005 Paris, France 

Brigitte Senut, Laboratoire de paléontologie du Muséum national d’histoire naturelle, UMR 8569 et GDR 983 du CNRS, 8, rue Buffon, 75005 Paris, France. 

Bibliography of the orrorin tugenensis find 

Pickford, M. and Senut, B. (2001). ‘Millennium ancestor’, a 6-million-year-old bipedal hominid from Kenya. South African Journal of Science 97. 1-2: 22. 

Senut, Brigitte; Martin Pickford; Dominique Gommery; Pierre Mein; Kiptalam Cheboi; Yves Coppens (2001). First hominid from the Miocene (Lukeino Formation, Kenya). Comptes Rendus de l’Academie des Sciences, Series IIA – Earth and Planetary Science 332. 2 (30 January 2001): 137-144. Full text (subscription required). 

Senut, Brigitte and Martin Pickford (2001). The geological and faunal context of Late Miocene hominid remains from Lukeino, Kenya. Comptes Rendus de l’Academie des Sciences, Series IIA – Earth and Planetary Science 332. 2 (30 January 2001): 145-152. Full text (subscription required). 

Oldest’ ape-man fossils unearthed

 
The hominid was about the size of a chimpanzee

French and Kenyan scientists have unearthed what they believe to be the oldest remains of a hominid, or ape-man, ever found. 

Although the fossils themselves have not been dated, the rock in which they were discovered is known to be six million years old. 

The Kenya Palaeontology Expedition (KPE) said body parts belonging to at least five individuals, both male and female, had been recovered. 

These included an almost perfectly fossilised left femur showing the hominid had strong back legs which enabled it to walk upright – a characteristic which relates the creature directly to man. 

“Not only is this find older than any other previously known, it is also in a more advanced stage of evolution,” KPE palaeontologist Dr Martin Pickford told a news conference in Nairobi. 

Chimpanzee size

The first specimens were unearthed on 25 October at Kapsomin in the Tugen hills in Kenya’s Baringo district. 

Other body fragments include pieces of jaw with teeth, isolated upper and lower teeth, arm bones and a finger bone. 

“Preliminary studies of the arm and finger bones reveal that the Kapsomin hominid was an agile climber in the trees, whereas its leg bones indicate that when it was on the ground it walked on two legs,” the KPE said in a statement. 

“The teeth indicate that the species probably subsisted on hard-skinned fruits among the other foods … The canines are reduced when compared with those of apes, but are larger than those of modern humans,” it added. 

Dr Brigitte Senut, a team member from the Museum of Natural History in Paris, said the creature was about the size of a modern chimpanzee. 

Cat kill

Pickford and Senut said they were confident the team would unearth even more remains that could help form a near-perfect picture of the hominid. 

“We are just going to publish our initial findings, to get the excitement, and continue with our work,” Dr Pickford said. “I am sure there is still a lot more out there – possibly even older.” 

Fossil parts of other species found at the same site hint at a rich variety of fauna and flora. 

The KPE statement noted that the leg bones “had been chewed, indicating that the individuals to which they belonged probably fell prey to a large carnivore”. 

Pickford said: “It looks like he was killed and eaten by some sort of carnivore, probably a cat. It was probably dragged up a tree to the cat’s usual eating place and then bits fell into the water below.” Search BBC News Online

 

   

 

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Orrorin tugenensis 

A key specimen of the human story, its position on the tree is debated – it is the oldest known hominin or should it be on placed on the tree before the human-line split from the line leading to chimpanzees?

Background of discovery

Age

6.1 to 5.8 million years ago

Important fossil discoveries

A few fossil fragments, from five individuals, were found in Kenya in 2000. The remains include several limb bones, jaw fragments and isolated teeth. The holotype specimens are 2 mandible fragments, BAR1000a’00 and BAR1000b’00. An isolated lower molar (KNM LU 335), that may belong to this species, was discovered in this area in 1974.

What the name means

The genus name Orrorin means ‘original man’ in the Tugen language, whereas the species name tugenensis was assigned because the fossils were found in the Tugen Hills of Kenya.

Distribution

Fossils have been found in the Tugen Hills, Kenya.

Relationships with other species

Its discoverers believe this species belongs on the human family tree. They claim that it is dissimilar to the genus Australopithecus, and that this genus should be moved to a side branch on the human tree, leaving Orrorin tugenensis as the earliest direct ancestor of humans. However, there is not enough evidence to support this argument due to the fragmentary nature of the remains. Other experts think this species may have lived before the ape and human line split so could be an ancestor of both lines or that it was a basal member of the hominin clade.

The species lived during a critical period in the human evolutionary timeline. It is widely believed human and chimps diverged from a common ancestor that lived between five and eight million years ago.

Key physical features

Brain

probably similar in size to a modern chimpanzee, but lack of cranial material makes this difficult to determine

Body size and shape

uncertain, probably similar in size to a modern chimpanzee

Limbs

some features of the leg bones indicate this species was possibly bipedal. The femur was different from that of modern humans, fossil Homo and living apes and most closely resembled australopithecines that lived three to four million years ago.

some features of the leg bones are found in non-bipedal primates, suggesting that this species may not be bipedal. At the moment the evidence is inconclusive.

features of the arms bones (humerus) and a curved finger bone suggest it was also adapted for climbing tree

Jaws and teeth

primitive dental anatomy

teeth have thick enamel and are relatively small, although canines are relatively large and pointed compared to humans

Lifestyle

Culture

There is no evidence for any specific cultural attributes. However, it may have used simple tools similar to those used by modern chimpanzees including:

twigs, sticks and other plant materials that were easily shaped or modified. These may have been used for a variety of simple tasks including obtaining food.

unmodified stones, that is stones that were not shaped or altered before being used. These tools may have been used to process hard foods such as nuts.

Environment and diet

When this species lived, the environment was open woodland with dense tree forests.

The large, flat molars suggest a diet of fruit and vegetables, but it may have also been an opportunistic meat eater.
Fran Dorey , Exhibition Project Coordinator 

Last Updated: 27 October 2009 

Latte vaccino e autismo

Conosciamo gli effetti positivi su comportamento e relazioni sociali dei bambini con autismo che assumono nella propria dieta il sulforafano che è presente in tutte le crucifere.
I genitori dei bimbi autistici generalmente segnalano un peggioramento delle condizioni dei propri figli quando bevono latte vaccino.
Perchè rilevano questo aggravamento dei sintomi dell’autismo?
L’urina dei bimbi autistici, a differenza dell’urina degli altri bambini, presenta livelli elevati di frammenti di proteine chiamati peptidi.
Si presume che questi frammenti di proteine possano provenire dalla proteina caseina presente nel latte e dal glutine presente in alcuni cereali.
Queste proteine si scompongono in peptidi e in molecole di exorphin con attività oppioidi come la morfina.
Nel latte vaccino ci sono due tipi di oppioidi: la casomorfina e la stessa morfina.
La caseina del latte umano è 15 volte inferiore rispetto alla caseina vaccina e avendo differenti legami tra aminoacidi si suddivide in peptidi in modo diverso.
Nel latte vaccino ci sono 21 differenti peptidi provenienti dalla caseina compresa la casomorfina mentre dal latte umano si creano solo 5 peptidi.
Inoltre la casomorfina bovina è molto più potente di quella ottenuta dal latte umano e l’effetto è comparabile con quello della morfina pura.
Il peptide oppioide proveniente dal glutine è invece comparabile in termini di effetti con la casomorfina presente nel latte materno umano.
Le diete prive soprattutto di caseina potrebbero quindi migliorare i sintomi nei bimbi autistici proprio per la riduzione degli oppiodi presenti nel loro organismo.
https://nutritionfacts.org/video/autism-and-casein-from-cows-milk/